Ci sono dischi che si ascoltano e dischi che esigono di essere ascoltati. 15 Minutes At A Time, terzo album dei The Last Vinci, appartiene alla seconda categoria. Lo fa con una maturità rara e un’urgenza che si percepisce fin dal primo ascolto.
Il trio viene da Cork, una delle scene rock e metal più attive d’Irlanda fuori da Dublino. Alex Vinci alla chitarra e voce, Dylan Scully al basso, Brasko alla batteria e ai cori. Alex lavora con un setup a tre amplificatori che gli permette di costruire un suono basso e fisico, sostenuto dal lavoro intelligente di Scully, un bassista che sa ritagliarsi il proprio spazio senza mai sovrastare il riff. È il tipo di approccio al suono che si impara sul palco, non in studio, e si sente. Per capire il disco fino in fondo bisogna sapere da dove arriva. Due anni fa, a pochi giorni dall’inizio di un tour europeo, ad Alex viene diagnosticata una malattia cronica. Sua moglie gli dice una cosa semplice: prendila quindici minuti alla volta. Quella frase è diventata il titolo dell’album e il modo in cui è stato scritto e vissuto. Secondo Alex è un modo per decostruire la paura pezzo dopo pezzo, finché resta soltanto un senso di pace. Si sente: ogni brano porta quella stessa urgenza, quella lucidità di chi ha smesso di guardare troppo avanti e ha imparato a stare nel presente.
Musicalmente il disco si muove tra alt-rock e stoner con aperture prog, senza però perdere la grinta punk e hardcore che è il cuore del loro sound. Si sente nell’attacco delle chitarre, nella pressione ritmica di Brasko, nella scelta precisa di non ammorbidire i bordi quando non serve. È quella voglia di andare a muso duro che il rock alternativo di oggi ha quasi smesso di avere. Accanto al lato più ruvido, però, i The Last Vinci sanno costruire passaggi melodici avvolgenti e realizzati con vera sensibilità: la band abbassa la voce senza perdere intensità, e sa esattamente quando spingere e quando lasciare andare. È in questo equilibrio che si misura la loro maturità.
La produzione, firmata da Tom Peters, già al lavoro con la band sul precedente The Revolution is Made Together, è calda e dinamica. La batteria di Brasko respira in modo naturale, senza le correzioni digitali esagerate che oggi appiattiscono tante produzioni rock: ogni colpo di rullante ha il suo peso, il suo posto nel mix. Le chitarre sono dense ma leggibili, la voce di Alex resta sempre chiara anche nei passaggi più carichi. Un lavoro che premia chi ascolta in cuffia tanto quanto chi lo mette a tutto volume in macchina.
Living Certified Disaster è il momento in cui il disco toglie i guanti: riff aggressivo, groove che non molla, chorus costruito per essere urlato dal vivo a pugno alzato. La strofa costruisce una tensione che cresce lenta, quasi ipnotica. Non a caso il singolo, uscito il 23 gennaio, ha attirato l’attenzione della stampa di settore ed è finito nella playlist editoriale New in Rock di Apple Music. Per una band indipendente di Cork, un risultato di tutto rispetto. Begging for Some Help mostra il lato più imprevedibile della band: struttura mobile, che cambia pelle più volte, e un finale corale in cui le voci di Alex e Brasko si sovrappongono in modo liberatorio, di quelli che dal vivo immagini già moltiplicati per cento gole.
15 Minutes At A Time è un disco suonato con classe, prodotto con cura e scritto da una band che sa quello che fa. I momenti più convincenti restano quelli con maggiore attitudine punk e hardcore: lì i The Last Vinci diventano davvero taglienti, precisi, senza fronzoli. Se nei prossimi lavori spingeranno ancora di più in quella direzione, il riff di apertura di Living Certified Disaster potrebbe sembrare solo un avvertimento.