Bad Bones, Erik Grönwall: il ritorno solista che racconta tutto

Copertina del singolo Bad Bones di Erik GrönwallLas Vegas, 26 marzo 2022, Zappos Theater all’interno del Planet Hollywood. Gli Skid Row aprono per gli Scorpions e sul palco c’è un cantante svedese che appena cinque mesi prima ha subito un trapianto di midollo osseo contro la leucemia. È il primo concerto di Erik Grönwall con la band. In scaletta c’è anche 18 and Life, la canzone con cui si era presentato alle audizioni di Swedish Idol nel 2009. Dal palco racconta al pubblico quanto sia incredibile cantarla insieme alla sua band preferita di sempre. Da quella sera è nato un brano. Si chiama Praying for a Miracle e vive dentro Bad Bones, il disco che Grönwall ha pubblicato il 22 maggio 2026. Si tratta del suo primo album solista composto interamente da materiale originale, la prima volta in cui smette di prestare la voce a una storia altrui per raccontare la propria.

Per capire perché conta bisogna ricostruire il personaggio. Grönwall vince Swedish Idol nel 2009 cantando hard rock in un programma televisivo costruito per sfornare pop. Già lì si capisce che non sta al gioco: alla sua audizione aveva scelto proprio 18 and Life degli Skid Row, la band che avrebbe guidato tredici anni più tardi. Dopo il talent arrivano i dischi per la Sony, che lui stesso considera più dell’etichetta che suoi. Ha raccontato che il primo è uscito di corsa, giusto in tempo per lo shopping natalizio, aggiungendo che allora nemmeno lui sapeva bene cosa volesse fare. La svolta è l’ingresso negli H.E.A.T, di cui diventa la voce per quasi un decennio e quattro album, fino all’uscita nell’ottobre 2020. Nel frattempo interpreta Simone lo Zelota in Jesus Christ Superstar Live in Concert, lo spettacolo televisivo americano del 2018, che gli vale una nomination ai Grammy nella categoria Best Musical Theater Album. È la conferma di una tecnica che funziona ben oltre il riff.

Poi, nel marzo 2021, la diagnosi: leucemia linfoblastica acuta. Arrivano il trapianto di midollo, l’isolamento in ospedale durante la pandemia, la lenta ricostruzione di un sistema immunitario azzerato. Grönwall ha ricordato di essere sceso a cinquantacinque chili dopo la chemioterapia. È in quei mesi che apre il canale YouTube su cui carica le sue interpretazioni vocali, una cosa nata per ricucire il rapporto con la musica e diventata un seguito importante. La chiamata degli Skid Row giunge cinque mesi dopo il trapianto, quando ha un sistema immunitario e perfino un gruppo sanguigno nuovi. Ha spiegato che un mese prima non avrebbe potuto accettare e che senza il via libera del medico avrebbe rinunciato. Prende il posto di ZP Theart in un ruolo che era stato di Sebastian Bach e registra The Gang’s All Here, il primo album della band in sedici anni. La guarigione però non procede in linea retta. I controlli ematologici in Svezia non si conciliano con i ritmi di un tour internazionale. Grönwall propone un calendario con tre settimane di concerti e un mese di pausa, che per un gruppo abituato a stare in tour non è sostenibile. Nel marzo del 2024 lascia gli Skid Row per mettere la salute davanti a tutto, senza rancore. Nei mesi successivi trova un nuovo banco di prova accanto a Michael Schenker: canta Mother Mary con Slash nel disco My Years with UFO e diventa la voce dei suoi concerti in Europa e in Giappone.

A quel punto la domanda se l’è posta lui stesso: dopo aver fatto il frontman per tre band diverse, chi è esattamente Erik Grönwall come autore? La risposta su cui ha costruito il disco è semplice: lui è la somma di tutto quello che ha fatto fino a qui, dagli H.E.A.T agli Skid Row fino a Schenker. Da quella consapevolezza nasce Bad Bones, un lavoro che mette in fila vent’anni di carriera e di vita e li scrive in prima persona, lontano dalla retorica della rinascita. Al momento dell’annuncio lo ha detto chiaramente: aveva avuto l’onore di guidare grandi gruppi e adesso era il momento di raccontare la sua storia. Ha aggiunto di non essere mai stato così orgoglioso di un album.

Dietro questa scelta c’è anche un cambio di prospettiva pratico. Per quasi tutta la carriera Grönwall ha lavorato dentro un gruppo, con le dinamiche e i compromessi che un gruppo impone. Quel meccanismo lo ha sempre amato. Il canale YouTube nato durante la malattia gli ha però fatto scoprire il gusto di lavorare in proprio. Dopo l’uscita dagli Skid Row ha ritrovato anche l’amore per la scrittura. Prima del disco è arrivata l’autobiografia Power, in cui ripercorre l’intero tragitto, da Idol alla diagnosi fino al ritorno sul palco. Bad Bones è la stessa operazione trasposta in musica, un modo per mettere ordine in cinque anni che ne contengono il doppio.

La campagna di lancio ha seguito questa logica passo dopo passo. Il primo singolo, alla fine di febbraio 2026, è la title track, accompagnata dal videoclip. È il pezzo che funziona da manifesto, con lo swagger da rock star e l’idea di fondo di tutto il disco: rivendicare chi si è senza chiedere scusa, seguendo la propria strada qualunque cosa pensi la gente. Il 3 aprile arriva Born to Break, secondo singolo e brano d’apertura, anche questo con il suo video. Il primo maggio tocca a Praying for a Miracle, terzo singolo: è il momento in cui l’album scopre le carte. Grönwall lo ha descritto come il racconto di chi viene spinto al punto di non avere più alcun controllo, quando tutto si riduce a un’ultima occasione e non resta che tenere duro e sperare. Il taglio è più trattenuto, la voce regge l’intensità senza forzare. Si capisce così che il disco non vuole essere solo una raccolta di chorus a presa rapida. A metà maggio esce poi To Hell & Back: The Erik Grönwall Story, un mini documentario che ripercorre la sua storia.

Sul piano dei nomi, Bad Bones è una faccenda di famiglia. Ci lavora l’ex compagno negli H.E.A.T Jona Tee, che nei crediti di Praying for a Miracle figura come coproduttore, coautore e tastierista accanto al produttore Fredrik Thomander. Chi conosce la lucidatura tipica di quella band trova qui qualcosa di più ruvido e diretto, un suono che lascia più scoperti il graffio della voce e il peso autobiografico dei testi. Negli stessi crediti compaiono Thomander anche al basso e ai cori, Philip Näslund e Anders Wikström alle chitarre e Pedro Moyà alla batteria. Il disco esce per la sua etichetta, la Greenwall Entertainment, con la distribuzione di Playground Music. Dieci brani in tutto, nessuno dei quali supera di molto i quattro minuti, segno di una scrittura che punta all’essenziale.

Si parte con Born to Break, tre minuti e diciannove. Già dalle chitarre si avverte l’eredità del lavoro con Schenker, urgenti e nervose. Il pezzo prende un minuto buono per arrivare dove deve. Quando il chorus esplode, però, lo fa con la sicurezza di chi sa esattamente cosa sta facendo. Subito dopo arriva la title track, sintesi del personaggio in tre minuti e venti di hard rock piacevolmente spavaldo. Da lì la scaletta alterna le sue due anime. Da un lato ci sono i pezzi diretti, Who’s the Winner, Lost for Life, Save Me, Hell & Back e How High, quest’ultimo il più corto del lotto con i suoi due minuti e cinquantatré, tutti tagliati per il palco. Dall’altro c’è la zona più introspettiva, dove Grönwall scende davvero in profondità: Praying for a Miracle, Twisted Lullaby e la conclusiva Written in the Scars, quattro minuti e sei, l’unico brano che si concede un po’ più di respiro. Sono i momenti in cui il disco smette di dimostrare e inizia a confessare.

Vale la pena dirlo chiaramente: Bad Bones non è un disco di metallo pesante né un esperimento che riscrive le regole. Si tratta di melodic e arena rock fatto con mestiere da chi quello stile lo conosce bene. Chi cerca le coordinate degli H.E.A.T migliori, di quella scuola svedese che ha sempre saputo scrivere chorus, le ritrova quasi tutte. Era proprio questa la paura di molti dopo l’addio agli H.E.A.T, restare senza un altro album con quella voce. Il disco quel suono lo restituisce in pieno. Non è poco. La differenza, rispetto a un buon disco di melodic rock qualsiasi, sta tutta nel motivo per cui esiste. Qui c’è un uomo di trentanove anni che ha attraversato una malattia che uccide e ha deciso di rispondere scrivendo i propri pezzi invece di cantare quelli degli altri.

La prova del nove, per un disco così, è il palco. Grönwall ci arriva con i numeri dalla sua parte. Le due date nella sua Stoccolma, al Cirkus, erano esaurite con largo anticipo, mentre l’estate 2026 lo porta in giro per i festival di Svezia e Finlandia. Si parte il 13 giugno al Lisää Löylyä di Vaasa, in Finlandia, e si prosegue a luglio con una sequenza fitta di tappe svedesi, dal Latitud 57 di Oskarshamn all’Alive Festival di Borlänge, dal Time To Rock di Knislinge fino al Sommarrocken di Svedala. È il contesto per cui questi brani sono stati pensati, ed è lì che si capirà se la ruvidezza della title track e la tenuta di Praying for a Miracle reggono anche fuori dallo studio.

Per un cantante tornato indietro dalla leucemia, pubblicare un album solista somiglia meno a una mossa di carriera e più a una dichiarazione di vita. Non c’è autocommiserazione, non c’è la posa del sopravvissuto che chiede applausi. C’è uno che da un letto d’ospedale si era ripromesso di passare il resto della vita a cantare, se ne fosse uscito vivo, e che adesso lo sta facendo a modo suo, al cento per cento se stesso. Speriamo che il tour possa presto arrivare anche in Italia.

Fonti: Blabbermouth (primo concerto con gli Skid Row, 2022; annuncio di Bad Bones e intervista di Roppongi Rocks, febbraio 2026; To Hell & Back, maggio 2026); Erik Grönwall su YouTube (descrizione e crediti del video di Praying for a Miracle); Discogs (scaletta e durate); Metalitalia (Born to Break); GRAMMY.com (nomination); HarperCollins Svezia (Power); Michael Schenker, My Years with UFO (Screamer Magazine); Classic Rock (Louder, intervista su Bad Bones).

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