Geoff Tate entrò nella sala di ripresa degli A&M Studios e trovò solo un’asta del microfono, una cuffia già regolata e un foglio con il testo. Dall’altra parte del vetro, in regia, lo fissava una ventina di persone: Ronnie James Dio, Rob Halford, Ted Nugent, i ragazzi dei Blue Öyster Cult. Il cantante dei Queensrÿche, uno che i palchi li masticava da tempo, ha raccontato negli anni di non essersi mai sentito così nervoso in vita sua. A tirarlo fuori dall’impasse fu Dio, che lo seguì battuta per battuta dalla regia finché la take non girò. Quella scena, nel maggio del 1985, dice molto di cosa fu davvero Hear ‘n Aid: più che una passerella di divi, come il pubblico la immagina, una stanza piena di gente intimidita.
Per capire come ci si arrivò bisogna tornare all’inverno precedente. Bob Geldof aveva radunato il pop britannico per Do They Know It’s Christmas? dei Band Aid e pochi mesi dopo l’America aveva risposto con We Are the World di USA for Africa. Milioni di dollari raccolti per la carestia in Etiopia, telecamere ovunque, le copertine di mezzo mondo. Il metal non era stato invitato a quel tavolo. La comunità hard rock si sentì messa alla porta, come ha ammesso Wendy Dio, moglie e manager di Ronnie: i loro musicisti avrebbero voluto esserci, però nessuno li aveva chiamati.
C’era anche una ragione d’immagine. A metà anni Ottanta il metal tirava come non mai, riempiva palazzetti e scalava le classifiche, eppure restava il genere che la stampa generalista dipingeva come volgare e rumoroso, l’ultimo a cui associare una raccolta fondi benefica. Proprio questo rese l’idea interessante per chi la concepì: dimostrare che dietro le borchie ci fosse una coscienza.
Il dettaglio che quasi tutti sbagliano è proprio l’origine. Hear ‘n Aid non nacque da Dio. L’idea venne a due dei suoi musicisti, il chitarrista Vivian Campbell e il bassista Jimmy Bain, durante una maratona radiofonica di 48 ore alla KLOS di Los Angeles, organizzata per raccogliere fondi contro la carestia. Seguendo il tam tam su Band Aid e USA for Africa, i due si accorsero di quanto poco il loro mondo fosse rappresentato e si misero a scrivere. Avevano la musica praticamente pronta. Mancava il testo e per il testo serviva un nome capace di aprire le porte giuste.
Quel nome era ovvio. Convincerlo, molto meno. Negli anni Settanta Dio era passato dai Rainbow di Ritchie Blackmore ai Black Sabbath, dove aveva rimpiazzato Ozzy Osbourne e firmato due dischi che avevano rilanciato la band di Birmingham. Poi se n’era andato per fondare la sua creatura e con Holy Diver e The Last in Line era diventato uno dei frontman più rispettati del pianeta. Nel 1985 era impegnato fino al collo nella lavorazione di Sacred Heart e considerò la proposta una distrazione. Campbell ha raccontato che Ronnie ci pensò un paio di settimane e ne parlò con Wendy prima di tornare con un sì. Lei ha sintetizzato la vicenda spiegando di credere che Ronnie si fosse semplicemente convinto che i bambini in Africa avessero bisogno di aiuto.
Ottenuto l’assenso, Dio prese in mano il testo e ne pretese il controllo totale. Campbell ricorda che si sarebbe offeso anche solo a sentirsi suggerire una parola o un titolo. Sapeva quanto pesasse la sua firma: con il suo nome il progetto camminava, con quelli di Bain e Campbell soltanto sarebbe rimasto fermo. La canzone, Stars, porta infatti i tre nomi: Bain, Campbell, Dio.
Mettere insieme i musicisti fu un’impresa più burocratica che artistica. Hear ‘n Aid dovette costituirsi come ente non profit, con un consiglio di quattordici persone chiamato ad approvare ogni decisione. Wendy Dio si occupò delle licenze e lì cominciò il calvario: gli artisti dicevano sì in fretta, poi toccava strappare i permessi a manager ed etichette, una trattativa che si trascinò per mesi dopo che il pezzo era già finito. Non tutti risposero all’appello. Campbell provò a coinvolgere anche Jon Bon Jovi: servirono quattordici telefonate per riuscire a parlargli e a un certo punto chiamò perfino sua madre. Niente da fare. Anche Jimmy Page, che aveva dato la sua disponibilità, si sfilò senza spiegazioni. Il primo a dire sì, ricorda Wendy, fu Rob Halford dei Judas Priest. Dietro di lui si mosse il fior fiore della scena.
Le altre voci, oltre a Dio, Halford e Tate, furono Kevin DuBrow dei Quiet Riot, Eric Bloom dei Blue Öyster Cult, Dave Meniketti degli Y&T, Don Dokken e Paul Shortino dei Rough Cutt. Alle chitarre soliste una sfilza di nomi da far girare la testa: Campbell, Yngwie Malmsteen, George Lynch, Neal Schon dei Journey, Brad Gillis, Buck Dharma, Carlos Cavazo, Craig Goldy, Eddie Ojeda. Gli Iron Maiden parteciparono con le chitarre ritmiche di Dave Murray e Adrian Smith, senza Bruce Dickinson, che quel giorno non c’era. Dietro i tamburi si alternarono Vinny Appice e Frankie Banali. In tutto, quaranta musicisti. Nel grande coro di sottofondo finirono anche musicisti abituati a stare in copertina da soli, come Vince Neil e Mick Mars dei Mötley Crüe. Nessuno dei due ebbe una parte in evidenza: prestarono la voce all’insieme come decine di altri ed è proprio questo il punto di tutta la serata.
La lavorazione durò circa due settimane, con le sessioni principali il 20 e il 21 maggio 1985. La base ritmica venne incisa ai Sound City di Los Angeles, poi ci si spostò agli A&M Studios, la stessa sala dove era passato We Are the World, per registrare le voci. Eddie Ojeda dei Twisted Sister ha raccontato che ogni chitarrista aveva ricevuto una demo con base e melodia circa una settimana prima e che ciascuno aveva dodici battute per il proprio assolo. Dodici battute per lasciare il segno.
Il dettaglio meno raccontato è proprio l’aria che tirava in sala. Halford ha smontato il mito della rimpatriata tra vecchi amici: la maggior parte di loro non si conosceva affatto e per le prime ore si studiarono a vicenda tentando di capirci qualcosa. Le difese, poi, finalmente caddero e per molti fu la prima occasione di sedersi a parlare con musicisti che ammiravano da sempre. Blackie Lawless dei W.A.S.P. ha parlato di una tensione che cresceva con il passare delle ore: lui e Chris Holmes erano arrivati alle sei di sera ed erano andati davanti alle telecamere solo verso le nove, quando quasi tutti erano già piuttosto su di giri. Trovarsi gomito a gomito con la gente che li aveva fatti innamorare del sound duro, ha ammesso, faceva una certa paura.
Dio gestì il traffico con un misto di mestiere e psicologia. Temeva che il chorus diventasse un problema, con tutte quelle voci da incolonnare, così affidò il compito di tenere l’ordine proprio a Kevin DuBrow, il più scalmanato del gruppo. Dare una responsabilità al ribelle, davanti a uno che rispettava, lo trasformò nel più disciplinato della comitiva. Funzionò. Tra i chitarristi scattò invece la gara inevitabile. Campbell ricorda discussioni su chi suonasse meglio e perfino su chi sfoggiasse la chioma più voluminosa, in pieno spirito eighties. L’assolo di Ojeda finì incastrato tra quello di Malmsteen e quello di Schon, due modi opposti di intendere lo strumento, e proprio per questo la soluzione girò a meraviglia.
A rendere la scena ancora più irreale c’erano due ospiti che musicisti non erano. Michael McKean e Harry Shearer si presentarono nei panni di David St. Hubbins e Derek Smalls, i personaggi di This Is Spinal Tap, il film che un anno prima aveva preso in giro esattamente quel mondo. Malmsteen ne uscì piegato dalle risate. Quando qualcuno chiese come si scrivesse “Yngwie”, uno dei due iniziò a compitare le lettere di una parolaccia. Campbell ha riassunto la giornata con la frase più onesta di tutte: l’intera scena era pura Spinal Tap, quasi oltre la parodia. Persino Ted Nugent, che di modestia non ha mai sofferto, raccontò di essersi limitato ad aspettare istruzioni e di essersi piazzato in fondo alla foto di gruppo, senza notare nessuno che spingesse per il primo piano. Don Dokken, dal canto suo, ammise di non riuscire a distinguere chi cantasse cosa nel risultato finale, tante erano le voci sovrapposte.
L’album uscì nel gennaio del 1986, mentre Stars arrivò come singolo in Gran Bretagna soltanto ad aprile, quasi un anno dopo la registrazione, frenato proprio da quella valanga di burocrazia e autorizzazioni. Campbell è convinto che il ritardo abbia tolto al pezzo parte della sua spinta. Il singolo arrivò comunque al numero 26 in Gran Bretagna e al 39 in una delle classifiche di Billboard negli Stati Uniti. Ad accompagnarlo c’erano un documentario sulle sessioni e l’album, che accanto a Stars raccoglieva brani di Accept, Kiss, Motörhead, Rush, Scorpions, Y&T, dello stesso Dio e perfino della Jimi Hendrix Experience.
Qualcuno storse il naso sul testo. “We are stars” suonava come l’autocelebrazione di ricchi divi del rock. Dio chiarì che il senso era ribaltato: siamo tutti stelle e tutti uguali, quindi nessuno dovrebbe morire di fame. Sul piano pratico, Hear ‘n Aid raccolse circa un milione di dollari nel primo anno e Wendy Dio stima che il totale abbia poi superato i tre milioni. Avendo imparato dalla lezione di Band Aid, i cui fondi erano in parte finiti sprecati nella corruzione dei governi locali, gli organizzatori scelsero di non spedire denaro contante. Comprarono e inviarono macchinari agricoli. Nel 2004 lo speciale di VH1 sui cento momenti più metal di sempre mise Stars al primo posto, davanti perfino alle corna di Dio e a This Is Spinal Tap.
Riascoltato oggi, il brano regge soprattutto per come è costruito: le voci che si rincorrono nelle strofe, il muro corale del chorus che nasconde i singoli dentro l’insieme e quella staffetta di assoli che ne è il vero motore, ogni chitarrista con pochi secondi per dire la sua prima di passare il testimone. La versione estesa da sette minuti resta il modo migliore per sentirla per intero. Il 26 luglio del 1986 alcuni dei protagonisti tornarono a cantarla insieme come bis del concerto di Dio all’Irvine Meadows, in California, ultima volta che quel coro si ricompose dal vivo.
Quel che rimane, alla fine, è la fotografia di una serata in cui quaranta persone abituate a stare al centro del palco accettarono di sparire dentro un coro. Chi volesse rivivere quei giorni dalla voce di chi li ha attraversati li ritrova in Rainbow in the Dark, la splendida e intima autobiografia di Ronnie James Dio scritta con Mick Wall e completata da Wendy dopo la sua morte, uscita nel 2021. Ronnie si sofferma su Hear ‘n Aid con un affetto particolare e racconta senza giri di parole quanto fosse stato raro, in quegli anni, vedere il metal mettersi al servizio di qualcosa più grande di sé.
Fonti: Ronnie James Dio con Mick Wall e Wendy Dio, Rainbow in the Dark; Classic Rock / Louder; Parade; Ultimate Classic Rock; Wikipedia.




