Alice Cooper e i suoi serpenti: il caso Julius Squeezer
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Il ratto doveva essere la colazione, non l’avversario. Era vivo, come da prassi per un boa constrictor abituato a uccidere quello che mangia, e lo calarono nella teca come ogni giorno. Quella mattina la routine si spezzò: il roditore reagì e morse. Era il 5 giugno 1977 e Julius Squeezer, il serpente che da tempo divideva il palco con Alice Cooper, finì così: ucciso dal proprio pasto.
Alice Cooper, all’anagrafe Vincent Damon Furnier, classe 1948, aveva fatto del rettile vivo un ingranaggio immancabile del proprio show fin dai primi anni Settanta. Il boa, arrotolato intorno al collo, era diventato un’immagine riconoscibile quanto la ghigliottina e il trucco nero agli occhi. Non era un vezzo qualsiasi: faceva parte del teatro dell’orrore che Cooper aveva costruito spettacolo dopo spettacolo, dentro una produzione che somigliava alla logistica di un circo.
La reazione di Alice alla morte di Julius lasciò trasparire un filo di commozione. Aveva perso comunque un compagno di scena. All’ironia, però, ci arrivò anche questa volta. Era il suo modo di elaborare le cose, soprattutto quelle a cui teneva: prima la distanza, poi la battuta. Disse che era stato come venire azzannato dai cereali del mattino. Cooper guardava il proprio caos da vicino, con l’occhio di chi quel caos lo aveva messo in scena.
Il problema, al di là della battuta, diventò concreto. Il serpente era una presenza centrale dello show e la sua perdita cadeva nel mezzo di un periodo fitto di date. Alice organizzò delle audizioni e scelse un nuovo boa, questa volta una femmina chiamata Angel. Angel non rimase un nome qualsiasi: lunga circa tre metri, comparve quello stesso anno nello speciale televisivo Alice Cooper and Friends e tornò ad avvolgersi intorno al collo del suo padrone. Cooper raccontò più volte quanto i boa avessero una testa propria sul palco: si muovevano a piacimento e a lui toccava improvvisare la posizione, sera dopo sera.
Julius Squeezer, con ogni probabilità, non fu un solo serpente. È il dettaglio che ridimensiona la leggenda senza toglierle fascino. Secondo chi curava i rettili nei tour, il nome nacque da un concorso radiofonico ed ebbe vita breve. Da lì in poi, serpenti diversi salirono sul palco con nomi intercambiabili, a seconda di cosa serviva quella sera. Non è un caso che lo stesso nome ricompaia in resoconti di tour di fine anni Ottanta, ben oltre quel 5 giugno 1977. Il rettile sul palco era una funzione di scena. I nomi gli giravano intorno.
Ecco perché le storie di fughe attribuite ai suoi serpenti si accavallano e a volte si smentiscono. La più celebre la raccontava lui stesso. Aveva messo una delle sue serpi nella vasca da bagno di un hotel, perché amava nuotare. Al mattino era sparita: infilata nello scarico di un water senza coperchio, in un albergo appena costruito. Riemerse due settimane dopo, in un altro bagno, sopravvissuta nelle tubature mangiando i ratti delle fognature. L’ospite di quella stanza era il cantante country Charley Pride, lanciato anni prima proprio da un brano sui serpenti che strisciano nel buio, The Snakes Crawl at Night. Una coincidenza che Cooper amava sottolineare e che ha ripetuto nelle interviste, lasciando che il dettaglio facesse tutto da solo.
Le fonti divergono su quale serpente fosse il protagonista di quella fuga. In alcune versioni è Yvonne, un boa femmina di circa quattro metri. In altre Chichita, sparita nelle fogne di New York. In almeno un racconto dello stesso Cooper, proprio Julius Squeezer. In un mondo dove i nomi si scambiano e i confini tra animale, elemento scenico e mito promozionale sfumano, anche la cronaca diventa elastica.
Viaggiare con i serpenti non era semplice. Qui i documenti parlano chiaro. Ancora nel 1977 il Canada respinse Angel alla frontiera e Cooper dovette procurarsi un sostituto una volta passato il confine. Niente di romanzesco: regolamenti sulla fauna, controlli, procedure. Il mondo ordinario si inceppava davanti a una presenza che non rientrava in nessuna casella. Era lì che il teatro di Cooper funzionava davvero: nello scontro tra le regole dello show e quelle del mondo fuori dal palco.
Resta il finale, documentato e privo di abbellimenti. Un boa che muore mordendo male la propria colazione, una mattina di giugno del 1977, dentro una macchina da tournée che il giorno dopo ripartì come se niente fosse. Nessun regista avrebbe osato scrivere una scena del genere, per un animale che aveva passato la carriera avvolto al collo dell’uomo che aveva trasformato lo spavento in spettacolo.
Per chi voglia sentire la voce diretta di Alice Cooper su quegli anni, l’autobiografia Golf Monster, pubblicata nel 2007 e scritta con i gemelli Keith e Kent Zimmerman, resta il punto di partenza: il racconto in prima persona del personaggio e dell’uomo che lo abita, serpenti, ghigliottine e tutta la sua arte.
Fonti: Alice Cooper, Golf Monster; Classic Rock / Louder; Ultimate Classic Rock; Wikipedia.