C’è un cassetto, in camera mia, che resta chiuso quasi sempre. Non lo apro perché so che contiene carte e documenti del mio passato che raramente mi servono ma quel giorno ho fatto un’eccezione. Cercavo tutt’altro e tra una cartelletta e l’altra sono spuntate alcune fotografie un po’ sfocate datate sul retro 1990. Mi vedo comparire: capelli discutibili per gli standard di oggi, un paio di occhiali tondi e massicci con la montatura marrone in tartaruga, in piedi tra gli scaffali di un laboratorio di elettrotecnica con un oscilloscopio acceso al mio fianco e la traccia verde di un’onda sullo schermo. A scattare fu probabilmente un compagno di classe e subito mi chiedo chissà dove sia finito oggi.
È bastato un secondo per tornare indietro di trentacinque anni. Erano gli anni dei miei studi in elettronica prima e in informatica poi, tra l’odore acre dello stagno fuso e i circuiti stampati che maneggiavo da studente un po’ distratto. Ho pensato subito che da quella foto potesse nascere un pezzo per il blog.
Quella foto è il motivo per cui questo articolo esiste. Guardandola ho ripensato al wah wah, al Cry Baby, al pedale che piange e che avevo imparato a rispettare tra un manuale di elettrotecnica e una lezione di elettronica digitale, senza mai suonarlo davvero: ero batterista, non chitarrista. Eppure quel suono mi era rimasto addosso come un’eco, sullo sfondo di ogni disco hard rock ascoltato in quegli anni, ancora prima di sapergli dare un nome. La storia di quella scoperta comincia lontano da qui, in un pomeriggio del 1966, dentro un capannone della Thomas Organ Company.
Brad Plunkett non stava cercando di inventare niente di rivoluzionario. Voleva solo risparmiare qualche dollaro su un circuito. Ingegnere junior alla Thomas Organ Company nel 1966, aveva ricevuto un incarico apparentemente banale: sostituire il costoso commutatore Mid Range Boost a tre posizioni, montato negli amplificatori Vox su licenza britannica Jennings, con un economico potenziometro. Doveva solo abbassare i costi della nuova linea solid state destinata al mercato americano, il Super Beatle, pensata per cavalcare la popolarità del marchio Vox legato ai Beatles. Un lavoro di contabilità tecnica, niente di più. Invece, durante i test sul banco, girando la manopola mentre un collega suonava, sentì qualcosa che nessun circuito di controllo tono aveva mai prodotto prima: un suono che si apriva e si chiudeva su se stesso, quasi imitasse una vocale pronunciata a bocca aperta e poi chiusa.
Warwick Electronics, la società madre che possedeva sia Thomas Organ sia i diritti americani su Vox, aveva puntato tutto su quella linea di amplificatori economici. Il capo ingegneria Stan Cuttler aveva assegnato il compito a Plunkett proprio perché la sostituzione del commutatore sembrava un dettaglio secondario. Nessuno, in quel momento, immaginava che da un risparmio sui componenti sarebbe nato uno degli effetti più imitati della storia della chitarra elettrica. Al banco di prova, insieme a Plunkett, c’erano altri tecnici della Thomas Organ, tra cui il polistrumentista Bill Page. L’assistente John Glennon fu incaricato di recuperare un pedale del volume preso da un organo Vox Continental. Il circuito bread-board di Plunkett venne montato dentro quel guscio, così il musicista poteva azionarlo con il piede senza staccare le mani dallo strumento.
Nel brevetto compare anche il nome di Lester Kushner, ingegnere della Thomas Organ che affiancò Plunkett nella stesura della domanda. Il documento fu depositato il 24 febbraio 1967 e descriveva un circuito a variazione continua controllato dal piede per strumenti musicali. Il brevetto americano, il numero 3.530.224, venne concesso solo il 22 settembre 1970, quando ormai il mercato era già pieno di copie e imitazioni impossibili da inseguire legalmente.
Alla Thomas Organ, però, non capirono subito cosa avessero tra le mani. Il presidente Joe Benaron era convinto che il pedale sarebbe piaciuto ai fiati, non alle chitarre e strinse un accordo di licenza con il trombettista Clyde McCoy, che era noto per l’uso della sordina. Nacque così il primo modello commerciale, il Vox Clyde McCoy Wah-Wah Pedal. I primi esemplari portavano persino l’immagine di McCoy stampata sul fondo, poi sostituita da una semplice firma. McCoy non aveva avuto alcun ruolo nella progettazione, il suo nome serviva solo a vendere.
Fu Del Casher, che lavorava come dimostratore e polistrumentista alla Thomas Organ, a intuire che l’azienda stava sbagliando strada. Quella, disse a Benaron, era roba da chitarristi, e per dimostrarlo nel marzo del 1967 incise un demo a 45 giri intitolato Crybaby, registrato a Hollywood, in cui faceva scorrere il pedale dal blues al jazz, passando per imitazioni di sitar e persino il ruggito di una tigre. Fu quel disco a convincere l’azienda a puntare sui chitarristi, e fu sempre in quel periodo che qualcuno, ascoltando il pedale urlare, disse che sembrava un bambino che piange. Il nome Cry Baby nacque così, quasi per caso, proprio come il circuito che lo aveva generato e venne usato per il mercato statunitense in parallelo al modello Vox V846 venduto nel resto del mondo.
Thomas Organ, però, non registrò mai correttamente il marchio Cry Baby. Fu un errore burocratico che costò caro, perché in pochi mesi il mercato si riempì di imitazioni con nomi improbabili, dal Waa-Waa Pedal della Targ & Dinner al Nu-Wa Fuzz della Rosac, fino al Wah Face della Dallas Arbiter. La produzione originale, intanto, si spostava tra Sepulveda in California e Chicago, con una parentesi italiana affidata alla fabbrica Eko e poi, dal 1969, alla JEN Elettronica, che costruì anche versioni con marchio Fender e Gretsch usando lo stesso circuito con componenti diversi. Sono proprio quegli esemplari italiani, con i loro induttori particolari, a essere oggi i più ricercati dai collezionisti.
Il salto di qualità arrivò quando la chitarra rock scoprì cosa poteva fare con quel pedale. Eric Clapton lo usò nel 1967 con i Cream su Tales of Brave Ulysses, mentre Jimi Hendrix lo portò su Burning of the Midnight Lamp nello stesso periodo. Fu però Voodoo Child (Slight Return) a trasformare il wah in un linguaggio a tutti gli effetti: bastano pochi secondi di introduzione per sentire come il pedale diventi una frase vera e propria, capace di anticipare il brano prima ancora che entri la sezione ritmica. Secondo il racconto dello stesso Del Casher, fu Frank Zappa a far conoscere il pedale a Hendrix. La consacrazione definitiva arrivò comunque nel 1969, sul palco di Woodstock, dove il pubblico si chiedeva come Hendrix riuscisse a tirare fuori dalla chitarra quel suono quasi vocale.
C’era, va detto, un problema tecnico che raramente viene raccontato quando si parla di quegli anni pionieristici. I primi Cry Baby uscivano dalla catena di montaggio con una qualità tutt’altro che costante: i componenti variavano da esemplare a esemplare e due pedali della stessa serie potevano suonare in modo diverso. Lo stesso Hendrix, secondo quanto riportato dalla Dunlop nella storia ufficiale del pedale, dovette provare sei o sette esemplari prima di trovarne uno che rispondesse davvero come voleva.
Vale la pena capire cosa succede davvero dentro quel guscio, perché la sua magia ha una spiegazione elettronica precisa. Il Cry Baby è un filtro che segue il movimento del piede, spostando su e giù la frequenza che amplifica. Il centro si trova intorno ai 750 Hertz, la zona in cui l’orecchio percepisce meglio la voce del wah, con un’escursione che va dai 450 Hertz in tacco ai 1.600 Hertz in punta. Le frequenze selezionate vengono amplificate fino a 18 decibel, mentre le altre restano attenuate. Il principio è semplice: bastano un potenziometro e un condensatore per trasformare il piede in una sorta di laringe meccanica, capace di modulare il suono come farebbe una voce.
Negli anni successivi il pedale continuò a diffondersi ovunque. Jimmy Page lo usò su Dazed and Confused dei Led Zeppelin, contribuendo a renderlo un colore fondamentale dell’hard rock degli anni Settanta.
Il declino commerciale della Thomas Organ arrivò nel 1981, quando l’azienda chiuse i battenti e la produzione del Cry Baby si fermò. Sembrava la fine della storia. L’anno seguente, invece, Dunlop Manufacturing rilevò il marchio rimasto orfano proprio a causa della mancata registrazione originaria e lo rilanciò da zero. Gli ingegneri Dunlop passarono al setaccio ogni componente, potenziometri, interruttori e induttori, imponendo un controllo di qualità che il pedale originale non aveva mai conosciuto. Nacque così il GCB95, il Cry Baby Standard Wah, che diventò rapidamente lo strumento più venduto della sua categoria in assoluto.
Oggi, per la maggior parte dei chitarristi, dire wah wah o dire Cry Baby è la stessa cosa. Poche invenzioni tecniche riescono a diventare sinonimo della categoria che hanno fondato. Il Cry Baby ci è riuscito partendo da un tentativo di risparmiare pochi dollari su un amplificatore, passando per un demo registrato a Hollywood e per un nome trovato quasi per gioco. Chi vuole ripercorrere questa storia più da vicino può recuperare il documentario Cry Baby: The Pedal That Rocks the World, dove lo stesso Plunkett racconta in prima persona il momento in cui, senza saperlo, cambiò per sempre il modo in cui la chitarra elettrica avrebbe potuto piangere.
Ho guardato ancora una volta quella fotografia. Il ragazzo con gli occhiali tondi e l’oscilloscopio acceso non sapeva niente di tutto questo, eppure quel suono lo stava già aspettando da qualche parte, pronto a raggiungerlo poco dopo in sala prove. Gli ho sorriso, ho rimesso la foto nel cassetto insieme al resto del mio passato e l’ho richiuso, lasciando la traccia verde a lampeggiare ancora, da qualche parte, in un pomeriggio di una vita fa.

