Hardigor
hardigor.com/ Intervista/ 2026

Intervista aNick Mason

«Living Dead Drummer» — versatilità e precisione dietro i tamburi, da New York a Los Angeles: l'industrial dei FleischKrieg, il rock di Jason Charles Miller, il teatro degli Street Drum Corps e presto in Italia opening act dei Faster Pussycat.

Nick "Living Dead Drummer" Mason
Photo per gentile concessione Nick Mason

Oggi, sulle onde sonore e sulle pagine di hardigor.com, siamo entusiasti di ospitare un musicista che ha fatto della versatilità e della precisione il proprio marchio di fabbrica: Nick "Living Dead Drummer" Mason.

Dalle sue profonde radici nella scena di New York fino all'esplosione sotto le luci sfavillanti di Los Angeles, Nick ha costruito una carriera poliedrica, muovendosi senza sforzo tra il taglio industrial dei FleischKrieg, il rock profondo di Jason Charles Miller e le esibizioni teatrali degli Street Drum Corps. Oltre a essere un'assoluta forza della natura dietro i tamburi, Nick è una voce di primo piano nella comunità dei batteristi grazie al suo seguitissimo podcast, Batter Heads.

In questa chiacchierata abbiamo scavato a fondo nel suo percorso: dagli esordi in una famiglia immersa nelle percussioni fino alla sfida continua di preservare un'identità sonora inconfondibile attraverso progetti e stili molto diversi.

Hardigor

Benvenuto su hardigor.com, Nick!

Nick Mason

Grazie per l'invito. Sono davvero felice di poter scambiare due chiacchiere con te.

Hardigor

Per me è un vero piacere, Nick. Aver trovato il tempo tra tutti i tuoi tanti impegni sia in studio che live, non deve essere stato semplice. Gli ascoltatori ne saranno felici. Questa conversazione per me è davvero speciale, perché la batteria è stata il mio primo amore per molti anni. Crescere nella periferia di Buffalo, nello stato di New York, in una famiglia colma di batteristi deve averti allenato l'ascolto fin dall'inizio. Quando è avvenuto il cambiamento? Quando suonare la batteria è passato dall'essere una tradizione di famiglia al consolidarsi della tua carriera professionale?

Nick Mason

Mi sono formato sin da subito, nel senso che da bambino avevo un rullante in casa e un secchio colmo di bacchette ma non sapevo veramente suonare: era semplicemente un qualcosa legato alla mia famiglia. Il rullante mi era giunto in dono da mio zio quando avevo, credo, due anni, per Natale o per il compleanno. Lui militava in un gruppo rock durante i primi anni ottanta: io facevo partire la cassetta della sua band e picchiavo sulla pelle del rullante a tempo di musica ma senza sapere bene cosa stessi facendo. Poi, intorno ai nove o dieci anni, ho deciso che volevo imparare a suonare seriamente. In casa mia funzionava così: se volevi fare una cosa, dovevi impararla nel modo corretto perciò non sono mai stato un autodidatta. Ho manifestato quindi il desiderio di imparare lo strumento e mia madre ha subito tagliato corto: 'Va bene, allora prenderai lezioni'. Da quel momento ho cominciato a studiare con il direttore della banda della mia scuola, sono entrato nelle loro fila e nell'orchestra dell'istituto. Ho preso anche lezioni private individuali, nel pomeriggio, una volta terminate le ore di scuola.

Il momento in cui tutto questo è diventato qualcosa di vicino a una carriera vera e propria, o quantomeno il proposito di farne una professione, è arrivato probabilmente durante il liceo. È proprio lì che ho deciso di abbandonare la banda e l'orchestra per concentrarmi sulla batteria rock e sul tipo di musica che mi piaceva ascoltare. Ho cercato compagni con i miei stessi interessi: 'Quel ragazzo della mia classe di matematica suona la chitarra, potrebbe venire a casa mia per suonare un po' insieme', cose del genere. Provavamo ad applicarci su ciò che amavamo davvero all'epoca come heavy rock, Metallica, Aerosmith e gruppi del genere. È stato proprio allora che ho cominciato a desiderare con tutto me stesso di farne un mestiere vero e proprio. Tutti cresciamo con il sogno di stare in una band, firmare un contratto discografico e diventare una grande rockstar. Credo che, da ragazzo al liceo, ciò che alimentava quel sogno fosse soprattutto vedere i propri idoli in TV. Restavo incollato a MTV a guardare gli ultimi videoclip usciti e adoravo quando trasmettevano le interviste agli artisti. Poi, verso la fine degli anni novanta, VH1 ha lanciato una serie intitolata Behind the Music, con documentari su band e musicisti famosi. Durante le puntate, non solo potevi guardare le loro interviste, ma anche scoprire come erano nate quelle band, dalle umili origini fino alla loro ascesa e al successo. La cosa mi affascinava moltissimo dicendomi spesso: 'Ecco, è questo che voglio fare nella vita'.

Hardigor

Lasciare la East Coast per buttarsi nella scena californiana è un vero banco di prova per qualsiasi musicista. Com'è stato per te, personalmente, quel periodo iniziale di "gavetta", e in che modo pensi abbia plasmato quell'etica del lavoro solida come la roccia che tutti oggi riconoscono nelle tue esibizioni dal vivo?

Nick Mason

Il mio trasferimento in California, all'inizio, è nato da una necessità. Ero arrivato a un punto in cui era ormai evidente che, con ambizioni e obiettivi in grande per la tua carriera, dovevi puntare ai mercati importanti. Difficilmente vieni scoperto dal nulla e catapultato sui palchi più caldi del mondo se te ne stai da qualche parte nell'America profonda dove nessuno, nei giri giusti, sa chi sei. Almeno, questo non allora perché erano i tempi prima di YouTube e dello streaming video. Oggi sembra che possa accadere davvero ovunque e non è più indispensabile trovarsi in una grande piazza come Los Angeles o Nashville. All'epoca, quando mi sono trasferito in California, in un certo senso dovevi essere sul posto perché le cose accadessero. Avevo già una buona etica del lavoro: molto dedito alla mia arte e credo che trasferirmi non abbia fatto altro che rafforzare e alimentare ancora di più questo atteggiamento, perché sapevo bene a cosa andavo incontro. Il terreno era già stato tastato, per così dire: avevo iniziato a volare in California abbastanza spesso per capire come girasse nell'ambiente cominciando a suonare con alcuni musicisti di Los Angeles. Prendevo l'aereo per fare una serata o delle prove con loro cominciando a entrare nel meccanismo. Così, quando ho fatto il grande passo e mi sono trasferito davvero qui, sono partito subito a pieno regime. Avevo già un gruppo di musicisti con cui avevo lavorato in precedenza e conoscevo parecchia gente del giro, quindi è stato abbastanza facile ingranare. Sono stato anche molto fortunato: durante le prime tre o quattro settimane dal trasferimento a Los Angeles mi è capitato di trovare una nuova scuola di musica che stava per aprire e cercava docenti. Insegnavo musica già da diversi anni a casa, a Buffalo, nello stato di New York, ed era una cosa che mi piaceva fare. Entrare fin dall'inizio in una scuola di musica nuova di zecca è stato un tempismo perfetto, un'occasione ideale e mi sono detto: 'Bene, ora ho un'entrata discretamente stabile mentre cerco di farmi strada nella scena locale, creare contatti e ottenere ingaggi più importanti'. Come dicevo, avevo già diversi amici musicisti che vivevano qui da anni: appena arrivato, mi tempestarono di chiamate per dirmi 'Ehi, stasera suono, fai un salto, sali sul palco e conosci un po' di gente', oppure 'Ehi, vieni a cena con me stasera, ti presento qualcuno'. Insomma, quando sono arrivato qui partivo già con un piccolo vantaggio.

Hardigor

Lavorare come musicista a Los Angeles richiede tantissima energia e capacità di adattamento. Quali sono le differenze più grandi che hai notato tra le tue prime sessioni in studio e l'energia grezza dei concerti nei club? In che modo passare continuamente dalla precisione richiesta in studio al calore del palco dal vivo ha contribuito ad affinare e a plasmare il tuo stile?

Nick Mason

Palco e studio possono essere davvero molto diversi, quindi ho cercato di colmare il più possibile questa distanza. Come dicevi nella domanda, in studio serve una precisione minuziosa perché sei sotto la lente d'ingrandimento: se colpisci un tamburo anche solo in modo leggermente diverso rispetto a poco prima, si sente. Devi quindi essere accurato, precisissimo e molto consapevole delle dinamiche. Forse per qualcuno tutto questo potrebbe passare un po' in secondo piano durante le esibizioni dal vivo, perché in quel frangente, spesso, ci si lascia trasportare dall'adrenalina, dall'emozione pura e dall'energia del pubblico. Io, invece, cerco di tenere sempre le mani saldamente al volante e di mantenere una mente lucida quando sono dal vivo.

Le mani sempre saldamente al volante.

Mi piace mantenere il pieno controllo e portare quella stessa precisione dallo studio anche dal vivo. Magari muovo le braccia in modo più coreografico, faccio un bel po' di headbanging e cerco davvero di fare spettacolo, di trasmettere al pubblico che mi diverto a fare quello che faccio ma sempre restando attento e preciso come in sala. La differenza più grande sta che dal vivo tutto vola via in fretta: stai suonando un pezzo e, boom, in pochi minuti è già concluso, passi al successivo e quello che è stato è stato. Lo studio, invece, è un'arma a doppio taglio: puoi essere un po' più rilassato perché, se ti scappa un piccolo errore, puoi tornare indietro e correggerlo. In fondo, però, speri che questo non accada: non vuoi che gli errori nascano. Se si presentano, però, sei in grado di rimediare. Il problema è che è anche molto facile cedere sotto quella pressione. Sei poi consapevole che lo studio in cui ti trovi si paga caro e ad ore. Il tempo è denaro e tutti desiderano chiudere il lavoro nel modo più rapido ed efficiente possibile. Se hai uno studio tutto tuo, come l'ho avuto io per moltissimi anni, quella pressione sparisce del tutto: se voglio restare lì a fare quattordici take di un singolo fill finché non esce esattamente come lo desidero, posso farlo senza nessuno con il fiato sul collo, perché sto usando il mio di tempo. Se invece sei in un altro studio, magari affittato dall'artista per cui suoni o dalla band con cui collabori, pagando tariffe orarie, l'orologio corre veloce e devi essere molto attento. Sei tenuto a portare a casa il risultato a un livello molto alto e serve efficacia, una... qual è la parola che cerco... insomma, una qualità molto, molto alta. Ti viene richiesto il meglio di te in assoluto, il tuo 100% ma lo vogliono all'istante, subito, perché stanno spendendo un sacco di soldi per il progetto e bisogna portare a termine la cosa.

Hardigor

Lars Ulrich e John Tempesta sono influenze ben note sulla tua base tecnica. Andando oltre quei nomi iconici, quali altri batteristi hanno avuto un ruolo chiave nel plasmare la fisicità e la precisione del tuo groove attuale?

Il batterista Nick Mason
Photo per gentile concessione Nick Mason
Nick Mason

Beh, già il fatto che tu sappia chi sono due delle mie più grandi influenze, cioè Lars Ulrich e John Tempesta, è un qualcosa di piuttosto sorprendente. Devo averne parlato da qualche parte, magari in un'altra intervista ma su due piedi non saprei dirti dove e quando. È comunque vero: loro sono i miei punti di riferimento, le mie influenze più grandi in assoluto. Amo la potenza e l'energia pura di Tempesta e ho sempre adorato il suono della sua batteria, specialmente in alcuni di quei dischi di Zombie degli anni novanta. Lo stesso vale per Lars con i Metallica: ha il miglior suono di batteria del pianeta oltre a un'energia e a una presenza sul palco davvero straordinarie. Potrei stare a guardarlo suonare per ore e ore. Oltre a loro, da ragazzo ho tratto molta ispirazione anche da Joey Kramer degli Aerosmith: è stato veramente influente per me. Adoravo il suo modo di suonare. In un certo senso devo a lui il modo in cui ho imparato a costruire un brano, o quantomeno a scriverne le parti di batteria. I pezzi degli Aerosmith erano sempre molto strutturati, con una chiarezza assoluta. Questa è la strofa, questo è il chorus, questo è ciò che sta in mezzo. Il modo in cui Joey Kramer si muoveva tra quelle sezioni mi ha insegnato come fare. 'Ok, nella strofa magari suona un po' più piano sull'hi-hat. Se c'è un pre-chorus, apri leggermente l'hi-hat. Nel chorus passa al ride e poi, attenzione, c'è un doppio chorus in chiusura, l'energia deve salire, quindi magari tieni il tempo sul crash, oppure metti degli accenti di crash sul due e sul quattro insieme al rullante durante il penultimo chorus, per amplificare davvero l'energia.' Ascoltarlo suonare mi ha insegnato a strutturare la batteria quando mi capita di dover inventare una parte specifica per un pezzo. Tutto riconduce ai dischi degli Aerosmith e a ciò che Joey Kramer ci ha costruito sopra. Un'altra grande influenza sul piano della presenza scenica, esattamente come guardare Lars Ulrich, è stato Shannon Larkin, ai tempi dei Godsmack. La prima volta che li ho visti dal vivo, in realtà aprivano per i Metallica. Mi trovavo in prima fila ed era la prima volta che vedevo suonare Shannon: sono rimasto a bocca aperta.

Sembrava un elastico umano.

Quel ragazzo sembrava un elastico umano e non riuscivo a credere all'energia che aveva, né a come riuscisse a non farsi male al collo o alla schiena suonando in quel modo per tutto lo show. Posso paragonarlo a Angus Young degli AC/DC. Come Angus non smette un attimo di fare headbanging, muoversi, pestare i piedi e correre per il palco per tutto il concerto, così Shannon non si fermava mai. Fa un sacco di movimenti ampi con le braccia, da cui ho sicuramente attinto nel mio modo di suonare. Ho avuto il piacere di conoscerlo una volta e gliel'ho detto: 'Amico, ti copio spudoratamente. Ti ho visto colpire un piatto in un certo modo, invece che come si farebbe di solito e ho pensato: che figata, potrei farlo anch'io.' Poi, negli anni, in quella lista di influenze sono entrati anche altri batteristi. Sono sempre stato un grande fan degli Alice in Chains e Sean Kinney è semplicemente un batterista fenomenale. Adoro la sua precisione, per giunta suona un enorme set rock, con fusti di grandi dimensioni e bacchette grosse e pesanti: tirare fuori quella precisione da una bacchetta di quel peso è un'impresa unica. Ha sempre avuto, poi, suoni di batteria incredibili. Adoro come suona in quei dischi plasmando in parte il tipo di piatti che avrei usato o i rullanti che avrei scelto per certi ingaggi. Tutto questo deriva direttamente dal suono della batteria di Sean. Quindi sì, prendo e combino cose diverse: da uno prendo la presenza scenica, da un altro il backbeat e il groove, da un altro ancora la struttura del pezzo e da un altro ancora il suono. In pratica mescolo e abbino i miei batteristi preferiti.

Hardigor

Collaborare con artisti diversi significa cambiare continuamente mentalità per adattarsi a una vasta gamma di stili musicali. Dal taglio industrial dei FleischKrieg alle atmosfere rock con Jason Charles Miller, fino al mondo teatrale degli Street Drum Corps, hai attraversato un bel po' di terreno. Come adatti il tuo vocabolario ritmico e la configurazione della batteria per ogni progetto, continuando però a mantenere inconfondibile il tuo suono caratteristico? C'è mai stata una band o un artista che ti ha davvero spinto al limite?

Nick Mason

Mi piace suonare stili musicali diversi, anche se quasi tutti rientrano comunque nell'universo del rock. Difficilmente mi vedrai con un trio jazz o qualcosa del genere ma di sicuro esiste qualche contaminazione. A volte ti ritrovi a suonare con una band industrial, con un ritmo pesante in quattro quarti, senza troppi fronzoli, tutta potenza e vuoi far alzare la gente portandola a ballare. Altre volte ti capita qualcosa di più cupo e malinconico, che però rientra sempre nel rock, dove puoi comunque appoggiarti a un bel backbeat. Non saprei, è una domanda difficile perché, onestamente, se sto suonando la batteria mi sto divertendo. È questo il punto. Ho suonato per tante band e tanti artisti diversi e, non farò nomi, non tutti erano fantastici. Alcuni, all'epoca, li ho proprio detestati eppure tutto questo svanisce nel momento esatto in cui suono. Anche se non mi piaceva la persona che avevo davanti sul palco o la musica che stavo suonando, per tutto il tempo in cui appoggiavo la bacchetta sul rullante mi divertivo. Stavo bene.

Se sto suonando la batteria, mi sto divertendo.

Quando si tratta di adattare il set a tutto questo, cioè i componenti fisici veri e propri come l'attrezzatura da usare, parto sempre da una configurazione di base. È la stessa batteria che è rimasta nel mio studio per quindici anni: un set molto semplice con un paio di tamburi in più. Una batteria da sei pezzi: due tom sopra la grancassa, due timpani da terra, rullante, hi-hat, ride, due crash e un China, perché sono un grande appassionato del China. Poi, a seconda dell'ingaggio e di chi devo accompagnare, ascolto la loro musica, i loro dischi e il tipo di suono che ha la batteria. Quindi passo in rassegna i rullanti e i piatti che possiedo per trovare quelli che si avvicinano di più a ciò che sento nel disco. Parto da lì e ragiono così: 'Ok, questo è un rullante grosso, basso e profondo. Con cosa posso ottenere quel suono? Quale dei miei rullanti, con la pelle giusta e l'accordatura ideale, suonerà in quel modo?'. Oppure, se è un rullante più aggressivo: 'Quale dei miei è più adatto? Con quale posso avvicinarmi al suono presente nell'album?'. Faccio la stessa cosa anche con i piatti, seppur in misura minore. Il ride è praticamente l'unico che cambio, perché è il più caratteristico: puoi avere un ride sottile, basso e diffuso, oppure uno molto spesso e acuto, con un attacco di bacchetta ben definito. Così lo sostituisco un po' come faccio col rullante. Poi di nuovo, stessa cosa: ascolto il disco, la parte musicale dell'artista, e mi chiedo: 'Che tipo di ride dovrei usare per avvicinarmi al suono?'. Voglio approcciarmi a tutto con questo obiettivo: se entro in sala prove con una band per la prima volta, voglio suonare come nei loro dischi. Voglio che, alla fine delle prove, mi dicano: 'Sì, suonava proprio così su disco'. Questo è il mio scopo perché dare loro qualcosa di familiare elimina ogni riserva che potrebbero avere su di te quando entri in quella stanza. Spesso non sanno bene cosa aspettarsi o magari prevedono qualcosa e trovano altro. Quindi, l'idea è metterli a proprio agio offrendo loro una linea riconoscibile. Seleziono quindi rullanti e ride su questa base ma il resto del set, in realtà, rimane più o meno lo stesso. Uso gli stessi tom e la stessa grancassa per tutto, anche gli stessi crash. In studio uso hi-hat diversi rispetto al palco ma sostanzialmente è tutto qui: dal vivo ogni band si ritrova gli stessi hi-hat e gli stessi crash. Quanto alla configurazione del set, parto da un assetto con quattro tom, cassa, rullante, due crash e China facendo un inventario mentale di ciò che tocco davvero mentre suono la loro musica. Se me ne sto da solo in sala prove a suonare i loro pezzi mi chiedo: ho usato un terzo tom? Ho usato almeno il secondo tom? Mi serviva? Questo pezzo sarebbe più comodo con tre crash invece di due? Ho sentito un China da qualche parte? Avevo bisogno di colpirlo? Se la risposta a una di queste domande è no, quegli elementi spariscono. Se riesco a suonare tutti i pezzi che mi chiedono con una configurazione base alla Ringo, un tom sopra e uno sotto, due crash, ride e hi-hat, allora porto solo quello. Se in nessun pezzo c'è la doppia cassa, non porto il doppio pedale. Se in nessuno dei loro brani c'è un China, non lo porto. Se i pezzi si suonano tranquillamente con due soli tom, ne porto due. Se invece sento il bisogno di un secondo timpano da terra per ottenere quei suoni bassi e profondi che ci sono nel disco, allora me lo porto. Stesso discorso per un secondo tom montato: se per tutto me la cavo con un solo tom da 12 pollici, lo faccio, ed è ciò che succede il più delle volte ma se hanno un paio di pezzi con un lavoro più articolato sui tom, dove si distinguono chiaramente tonalità diverse e capisci che sul disco probabilmente erano più di due, allora tiro fuori un secondo tom e lo monto. Insomma, porto solo l'essenziale per il lavoro. Il cuore del set, però, resta lo stesso. Anche la batteria in sé, come modello, non cambia. In studio preferisco i fusti in betulla: uso una Yamaha Recording Custom degli anni ottanta ed è quella che suono su ogni disco. È la batteria che hai sentito in tutto ciò che ho registrato negli ultimi quindici anni, salvo una o due piccole eccezioni. È la stessa grancassa su ogni disco, gli stessi tom su ogni disco. Negli ultimi nove anni, su ogni album a cui partecipo, senti esattamente gli stessi piatti: Paiste 2002, hi-hat Sound Edge da 14 pollici, crash 2002 da 19 pollici, tutti identici tra loro. Quindi, anche se nel disco senti tre o quattro crash, è sempre lo stesso modello: è solo che ne ho montati tre o quattro. Il rullante e il ride sono le uniche cose che cambio in studio.

Dal vivo faccio più o meno lo stesso. Ho una batteria in quercia, una Yamaha Live Custom Oak, che possiedo da dieci anni. L'ho usata in circa il 90% dei concerti che ho fatto, escluse le date in cui devo spostarmi in aereo o qualche occasione particolare. Se sono richieste le mie batterie per andare in tour, è sempre quel set Yamaha in quercia. Che suoni in un locale malfamato un giovedì sera da qualche parte a Los Angeles, è sempre lo stesso identico set. Quello che ho, in pratica, è una 'banca' di fusti, una shell bank: due grancasse, cinque tom, tutti di misure diverse. È quindi sempre la stessa batteria; magari mi vedi con una configurazione diversa ma sono tutti pezzi dello stesso modello e dello stesso colore. È un unico grande set da cui pesco a seconda del tipo di concerto.

Quanto allo spingersi oltre i limiti, per ciò che riguarda i fusti e l'attrezzatura non mi è capitato spesso che mi imponessero quali tamburi usare: di solito lasciano la scelta a me. Ma sì, ci sono stati casi in cui ci si è spinti oltre sul piano fisico e sul fronte delle richieste musicali: un artista vuole sentire qualcosa di preciso, e allora devi interpretarlo e capire esattamente cosa ti sta chiedendo. Oppure è qualcosa di semplicemente difficile da eseguire ma sai che è ciò che vogliono, e allora lo affronti con il lavoro di studio. Scrivo tutto, traccio gli schemi delle parti di batteria, poi mi ci siedo sopra, ci batto su e leggo la musica che ho scritto, cercando di inchiodare davvero ogni passaggio più complicato o difficile sul piano musicale su ciò che mi viene chiesto di suonare.

Hardigor

Prima di chiudere, grazie ancora per essere stato con noi su hardigor.com e con il pubblico del nostro podcast. Con il tuo calendario di tour fittissimo e il tuo podcast Batter Heads, pensi che un giorno avremo la possibilità di vederti fare una clinic o suonare un concerto qui in Italia? Ci piacerebbe moltissimo vederti dal vivo dalle nostre parti. Non vediamo veramente l'ora, a presto!

Nick Mason, Living Dead Drummer
Photo per gentile concessione Nick Mason
Nick Mason

Beh, è stato davvero un piacere. Non riesco a credere a quanto ti sia preparato. Questa è probabilmente una delle interviste più dettagliate che abbia mai fatto: conoscevi così tanti fatti e particolari su di me che mi sono chiesto: 'Ma dove ha trovato tutta questa roba?'. Comunque sì, sarò presto in Italia. Non so se farò delle clinic perché non credo che il programma me ne lascerà il tempo ma a settembre sarò in tour in Europa. In realtà farò due concerti a sera. La band principale del tour sono i Faster Pussycat: gente fantastica, con cui sono già stato in tour diverse volte in vari paesi. Abbiamo condiviso il palco a festival e in mille altre occasioni. Sono splendidi, quindi non vedo l'ora di tornare in viaggio e passare un po' di tempo con i miei amici. Suonerò la batteria per entrambi i loro gruppi spalla: ad aprire per i Faster Pussycat in questo tour europeo ci saranno i Blacklist Union, una rock band di Los Angeles e le Femme Fatale di Lorraine Lewis, un altro gruppo storico degli anni ottanta. Suonerò per tutte e due le formazioni: per le Femme Fatale, che aprono la serata, e per i Blacklist Union, supporto diretto ai Faster Pussycat. Insomma, a settembre ho il mio bel daffare. Il tour partirà dall'Inghilterra, credo il 2 settembre di quest'anno e toccherà diversi paesi. Faremo un giro nel Regno Unito, saremo in Scozia e in Inghilterra, poi l'Irlanda e da lì scenderemo verso Spagna e Germania. Chiuderemo con tre concerti in Italia, a fine settembre. Il 24 settembre saremo a Pisa; il 25, scusa, sto guardando il programma, saremo a Trieste; e il 26 settembre c'è l'ultima data, a Milano, allo Slaughter Club di Paderno Dugnano. Mi scuso se pronuncio male i nomi: il mio italiano non è un granché, mia nonna mi ha insegnato solo le parolacce, quindi se sbaglio il nome della città perdonatemi. Comunque tutte le date sono sul mio sito, livingdeaddrummer.com. Mi piacerebbe tantissimo averti a uno qualsiasi di questi tre show, se riuscirai ad esserci. Non so quale ti sia più comodo ma se riesci a venire ne sarei felicissimo e mi piacerebbe che venissero anche i tuoi ascoltatori. Sarebbe una vera gioia ricevere un riscontro dal vivo, se qualcuno di loro, dopo aver sentito questo podcast, decidesse di venire al concerto. Sarebbe fantastico fare due chiacchiere di persona e sentire cosa ne pensano e magari scoprire se trovano che ho una voce ridicola o roba del genere. Comunque, ripeto, tutte le date del tour saranno elencate su livingdeaddrummer.com. Anche sui social trovi le stesse informazioni: le date verranno pubblicate su Facebook e Instagram. Su tutte le piattaforme il mio nome utente è livingdeaddrummer, e da lì puoi sempre contattarmi. Non vedo l'ora di conoscerti di persona tra un paio di mesi o, a seconda di quando uscirà questo podcast, magari tra un paio di settimane. Ancora grazie mille per l'invito: è stato davvero un piacere. Lo apprezzo moltissimo.

26.09.2026
Milano
Slaughter Club — Paderno Dugnano · ingresso riservato ai tesserati ACSI

Nick alla batteria per entrambe gli opening: Femme Fatale (Lorraine Lewis) e Blacklist Union. Tutte le date su livingdeaddrummer.com

Biglietti
Faster Pussycat
Riflessione finale

Nick è stato veramente gentile e disponibile. Non dovremo quindi attendere molto per vederlo all'opera anche in Italia. A settembre le sue bacchette saranno in valigia per il tour europeo al fianco dei Faster Pussycat, una band che ha scritto la storia dello sleaze rock del Sunset Strip e che proprio quest'anno festeggia un traguardo da brividi: quarant'anni di carriera. Attenzione, però, perché come ci ha confidato lui stesso, non salirà sul palco una volta sola, ma due: lo troverete dietro ai tamburi per entrambe le formazioni di supporto, le Femme Fatale di Lorraine Lewis e i Blacklist Union. Una doppia razione di ottimo rock 'n' roll per ogni serata.

Femme Fatale — Lorraine Lewis Blacklist Union

Se l'intervista vi è piaciuta, lasciate un mi piace sul podcast e un commento nell'articolo. Vi aspetto su hardigor.com con sempre nuovi contenuti. Un abbraccio!

Podcast · Episodio speciale

Poco più sotto trovi la puntata speciale del podcast con l'intervista integrale direttamente dalla voce di Nick!

Continua a scorrere
hardigor.com · Intervista a Nick Mason livingdeaddrummer.com · @livingdeaddrummer

Segui Hardigor su Instagram