Alice Cooper: quando la finta morte rischiò di essere vera

Una ghigliottina su un palco davanti al pubblicoWembley, 7 aprile 1988, durante le prove del tour. La corda del boia scende sul collo di Alice Cooper come in centinaia di serate precedenti. Sotto i vestiti indossa un’imbragatura agganciata a un cavo che lo sorregge e la tiene allentata. Quella sera il cavo si spezza. Tutto il peso del corpo si rovescia di colpo sul cappio, che si stringe sotto il mento. In una frazione di secondo Cooper getta la testa all’indietro e il nodo gli scivola via prima di chiudersi del tutto. Crolla a terra con una bruciatura sul collo e i sensi che svaniscono, finché un roadie non si accorge che qualcosa è andato storto e corre a soccorrerlo. La finta impiccagione, ripetuta per anni senza mai pensare di sostituire quel filo, aveva appena rischiato di diventare vera.

Dietro quella scena c’è un patto che Vincent Damon Furnier aveva stretto col pubblico fin dall’inizio. Nato a Detroit il 4 febbraio 1948, l’uomo diventato Alice Cooper ha costruito la carriera su una promessa scomoda: morire in scena ogni notte, nel modo più spettacolare possibile, per tornare vivo la sera dopo e rifarlo da capo. La finta esecuzione non era un semplice contorno dello show. Era lo show.

Per capire quanto quel gioco fosse rischioso, conviene risalire alle sue radici. Cooper aveva preso esempio dal cinema horror che divorava da ragazzino, dal vaudeville con i suoi numeri da baraccone e dal garage rock più ruvido, mescolando tutto in un rock pensato per colpire lo spettatore allo stomaco. Quella passione non si è mai spenta: ancora oggi la sua ammirazione per Dario Argento lo porta a indicare in Suspiria il vertice del cinema del regista. I giornalisti lo hanno incoronato padrino dello shock rock, un’etichetta che ha una data di nascita precisa: nel dicembre del 1966 il critico Robert Shelton la usò per la prima volta parlando di Frank Zappa e delle sue Mothers of Invention, artisti che sul palco ribaltavano le regole a colpi di satira. Per anni quell’etichetta cercò un volto. Lo intravide in Arthur Brown con i capelli in fiamme, in Iggy Pop che si rotolava tra la folla, poi lo riconobbe in Cooper. Qualcuno aveva già giocato col macabro molto prima di lui. Screamin’ Jay Hawkins usciva da una bara e cantava dentro un microfono a forma di teschio, mentre Screaming Lord Sutch allestiva veri e propri numeri da casa degli orrori. Cooper però si spinse dove nessuno di loro era arrivato. Ripeté quella morte simulata ogni sera, città dopo città, per centinaia di date.

Un episodio spiega meglio di tanti discorsi come nacque la sua fama sinistra. Nel 1969, al Toronto Rock and Roll Revival, qualcuno lanciò sul palco un pollo vivo. Cooper, cresciuto in città e convinto che un pollo potesse volare, lo rilanciò verso la platea. Il pubblico lo fece a pezzi. La stampa trasformò l’accaduto nella leggenda di Cooper che gli staccava la testa a morsi e ne beveva il sangue. Il giorno dopo Frank Zappa, che lo aveva messo sotto contratto, gli telefonò per sapere se l’avesse ucciso davvero. Sentita la risposta, gli consigliò di non dirlo a nessuno: la gente adorava quella storia. Il gruppo capì al volo la lezione. L’attenzione morbosa dei giornali poteva tornare utile, così invece di smentire scelse di cavalcare quell’immagine e costruirci sopra un personaggio.

La svolta arrivò nel 1971. Durante il tour di Love It to Death debuttò la sedia elettrica. Con quello di Killer arrivò il patibolo. Alice veniva trascinato su un’impalcatura e infilato in un cappio mentre il pubblico invocava a gran voce l’impiccagione. Una botola si apriva sotto i suoi piedi e il corpo precipitava nel vuoto. A trattenerlo c’era un cavo di pianoforte agganciato all’imbragatura che indossava per tutto lo spettacolo, quasi impossibile da notare dalla platea. Le luci calavano di colpo, un rombo di tuono partiva dagli altoparlanti e l’esecuzione si compiva davanti a migliaia di persone. Funzionò così bene che la scena rimase negli anni, con quel patibolo diventato il momento più atteso di ogni concerto. Già nei primi anni Settanta, però, quel cavo aveva ceduto una prima volta: Cooper era scivolato fuori dal cappio ed era crollato a terra privo di sensi, vivo per miracolo.

Due anni più tardi, con il tour di Billion Dollar Babies del 1973, entrò in scena l’oggetto che sarebbe diventato il suo marchio di fabbrica. La ghigliottina fu costruita dall’illusionista James Randi, lo stesso che in seguito sarebbe diventato celebre per smascherare i finti sensitivi. Randi curava gli effetti speciali dello show, viaggiava con la tournée e vestiva i panni del boia incappucciato, azionando la lama ogni sera: Cooper non lasciava toccare quel congegno a nessun altro. Quella tournée portò il rock teatrale a un livello mai visto. Gli incassi superarono i record americani che fino a quel momento appartenevano ai Rolling Stones. Il palco a più piani era affollato di manichini e bambolotti decapitati, con una scena da incubo dal dentista completa di denti danzanti. A consacrarlo nella grande arte arrivò Salvador Dalí, che nello stesso anno realizzò un ritratto olografico tridimensionale del rocker, con tanto di simboli surrealisti e un cervello anatomico. Il ragazzo che guardava i film dell’orrore al cinema di quartiere posava ora per il più famoso pittore surrealista vivente.

Cooper infilava la testa nella ghigliottina e restava bloccato con il collo sotto la lama. Al segnale veniva liberata e calava di scatto, con una testa che rotolava nel cesto sotto gli occhi della platea. Nei numeri da baraccone a cadere sarebbe stata una testa di gomma preparata in anticipo. Da Randi accadeva il contrario: lì compariva la testa vera di Cooper, con il corpo che spariva verso il basso nello stesso istante. Vedere la sua testa e non un fantoccio rendeva la decapitazione terribilmente autentica. Per il pubblico era una scena dura da guardare. Come la lama vera venisse bloccata a un soffio dal collo restava il segreto di Randi, insieme alle sicurezze che ci aveva costruito dentro. Al suo cliente bastava una garanzia sola: non perdere la testa sul serio prima della fine del tour. Che fosse tutta un’illusione lo dimostrava Alice stesso pochi minuti dopo, quando risaliva in piedi a cantare la parte finale del pezzo. Non sempre, però, il margine fu così ampio: una sera la lama da diciotto chili lo mancò di una quindicina di centimetri.

La passione di Cooper per questi congegni veniva da lontano. Già ai tempi della scuola, con la band ancora chiamata Earwigs, sul palco girava una ghigliottina funzionante costruita da un amico del padre di uno dei ragazzi, dotata di fermi che ne bloccavano il taglio. Il gusto per la meccanica della morte inscenata era nato lì, in un cortile scolastico dell’Arizona, molto prima che diventasse un’industria da arene esaurite.

Il rischio reale restava nascosto al pubblico. Proprio per questo lo spettacolo funzionava. In platea si aveva l’impressione di assistere a un gioco controllato al millimetro, senza sospettare che chi recitava la parte del condannato potesse restarci per un guasto. Forche, lame e imbragature venivano montate, provate, smontate e ricaricate su un camion ogni sera, esposte all’usura del tour, alle vibrazioni del trasporto e alla fatica dei materiali. Ripensando all’incidente del cavo spezzato, Cooper ha ammesso di essersi sbagliato: ogni cosa ha un limite, anche se lui dava per scontato che quel filo durasse in eterno. Non durò. Da allora usa un cavo più robusto e il numero va ancora in scena. Cooper non ha mai nascosto che quel pericolo facesse parte del divertimento. Ha paragonato lo show al domatore chiuso in gabbia con una dozzina di tigri, dove c’è sempre la possibilità che una delle bestie non abbia capito le regole, o al funambolo sul filo, dove il pubblico sa che in un attimo potrebbe assistere a una tragedia. Voleva esattamente questa sensazione in ogni serata: che quella potesse essere l’ultima notte di Alice Cooper.

Un dettaglio ribalta tutta la storia. Più i politici e i gruppi di pressione cercavano di vietargli i concerti, più la sua leggenda cresceva. Nel 1972, in Gran Bretagna, il deputato laburista Leo Abse arrivò a chiedere che gli fosse vietato l’ingresso nel Paese, parlando di una cultura da campo di concentramento. Mary Whitehouse, la paladina del buon costume, fece pressione sulla BBC perché bandisse School’s Out. Il risultato fu l’opposto di quello sperato: ad agosto il singolo era primo in classifica. Cooper le mandò dei fiori per ringraziarla della pubblicità. I tentativi di censura davano ossigeno al fenomeno e alimentavano la curiosità della gente. Cooper finì in una spirale: più il suo teatro scandalizzava, più il pubblico lo voleva e più le macchine dovevano farsi spettacolari e, di conseguenza, rischiose. L’indignazione era benzina sul fuoco.

Sta tutta qui la natura dello shock rock di Alice. Più che un genere musicale, era un mestiere da palco che gli chiedeva di rischiare la pelle ogni sera, per centinaia di volte. Le canzoni facevano da colonna sonora a un gioco in cui non si capiva più dove finisse lo spettacolo e dove cominciasse il pericolo. Sapere cosa succedeva davvero sul palco cambia il modo di ascoltare quei dischi. Marilyn Manson, molti anni dopo, avrebbe ereditato quell’etichetta, con le regole di quel gioco già scritte su quei palchi tra lame vere e cavi che ogni tanto cedevano.

La lama, alla fine, tornava sempre su. Sera dopo sera Alice Cooper rinasceva davanti agli spettatori. Quella rinascita ripetuta era la parte più sottovalutata dello show. Non contava tanto la finta morte, quanto il fatto che sopravviveva a un meccanismo capace di tradirlo da un momento all’altro. Chi vuole conoscere la persona dietro il trucco e le macchine sceniche può aprire la sua autobiografia Golf Monster, uscita nel 2007, dove il padrino dello shock rock ripercorre tutta la sua storia: l’ascesa, la caduta nell’alcol, la lenta risalita, fino al Cooper di oggi che sceglie ancora di farsi decapitare in scena ogni notte per rialzarsi subito dopo. La sopravvivenza, si scopre leggendolo, è sempre stata il suo vero numero finale.

Fonti: Classic Rock / Louder; Far Out; Loudwire; NME; Rolling Stone; Ultimate Classic Rock; Wikipedia.

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