Alla stazione di Kudanshita, la sera del 25 febbraio 2025, la gente risaliva le scale della metropolitana nel freddo. Camminava in fila lungo il parco, passava sotto il portone di legno del castello imboccando il vialetto. In fondo compariva un tetto ottagonale che sembrava un tempio ma in realtà non lo era. Il Nippon Budokan venne costruito per il judo delle Olimpiadi del 1964 e da quasi sessant’anni ospita concerti rock. I primi a suonarci furono i Beatles, nell’estate del 1966, fra le proteste dei tradizionalisti convinti che il rock profanasse la casa delle arti marziali.
Da quell’estate era passato più di mezzo secolo. Quella sera, alla fine del concerto, quattro americani si presero per mano e si inchinarono, mentre la platea applaudiva con quel ritmo compatto e ordinato che a Tokyo somiglia a un battito cardiaco collettivo. Era l’ultima volta che i Mr. Big salivano su un palco, e avevano scelto proprio quello.
L’America li aveva premiati con un disco di platino e tre settimane al primo posto, poi aveva cambiato musica. Il Giappone li aveva portati in classifica con tutti e dieci gli album della loro carriera, dal 1989 al 2024, compresi quelli che in patria non entravano più fra i primi duecento.
Tutto era cominciato dall’altra parte dell’oceano. Nel 1988 Billy Sheehan lasciò la band di David Lee Roth per costruirsi un gruppo tutto suo. Chiamò Paul Gilbert, che nei Racer X suonava più veloce di chiunque altro. Venne chiamato Eric Martin, cresciuto sul soul, con una voce calda e leggermente ruvida agli antipodi dei vocalizzi acuti di moda in quegli anni: Sheehan l’aveva sentita in una registrazione con Neal Schon per una colonna sonora e non se l’era più tolta dalla testa. Sarebbe stato Martin, anni dopo, a dare del gruppo la definizione più precisa: i Rush con Otis Redding alla voce.
L’ultima telefonata convocò Pat Torpey dall’Arizona, reduce da un tour con Robert Plant. Fu Pat a dare un nome alla formazione, pescandolo da un pezzo dei Free. L’altra idea sul tavolo era “Red House” di Jimi Hendrix.
Torpey era la presenza più rara di quella stanza. Un batterista che non voleva competere, in una formazione dove gli altri due gareggiavano con il mondo intero. Avrebbe potuto unirsi alla corsa, la tecnica per farlo l’aveva ma scelse il contrario: mettersi al servizio del suono di tutti. Colpo pieno sul rullante, mano sinistra pulita, ghost note appena accennate a riempire gli spazi che gli altri due lasciavano liberi e la testa abbastanza sgombra da cantare i cori mentre i quattro arti tenevano ognuno la propria figura. Attorno si muovevano due funamboli, mentre lui reggeva la scala.
Il primo lavoro in studio uscì nell’estate del 1989. In ottobre la band scese per la prima volta dall’aereo a Tokyo. Nessuno dei quattro immaginava che avrebbero rifatto quel viaggio altre dodici volte. Nessuno immaginava che all’ultimo sarebbe mancato uno di loro.
Lean into It arrivò nei negozi nella primavera del 1991, con in copertina la locomotiva del deragliamento della Gare Montparnasse del 1895, ferma nel vuoto dopo aver sfondato la facciata della stazione.
Il disco si apriva con “Daddy, Brother, Lover, Little Boy”, e la prima cosa che entrava nelle orecchie era un trapano. Gilbert e Sheehan avevano fissato dei plettri al posto della punta di un Makita e lo passavano sulle corde, in apertura e poi di nuovo dopo l’assolo di chitarra. Il motore, quando si mollava il grilletto, rallentava invece di arrestarsi di colpo. I pickup raccoglievano quella discesa, e dalle casse usciva una sirena. Sotto quel lamento meccanico Torpey teneva il tempo con fare sicuro ma rilassato.
Quella trovata era una battuta: Sheehan confermò che serviva a prendere in giro i velocisti del plettro, in anni in cui la plettrata alternata era diventata una disciplina agonistica. La beffa si rivoltò presto contro chi l’aveva pensata. Gilbert si rivelò più veloce della macchina.
Su quel disco abitava anche una ballata. Eric Martin l’aveva scritta da ragazzino su un’acustica, tre accordi e un chorus che si imparava subito. Una radio del Nebraska cominciò a passarla, le altre le andarono dietro, e nel febbraio 1992 “To Be With You” era al primo posto in America, dove restò tre settimane. In tutto toccò la vetta in quattordici paesi, e il Tonight Show volle la band in studio, con Sheehan sulla poltrona numero uno.
La fama, però, aveva preso una forma strana. In aereo gli assistenti di volo chiedevano ai quattro chi fossero, e il nome Mr. Big cadeva nel vuoto. Bastava accennare il chorus di “To Be With You” perché le facce si illuminassero, con drink offerti e passaggi in prima classe. Quella canzone era ormai più famosa di chi l’aveva incisa.
In quella sproporzione c’era un avvertimento, e i quattro lo colsero: con i soldi furono prudenti fin dal primo giorno, perché un successo così non dura e i guadagni conviene risparmiarli invece di bruciarli. A metterli in guardia era stato il manager che aveva costruito la carriera dei Journey. Herbie Herbert li chiamò per congratularsi, disse che era meraviglioso e che bisognava festeggiare, poi aggiunse che non sarebbe mai più successo. Quella frase restò impressa a Gilbert, che la ricorda ancora oggi.
L’11 gennaio 1992 Nevermind dei Nirvana arrivò in cima alla classifica americana degli album. Nel giro di pochi mesi il grunge di Seattle spazzò via l’hard rock dalle radio e dalle classifiche, e i nomi che avevano dominato gli anni Ottanta scivolarono fuori dai primi duecento.
Sette settimane dopo, i Mr. Big erano al primo posto della classifica dei singoli.
Le due cose accaddero nello stesso inverno, nello stesso paese, sugli stessi giornali. Seattle non uccise nessuno. L’America stava cambiando conversazione, come le capita di fare ogni dieci o quindici anni, e chi aveva applaudito il trapano si mise ad ascoltare altro.
I dischi continuarono a uscire. Nel marzo 1996 toccò a Hey Man. In America non entrò in classifica. In Giappone fu numero uno.
Paul Gilbert, davanti a chi gli domandava il perché di tanto affetto giapponese, allargava le braccia: come si fa a spiegare cosa muove un intero paese verso quattro musicisti. Il chitarrista non aveva una risposta, e forse la risposta non abita su un palco. Abita in un negozio di dischi di Tokyo, sopra uno scaffale.
Lì si trovano album che in America hanno smesso di esistere da decenni, chiusi in custodie con la fascetta laterale che i collezionisti trattano come una reliquia, allo stesso prezzo del giorno in cui sono usciti. Nessuno può scontarli.
Dal 1953 una norma chiamata saihan seido permette a chi detiene i diritti di fissare il prezzo di vendita al pubblico, e vale per sei categorie di merci: i dischi vengono considerati alla stregua dei libri, delle riviste, dei giornali. Negli Stati Uniti, e spesso anche in Europa, un album che smette di vendere viene scontato, svenduto nel cestone, poi esce di stampa e resta a dormire in catalogo come puro diritto. In Giappone niente di tutto questo: le copie fisiche continuano a essere prodotte e a stare sugli scaffali a prezzo pieno per anni. Là un disco viene trattato come un libro, e una band esiste finché qualcuno la ristampa.
Accanto ai dischi, nello stesso negozio, c’è una rivista. Il 5 settembre 1984 era nato a Tokyo il primo mensile giapponese interamente dedicato all’heavy metal. Si chiama Burrn! e il numero uno portava in copertina Ozzy Osbourne con Jake E. Lee. Da quel giorno il genere ha un luogo dove lo si discute ogni mese, con serietà, davanti a un pubblico che non se ne vergogna. Per questo l’inverno del 1992, che in America aveva cancellato l’hard rock dalle classifiche, in Giappone passò senza lasciare segni. Un genere che nessuno considerava una moda non poteva passare di moda.
Il pubblico giapponese è famoso fra i musicisti per un’abitudine precisa: caloroso fra un brano e l’altro, silenzioso mentre si suona, al punto che Eric Clapton lo giudicò quasi eccessivo nella riconoscenza. Gente che tace per ascoltare non ha mai chiesto a nessuno di scusarsi per saper suonare, e il trapano di “Daddy, Brother, Lover, Little Boy” da quelle parti fu sempre preso per quello che era. Un’idea ritmica.
Di tutto quell’affetto, i Mr. Big avrebbero potuto semplicemente vivere di rendita. Un tour ogni due anni, un disco dal vivo riservato al mercato locale, e per il resto sempre lo stesso giro: aeroporto, albergo, palazzetto, di nuovo aeroporto.
Sheehan spiegò che molte band arrivavano in Giappone convinte che lì fosse tutto automatico. Bastava presentarsi, fare un po’ i buffoni sul palco, e il pubblico avrebbe applaudito qualunque cosa. Non era vero per niente. Alcuni gruppi ci andarono una volta sola e non tornarono mai più. Nomi ben più grossi smisero di ricevere inviti. I Mr. Big ci andarono sapendo di avere davanti un pubblico da conquistare, suonarono come avrebbero suonato in qualunque altra città, e trattarono quel paese con il rispetto che si deve a una cultura diversa dalla propria.
Paul Gilbert affittò appartamenti a Tokyo per mesi interi, con l’idea di imparare la lingua. Gli piaceva vivere in un paese straniero senza poter contare sull’inglese, e passava le giornate a prendere i treni per esplorare la città. Sul suo sito tenne per anni un diario degli studi fatto di disegni.
Diventò anche un personaggio della televisione nipponica, e suonò con un gruppo locale chiamato Sex Machineguns. Nel 2005 sposò una pianista giapponese. Si chiama Emi, ha lavorato al reparto internazionale della Sony di Tokyo e oggi suona le tastiere nei tour del marito.
Al giapponese Gilbert rinunciò più tardi, per una ragione che con la volontà non c’entrava. Decenni passati davanti a valvolari spinti al massimo gli avevano lasciato in eredità un acufene, cioè un fischio fisso che non se ne va mai, e una perdita d’udito concentrata sulle frequenze alte. È lì che vivono le consonanti: le esse, le ti, i suoni brevi che distinguono una parola dall’altra. Ne parla apertamente dal 2010. La musica continua a raggiungerlo, le parole no. Oltre un certo volume, sul palco, tutto gli suona stonato, e i video girati dai fan gli dimostrano ogni volta che il suono era pulito.
Eric Martin, dal canto suo, entrò nelle case del Giappone come si entra in famiglia. Nel 2001 “Shine” divenne la sigla di chiusura dell’anime Hellsing, e per una stagione intera i ragazzi la sentirono alla fine di ogni episodio senza sapere niente di Lean into It, del trapano, del numero uno americano. Nel 2008 la Sony gli propose di incidere un album di ballate giapponesi cantate in inglese. I discografici gli dissero, con la serietà di chi ci crede, che per il Giappone lui era ormai un ambasciatore. Lui pensò a uno scherzo. Poi, lusingato, accettò, e passò gli anni successivi a cantare le canzoni che le ragazze di Tokyo conoscevano a memoria, arrivando fino a X Japan, ai B’z, ai L’Arc-en-Ciel.
I Mr. Big non erano più una band di passaggio. Erano diventati di casa.
Nel febbraio 2002 il gruppo si sciolse. Con gli anni Sheehan avrebbe imparato a chiamarlo per nome, quell’errore: sarebbe bastata una pausa, un anno di distanza, e invece lasciarono che tutto andasse in pezzi. La domanda cominciò a inseguirli quasi subito, nei camerini, nelle interviste, per strada, sempre la stessa: perché non rimettete insieme i Mr. Big. Resistettero sette anni. Poi cedettero.
Il 1° febbraio 2009 un messaggio dei quattro andò in onda in un programma radiofonico giapponese chiamato Heavy Metal Syndicate. Annunciava la reunion. La conferenza stampa si tenne a Tokyo, il tour partì in giugno e i biglietti delle date si esaurirono il giorno in cui andarono in vendita. Il primo concerto della reunion fuori dal Giappone arrivò soltanto a settembre, in un locale di Tallinn, in Estonia. Quattro americani si erano rimessi insieme e l’avevano detto a una radio di Tokyo prima che al resto del mondo. Più che una scelta organizzativa, era una dichiarazione su dove battesse il cuore della band.
Gli anni dopo furono più duri. A Pat Torpey venne diagnosticato il morbo di Parkinson mentre stavano incidendo. Continuò a salire sul palco comunque, alle percussioni, ai cori, tornando dietro i tamburi quando il corpo glielo concedeva. Sull’ultimo disco che lo vide presente comparve accreditato come drum producer: decideva le parti, i suoni, gli attacchi. Qualcun altro li eseguiva. Morì nel febbraio 2018. L’ultimo viaggio a Tokyo, la band lo avrebbe fatto senza di lui.
Il tour d’addio partì nel 2023, e la prima tappa fu il Giappone. Suonarono Lean into It per intero. Il giro del mondo si chiuse altrove, in Romania, poi la band aggiunse quattro concerti fuori programma, due in India e due in Giappone. Osaka il 22 febbraio 2025. Il Budokan il 25. La scelta di fermarsi, Sheehan la spiegò con un’immagine sola: volevano tagliare il traguardo ancora in corsa, non arrivarci strisciando.
Nel linguaggio del rock la formula “big in Japan” è sempre servita a sminuire: essere grandi laggiù, sottinteso, vale meno che esserlo a casa propria. La sera del Budokan raccontava il contrario. Il Giappone non aveva consolato i Mr. Big, li aveva ascoltati, con la costanza di chi vuole bene a una band, disco dopo disco, per trentasei anni. La domanda che quel paese continuava a porre era la più semplice e la più onesta di tutte: questa band suona bene?
Chi vuole rileggere quella storia si scontra con un problema di lingua. Un libro sui Mr. Big esiste. Ne esistono tre, tutti giapponesi, tutti usciti per l’editore di Burrn!. Il primo ripercorre le dodici tournée giapponesi una per una e chiude con le interviste ai quattro, raccolte a tour finito. Il secondo raccoglie otto ore e mezza di conversazione con Eric Martin insieme alle voci dei promoter e dei discografici che quella storia l’hanno costruita da dentro.
Il terzo si guarda. Si intitola MR.BIG Shashinshū by William Hames, dove shashinshū significa raccolta di fotografie, ed è il libro ufficiale della band: arrivò in libreria cinque giorni prima dell’ultimo concerto, con duecentonovantacinque immagini scelte lungo trentacinque anni da Hames, che seguiva il gruppo dal 1989 e che è nato in Giappone da madre giapponese. Costa ventiduemila yen e si ordina dal negozio online dell’editore, oppure da HMV&Books Online, che ha la scheda in inglese e spedisce all’estero.
Dentro quelle pagine ci sono tutti e quattro, e c’è anche Pat Torpey, dietro i tamburi, un musicista straordinario che alla band diede tutto quello che aveva. Le fotografie hanno questo di buono: chi ci finisce dentro non smette mai di suonare. Da qualche parte, fra il 1989 e l’ultima sera del Budokan, i Mr. Big stanno ancora tagliando il traguardo di corsa.

