Metallo di Stato: la Scandinavia celebra l’heavy metal mentre l’Italia lo cancella da sempre

Qualcuno leggerà queste righe e penserà: con tutti i problemi interni e internazionali, con brutali guerre in corso e i nuovi assetti mondiali in movimento, questo viene a farci la morale sull’heavy metal. Rispondo subito. In un paese che si definisce libero e democratico credo sia necessario dire, con il dovuto approccio, cosa funziona e cosa no. Le nostre tasse finanziano anche la cultura di Stato e questo ci dà pieno diritto di giudicarla. È un terreno dove la verifica va fatta con maggiore severità, perché educa le nuove generazioni. L’Italia, con una storia che in passato ha fatto scuola al mondo intero, non può permettersi di chiudere gli occhi davanti a certi fenomeni. Quello che segue è un viaggio documentato tra i paesi che hanno scelto di valorizzare l’hard rock e l’heavy metal e un paese che ha scelto di ignorarli. Le conclusioni le lascio a chi legge.

Nell’estate del 2018 una funzionaria del Ministero degli Esteri finlandese scrisse al sindaco di un borgo di tremila anime nel sud-est del paese. Il messaggio conteneva una notizia surreale e bellissima: Lemi stava per essere incoronata Capital of Metal, ovvero capitale mondiale dell’heavy metal. Il titolo arrivava al termine di una campagna nazionale finanziata dal governo e dalle città con circa 47.000 dollari, pensata per individuare il comune finlandese con più band metal per abitante. Lemi ne contava tredici su 3.076 residenti. Nessun altro poteva competere. Il premio prevedeva uno stand ufficiale al Tuska Festival di Helsinki con tanto di visibilità internazionale garantita dallo Stato.

Fermiamoci un attimo su questa scena. Un ministero degli esteri che investe denaro pubblico per stabilire quale paesino remoto meriti la corona del metal. Un sindaco che scopre via mail di guidare la capitale del metal. Una nazione intera che applaude. Ecco il punto di partenza per capire quanto sia profondo l’abisso che separa la Scandinavia dall’Italia quando si parla di musica dura.

La Finlandia ospita oltre cinquanta band metal ogni centomila abitanti, densità che nessun altro paese al mondo avvicina. Il dato da solo racconta poco. Dice molto di più il modo in cui le istituzioni lo hanno trasformato in patrimonio collettivo. Quando i realizzatori di un documentario chiesero all’ex presidente Tarja Halonen se le dispiacesse che i Lordi, che nel 2006 avevano vinto l’Eurovision con le loro maschere mostruose, fossero ormai parte dell’immagine del paese accanto alla natura incontaminata e all’eccellenza scolastica, la risposta fu un entusiasta benvenuto. Barack Obama citò la scena metal finlandese durante una cena di stato alla Casa Bianca nel 2016. Il genere domina le classifiche nazionali, suona sulle radio commerciali, affolla i festival.

Nel 2022 il Ministero dell’Istruzione e della Cultura ha finanziato Come to Latin America, un progetto di export che ha portato band metal finlandesi sui mercati sudamericani attraverso una campagna social giudicata da oltre cento professionisti del settore. L’allora ministro della Scienza e della Cultura Petri Honkonen dichiarò in quell’occasione che la cultura metal costituiva una parte importante dell’identità e del brand della Finlandia. Un ministro in carica. Parole ufficiali. Provate a immaginare una frase simile pronunciata a Roma.

Dietro la vetrina c’è la sostanza. Le scuole di musica finlandesi sono in gran parte finanziate dallo Stato secondo un principio semplice: chiunque lo desideri deve poter studiare musica ad alto livello, metal compreso. I ragazzi che negli anni Novanta impararono lì a suonare si chiamavano poi Children of Bodom, Nightwish, HIM, Apocalyptica. L’università Aalto di Helsinki ospita dal 2015 la Modern Heavy Metal Conference: un convegno accademico che si tiene nella stessa settimana del Tuska.

La parabola norvegese è ancora più clamorosa. Il Ministero degli Esteri norvegese ha inserito il black metal nel programma di formazione dei propri diplomatici, perché le 106 sedi estere ricevevano in continuazione richieste di informazioni sul fenomeno. Una futura funzionaria destinata alla sede di Parigi spiegò a un quotidiano economico norvegese di vedere un enorme valore nel poter parlare del proprio paese citando il black metal accanto a Ibsen e ai fiordi.

Le istituzioni culturali hanno seguito la stessa strada. Nel 2001 lo Spellemannprisen, ossia l’equivalente norvegese dei Grammy, ha introdotto la categoria Metal assegnando il primo premio ai Dimmu Borgir. L’emittente pubblica NRK ha finanziato e sponsorizzato il concerto della stessa band con un’orchestra di cinquanta elementi e un coro di trenta. Denaro dei contribuenti norvegesi investito in blast beat e scream. Nessuno scandalo. Solo la consapevolezza che quella musica porta al paese turismo, prestigio e curiosità internazionale.

La Svezia ha scelto la via meno spettacolare e più efficace: costruire l’infrastruttura. Un rapporto governativo del 1999 individuò nelle scuole di musica municipali il primo fattore del boom dell’export musicale svedese. Quell’anno le frequentavano 370.000 ragazzi. Le scuole esistono in quasi tutti i comuni del paese, costano pochissimo alle famiglie e prestano gratuitamente lo strumento il primo anno. Il frontman degli Avatar ha raccontato di recente che tutti i membri della band si sono formati in quei programmi sovvenzionati, dove un adolescente qualunque poteva incontrare altri ragazzi con gli stessi gusti e mettere in piedi un gruppo: così anche i genitori non facoltosi potevano valorizzare l’attitudine dei propri figli senza pesare sul bilancio familiare.

Accanto alle scuole operano gli studieförbund, associazioni di studio di matrice popolare che tra le altre cose mettono a disposizione sale prova finanziate. Il rock e il pop sono entrati nei programmi delle scuole musicali svedesi già negli anni Ottanta, i corsi di missaggio e registrazione negli anni Novanta. Il risultato porta i nomi di Bathory, Candlemass, Opeth, Meshuggah, In Flames, Amon Amarth, Arch Enemy, Ghost. Una filiera completa che parte dall’aula di un comune di provincia e arriva agli AMA vinti da Tobias Forge contro i Coldplay.

La lezione non è un’esclusiva nordica. In Germania il paesino di Wacken conta meno di duemila abitanti e accoglie dal 1990 il più grande festival heavy metal del pianeta: i 75.000 biglietti risultano esauriti ogni anno dal 2002, l’edizione 2023 è stata polverizzata in appena cinque ore dalla messa in vendita e circa un terzo del pubblico arriva dall’estero, dal Giappone all’Argentina. Il portale turistico ufficiale di Amburgo promuove il festival tra le eccellenze del territorio. Un borgo agricolo dello Schleswig-Holstein si è reinventato capitale mondiale di un genere musicale e la Germania intera lo ha accompagnato invece di vergognarsene.

Attorno a quel pubblico la Germania ha costruito anche l’industria discografica più potente del genere. La Nuclear Blast è nata nel 1987 dall’intuizione di un diciassettenne di Donzdorf, in piena provincia sveva, ed è cresciuta da piccolo mail order casalingo fino a diventare la più grande etichetta metal indipendente del mondo, con oltre cento dipendenti e un catalogo che ha accompagnato le ascese di Nightwish, In Flames e Dimmu Borgir. La Century Media, fondata a Dortmund nel 1988, ha lanciato decine di gruppi verso la ribalta internazionale e nel 2015 la Sony ha sborsato 17 milioni di dollari per comprarsela, a dimostrazione che perfino una major considera il metal un investimento serio quando qualcuno ha avuto il coraggio di coltivarlo per trent’anni. Attorno ai due colossi gravita una costellazione di realtà storiche come la SPV di Hannover con il marchio Steamhammer, attiva dal 1984. Un ecosistema discografico completo, germogliato in paesini di provincia e città industriali, capace di intercettare talenti in tutto il pianeta. Le band italiane migliori lo sanno bene, visto che è lì che vanno a firmare.

Il Regno Unito ha fatto qualcosa di ancora più solenne. Il 28 giugno 2025 il municipio di Birmingham ha conferito ai quattro fondatori dei Black Sabbath la Freedom of the City, che figura tra le onorificenze civiche più antiche del paese, riconoscendo ufficialmente il loro peso nell’identità culturale della città dove il metal è nato. Su Broad Street esistono dal 2019 un ponte e una panchina dedicati alla band. Quando Ozzy Osbourne è scomparso nel luglio 2025, poche settimane dopo il concerto d’addio davanti a 42.000 persone al Villa Park, la città ha chiuso la sua arteria principale per far passare il corteo funebre tra decine di migliaia di persone, con il sindaco a definirlo un figlio di Birmingham. Un’amministrazione comunale che ferma il traffico per l’ultimo saluto a un metallaro: fantascienza pura per qualunque municipio italiano.

Il Giappone ha aggiunto nell’ottobre 2025 il capitolo più clamoroso di tutti. La prima donna arrivata alla guida del governo di Tokyo si chiama Sanae Takaichi ed è una batterista con un passato in una band heavy metal ai tempi dell’università, quando la foga con cui suonava la costringeva a portarsi dietro bacchette di scorta. In un podcast condotto dalle Babymetal ha raccontato di aver scoperto i Black Sabbath alle scuole elementari e i Deep Purple alle medie, di custodire una batteria elettronica nella residenza istituzionale e di sfogare lo stress suonando “Burn” in cuffia dopo che il marito è andato a dormire, con gli Iron Maiden tra gli amori dichiarati e Yoshiki degli X Japan in cima a tutto. I media internazionali l’hanno ribattezzata Iron Lady: un soprannome dal doppio senso che qualunque metallaro sa apprezzare. Una delle maggiori economie del pianeta è guidata da una persona che parla delle sonorità pesanti con l’affetto di chi non ha mai smesso di ascoltarle e ne rivendica il valore davanti ai microfoni senza il minimo imbarazzo. Mentre a Tokyo la premier tiene le bacchette a portata di mano, in Italia il metal rimane materia da ridacchiare nei salotti buoni.

Ora voltiamo lo sguardo verso casa nostra e prepariamoci a provare vergogna. Mentre Helsinki spediva band metal in America Latina con i soldi di un ministero, mentre Oslo formava diplomatici sul black metal, mentre Stoccolma prestava chitarre ai quattordicenni e Birmingham incideva i nomi dei Black Sabbath nel marmo del municipio, cosa facevano le istituzioni culturali italiane per il rock duro e per il metal? Niente. Non poco: niente. Il vuoto assoluto, protratto per decenni con una costanza che rasenta l’accanimento.

I numeri inchiodano. Il Fondo nazionale per lo spettacolo dal vivo, l’ex FUS che rappresenta il principale strumento di finanziamento pubblico alla musica in Italia, destina quasi metà delle proprie risorse alle quattordici fondazioni lirico-sinfoniche: l’aliquota ha oscillato negli anni tra il 42 e il 46 per cento. Il decreto ministeriale che nel 2017 ha ridefinito le categorie finanziabili è un monumento alla discriminazione: stabilisce con precisione notarile quali forme d’arte meritino il sostegno pubblico ed esclude dal proprio orizzonte tutto il resto, hard rock e metal in testa. Cercate la parola rock in quel documento. Cercate la parola metal. Non esistono. Per lo Stato italiano interi generi musicali che muovono milioni di appassionati semplicemente non fanno parte del vocabolario. Il jazz ha la sua voce di bilancio dedicata. Il metal non ha nemmeno il diritto di essere nominato.

Intendiamoci: l’esclusione istituzionale non colpisce soltanto le chitarre distorte. Fuori dalla porta dei finanziamenti pubblici restano il blues, il punk, l’elettronica, il funk, lo ska e buona parte della musica che gli italiani ascoltano davvero, mentre un singolo festival jazz si è visto dedicare per legge un contributo annuale di un milione di euro. Dentro questo sbarramento generalizzato l’hard rock e il metal occupano però il gradino più basso. Gli altri generi vengono semplicemente trascurati. Questi stili vengono ignorati e in più guardati con sospetto, trattati come un problema da tenere a distanza anziché come una cultura da valorizzare. Il blues gode di una rispettabilità da museo, l’elettronica passa per avanguardia, il rap ha conquistato palchi televisivi e investimenti. Il metal si porta addosso da quarant’anni il marchio di musica rozza e vagamente pericolosa, uno stigma che nessuna istituzione ha mai avuto interesse a rimuovere. Il risultato è un boicottaggio culturale in piena regola: una rimozione silenziosa e sistematica da ogni luogo dove si decide cosa sia cultura e cosa no. Un divieto esplicito avrebbe almeno avuto il pregio dell’onestà.

La scuola pubblica conferma la stessa ottusità. Il pop-rock è stato ammesso come settore disciplinare nei conservatori italiani soltanto tra il 2016 e il 2018, quando sono partiti i primi trienni accademici in Popular Music. Vent’anni dopo il jazz. Sessant’anni dopo la nascita del rock. Nel frattempo la Svezia insegnava missaggio ai liceali già negli anni Novanta. Generazioni intere di musicisti italiani hanno imparato tutto a proprie spese: sale prova sempre più rare, proprio come i club dove esibirsi, strumenti comprati con i sacrifici di famiglia, insegnanti trovati per passaparola, mentre i coetanei svedesi ricevevano tutto questo dal proprio comune come un servizio normale, alla pari della biblioteca o della piscina. Il talento italiano non è mai mancato. È mancato tutto il resto, e il resto era compito dello Stato.

Il capitolo export tocca il fondo del ridicolo. L’Italia è rimasta per anni l’unico grande paese europeo privo di un ufficio per l’esportazione musicale, mentre Francia, Germania, Svezia, Danimarca e mezzo continente presidiavano fiere e festival internazionali. Quando finalmente l’ufficio è nato, a fine 2017 con il nome di Italia Music Export, a crearlo non è stato un ministero bensì la SIAE, con il ministero della Cultura ridotto al ruolo decorativo di patrocinatore. Il budget per il biennio 2018-2019 ammontava a 115.000 euro. Centoquindicimila euro per l’intera musica italiana nel mondo, tutti i generi inclusi. La sola Finlandia, un paese di cinque milioni e mezzo di abitanti, stanziava già nel 2007 un incremento annuale di 800.000 euro per l’export culturale. Il confronto non regge nemmeno come barzelletta.

Qualcuno dirà che in fondo il metal in Italia interessa a quattro gatti, per giunta rozzi e ignoranti. I quattro gatti erano 45.000 il 17 giugno 2026 a San Siro per gli Iron Maiden: record assoluto di presenze per la band in Italia, con un dettaglio che dovrebbe far riflettere qualche assessore, perché un biglietto su dieci è stato acquistato da spettatori arrivati dall’estero. Turismo musicale puro, quello che Helsinki e Oslo coltivano da vent’anni con strategie di stato e che da noi accade per caso, senza che nessuno lo raccolga. Due settimane prima i Metallica avevano riempito lo stadio Dall’Ara di Bologna, tappa unica italiana di un tour che nel solo biennio 2023-2024 ha portato quattro milioni di persone ai concerti. I dati mondiali confermano la portata del fenomeno: una classifica dei venticinque artisti live più popolari del quarto di secolo colloca i Metallica all’ottavo posto con oltre 15 milioni e mezzo di biglietti venduti dal 2001 e gli Iron Maiden al diciannovesimo con più di dieci milioni. Signori delle istituzioni, questo pubblico esiste anche in Italia, paga biglietti tutt’altro che economici, esaurisce stadi, palazzetti e festival. Nessun ente pubblico si è mai nemmeno preso il disturbo di contarlo. Il primo censimento serio degli appassionati italiani di hard rock e metal non è mai stato commissionato, ulteriore prova che per lo Stato questa gente semplicemente non merita attenzione, salvo poi incassarne volentieri l’IVA sui biglietti.

Le istituzioni almeno hanno l’attenuante dell’ignoranza. Le major discografiche italiane no, perché la musica sarebbe il loro mestiere. Il caso più eclatante lo racconta il più famoso gruppo metal italiano di sempre: i Lacuna Coil hanno superato i due milioni di dischi venduti nel mondo, hanno portato la bandiera italiana sui palchi di ogni continente e hanno costruito quella carriera grazie a un contratto firmato a metà anni Novanta con la Century Media, etichetta tedesca. Cristina Scabbia ha ricordato in un’intervista che ai tempi la band spediva i demo alle etichette via fax senza nemmeno immaginare di poter essere messa sotto contratto, in un paese privo di qualunque interesse istituzionale verso il rock e il metal. Il più grande successo internazionale della musica dura italiana è nato perché una società di Dortmund ha visto quello che le case discografiche di Milano non si sono degnate di guardare. La lezione non è servita a niente. Tre decenni dopo il copione non è cambiato di una virgola: le band italiane che contano qualcosa nel metal mondiale pubblicano per etichette tedesche, austriache e americane. Le major nostrane preferiscono inseguire talent show, playlist e l’ennesimo fenomeno usa e getta da classifica. Chi segue interviste e podcast di settore conosce poi un dettaglio ancora più irritante. Quando il discorso cade sull’hard rock e sull’heavy metal, certi funzionari delle case discografiche italiane si concedono una risatina di sufficienza e archiviano questi generi come reperti di un passato ormai superato, roba da nostalgici da tenere in cantina accanto ai jeans strappati. Ridacchiano di stili che gremiscono gli stadi mentre firmano progetti che nessuno ricorderà tra sei mesi. Il metal macina milioni di ingressi e garantisce carriere che durano una vita intera, con fan disposti a comprare vinili, box set e magliette come nessun altro pubblico al mondo. Alle major italiane tutto questo non interessa: troppo faticoso, troppo poco immediato, troppo lontano da Sanremo.

L’altra faccia di questo disinteresse sfiora l’assurdo. Negli ultimi decenni milioni di giovani italiani hanno subito un indottrinamento musicale in molti casi privo di senso, con la consacrazione a star assolute di presunti artisti spesso stonati, che biascicano i propri testi mentre una macchinetta chiamata autotune corregge nota per nota quello che la voce non sa fare. Massimo rispetto per tutti, sia chiaro. Il rispetto però deve valere davvero per tutti, anche per chi passa la vita a studiare uno strumento, a educare una voce e a scrivere musica capace di reggersi in piedi da sola. Il paradosso è servito: da una parte si costruiscono a tavolino idoli privi di preparazione vocale e di qualunque attitudine al gusto e alla qualità, dall’altra si condannano all’invisibilità musicisti che quella preparazione se la sono guadagnata con anni di studio e di palco. Radio, televisioni e piattaforme spingono da anni il prodotto confezionato. Chi canta senza rete e suona senza scorciatoie finisce invece fuori da ogni rotazione. Una scelta industriale precisa, ripetuta al punto da plasmare il gusto di intere generazioni convincendole che non esista niente di meglio sul mercato.

Che si possa fare diversamente anche in Italia lo dimostra una realtà nata a Napoli. Nel 1996 un appassionato di rock melodico di nome Serafino Perugino ha fondato la Frontiers, iniziando dalla distribuzione di dischi d’importazione per poi costruire una delle etichette di riferimento a livello mondiale per l’hard rock e l’AOR: circa 1.500 pubblicazioni in trent’anni con nomi come Journey, Toto, Whitesnake, Yes, Mr. Big e Glenn Hughes a catalogo, uffici anche a Boston e Londra e da ultimo la conquista del primo posto nella Billboard 200 americana con il nuovo album dei Megadeth. Un’impresa familiare di Fuorigrotta arrivata sul tetto del mondo con la musica che i vertici discografici italiani liquidano con un’alzata di spalle. La Frontiers resta uno dei pochissimi punti saldi di questi stili nel nostro paese e la sua vicenda demolisce ogni alibi: la capacità imprenditoriale per il rock duro esiste anche qui e quando qualcuno decide di crederci lo dimostra a suon di numeri. Tutto costruito senza un euro pubblico e senza una major alle spalle.

Qualcuno obietterà che l’Italia possiede una tradizione operistica da tutelare. Verissimo, e nessun appassionato di metal chiede di togliere un euro alla lirica, anche perché tra Verdi e le cavalcate sinfoniche del metal corre più parentela di quanto i sovrintendenti vogliano ammettere. La domanda è un’altra: perché la tutela di un patrimonio deve trasformarsi nella cancellazione di tutto ciò che è arrivato dopo? La Norvegia ha imparato ad amare contemporaneamente Grieg e i Darkthrone. La Finlandia mette Sibelius e i Nightwish nella stessa cartolina nazionale. Solo l’Italia continua a comportarsi come se la musica si fosse fermata un secolo fa, oppure sostiene una musica che con quel nome non c’entra niente, ignorando che dentro i capannoni di provincia, nei club sopravvissuti a ogni crisi e nelle sale prova pagate a ore batte da quarant’anni il cuore di una scena che è cresciuta a furgoni carichi, date sottopagate e dischi registrati di notte.

La beffa finale è proprio questa. La scena metal italiana esiste, resiste e produce da decenni dischi di livello internazionale nel disinteresse totale di chi dovrebbe almeno accorgersene. Nessuna categoria nei premi istituzionali. Nessun ministro che pronunci la parola metal. Nessuna scuola pubblica che presti una chitarra elettrica a un ragazzino di Lemi… pardon, di Lodi. La differenza tra Helsinki e Roma non sta nel talento dei musicisti. Sta nel fatto che lassù qualcuno ha capito che la cultura di un paese è anche quella che suona forte, veste di nero e riempie i palazzetti, mentre quaggiù si preferisce che quella cultura sopravviva da clandestina in casa propria.

Una considerazione finale si affaccia da sola e chiede di essere guardata in faccia. L’Italia è l’unico paese al mondo che ospita il Vaticano dentro la propria capitale, con tutto il peso che una presenza simile esercita da sempre sulla cultura, sull’educazione e sul costume nazionale. L’heavy metal maneggia fin dalle origini simboli, provocazioni e domande che quella sensibilità ha sempre percepito come fumo negli occhi. Non voglio pensare che dietro decenni di porte chiuse ci sia anche una lunga diffidenza di matrice ecclesiastica verso questi stili musicali. Non voglio proprio pensarlo. Certe coincidenze, però, hanno il vizio di restare sedute in prima fila.

Resta un’ultima domanda ed è la più scomoda di tutte. Come mai succede questo? Come mai un intero sistema culturale sceglie di ignorare, deridere o dimenticare la musica che da mezzo secolo insegna a milioni di persone a pensare con la propria testa? Forse perché il rock rende troppo liberi, e la libertà, per qualcuno, è sempre stata un problema.

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