
eville’s bitch, CC BY 2.0 via Wikimedia Commons
Un urlo che parte controllato e continua a salire, nota dopo nota, finché mezza sala si volta a cercarne l’origine. Zakk Wylde ha raccontato così il suo primo incontro con Sebastian Bach: un ragazzo mai visto prima gli si avvicina al tavolo, gli dice di aver saputo che forse suonerà con Ozzy Osbourne, si presenta come cantante e ipotizza una collaborazione futura, poi lo invita ad ascoltare e parte con quell’acuto che sembra dover mandare in frantumi i bicchieri, mentre la madre di Jon Bon Jovi cerca di capire da dove arrivi il suono. La scena non appartiene a un club del New Jersey né a un festival estivo. Appartiene al ricevimento di nozze del fotografo Mark Weiss, il 14 giugno 1987.
Per capire come due ragazzi destinati a segnare il decennio siano finiti nello stesso salone bisogna partire dal padrone di casa. Weiss era, ed è ancora, uno dei fotografi più richiesti della scena hard rock americana, uno che aveva costruito la propria carriera attraverso un’amicizia e un rispetto sinceri verso i musicisti. Nel 1986 aveva realizzato un servizio ai Madam X, formazione con base a Detroit dove all’epoca cantava un giovanissimo Sebastian Bach. Il ragazzo canadese aveva iniziato prestissimo, con un provino superato a quattordici anni per una band locale dell’Ontario, e da allora era passato da un gruppo hard rock all’altro, tra Stati Uniti e Canada, senza che nessuna di quelle esperienze decollasse davvero. Durante quel servizio fotografico i due legarono. Al fotografo il cantante piacque al punto che, quando l’anno seguente organizzò le proprie nozze, spedì l’invito ai Madam X con una richiesta precisa: voleva Sebastian sul palco del ricevimento, a cantare per gli ospiti.
La lista degli invitati al Molly Pitcher Inn di Red Bank, New Jersey, raccontava da sola il giro di amicizie di Weiss. C’erano Stevie Van Zandt, che con la E Street Band di Bruce Springsteen aveva già fatto la storia, Kevin DuBrow dei Quiet Riot e i genitori di Jon Bon Jovi. La loro presenza non era un caso: Weiss era il fotografo di fiducia della band e l’anno prima aveva firmato proprio la copertina di Slippery When Wet, nata quasi per caso in studio con un sacco della spazzatura bagnato e il titolo tracciato da Jon con un dito sulla plastica. Nel giugno 1987 quel disco aveva fatto di Jon la rockstar più famosa del pianeta, eppure il rapporto veniva da lontano: il fotografo lo aveva già immortalato quando era un ragazzo appena uscito dal liceo.
La festa, intanto, entrava nel vivo. Sul palco del ricevimento Weiss aveva riunito una wedding band che nessuna agenzia di booking avrebbe mai potuto assemblare: alla voce Bach, al basso Chris Doliber dei Madam X, alla chitarra il futuro Zakk Wylde, che allora aveva vent’anni, veniva da Jackson e si firmava ancora con il nome di battesimo, Jeffrey Wielandt. Il repertorio attaccò con Rock and Roll e Whole Lotta Love dei Led Zeppelin. Bach indossava uno smoking bianco con le spalline imbottite e cantava tirando gli acuti fin dove il fiato reggeva, mentre Zakk piegava il riff di Jimmy Page verso territori assai più veloci.
Poi arrivò il momento di Metal Health dei Quiet Riot. DuBrow aveva avvertito Bach prima dell’esibizione: per nessuna ragione avrebbe dovuto chiamarlo sul palco, perché quella sera non aveva alcuna voglia di suonare. L’avvertimento durò meno di un giro di accordatura: la prima frase che Bach pronunciò al microfono fu il nome di DuBrow, scandito a beneficio dell’intera sala. Il diretto interessato salì imprecando, fradicio di sudore, e finì per divertirsi quanto gli altri. Sebastian era il cantante che nessuno degli invitati conosceva e stava già dirigendo la serata.
Il chitarrista al fianco di Bach merita una storia a parte, perché la sua corre parallela e passa per le stesse mani. Zakk era cresciuto a Jackson, New Jersey, e macinava serate nei locali della zona. In uno di quei club lo notò Dave Feld, che era anche lui fotografo e conosceva Weiss da anni, davanti a una platea che nel ricordo divertito del chitarrista si contava sulle dita di una mano, addetto alla porta compreso. Feld capì comunque cosa aveva davanti e recapitò un demo a Weiss. Il resto lo fece l’agenda del fotografo: Weiss conosceva bene Ozzy Osbourne fin dai tempi di una celebre copertina che lo ritraeva in tutù rosa, e spedì quel nastro per posta direttamente a Sharon Osbourne. Quando partirono gli inviti per le nozze il provino era già in corso, tanto che al tavolo Bach gli parlò proprio di quella voce che circolava. La voce era fondata. Prima della fine del 1987 Jeffrey Wielandt aveva cambiato nome in Zakk Wylde e aveva preso il posto di Jake E. Lee al fianco di Ozzy. Bach lo ha ricordato più volte con l’incredulità di chi ancora non si capacita: lui finito negli Skid Row e Zakk nella band di Ozzy, due traiettorie uscite dalla stessa sala nello stesso mese. A guardare bene, nessuna delle due carriere nacque al matrimonio. A muoverle fu la rete di amicizie di Weiss e Feld, che quella sera di giugno sedeva al completo tra i tavoli del ricevimento.
Finita l’esibizione, Weiss raggiunse Bach con una notizia: i genitori di Jon Bon Jovi erano rimasti colpiti e lo aspettavano al loro tavolo. Il cantante si sedette accanto a John Bongiovi senior e l’intesa scattò in fretta. Si finì a parlare di Slippery When Wet, ognuno a difendere il proprio pezzo del cuore: Bach votava Let It Rock, che apre il disco con l’organo di David Bryan e promette una notte senza regole; il padre di Jon non aveva dubbi su Never Say Goodbye, che guarda indietro agli anni del liceo e agli addii rimandati. Un diciannovenne nello smoking ancora sudato e il papà di una superstar, seduti allo stesso tavolo a parlare di musica come due fan davanti a un negozio di dischi. Poi Bongiovi lasciò cadere nel discorso un’informazione di famiglia: suo figlio aveva un amico chitarrista di nome Dave Sabo, conosciuto da tutti come Snake, e il suo gruppo stava cercando un cantante. La band si chiamava Skid Row. Bach ripartì da quel tavolo con un nome in testa e niente di più. Il resto si sarebbe mosso nel giro di poche settimane.
Gli Skid Row non erano nati la sera prima. Il gruppo era sorto nel 1986 a Toms River, New Jersey, per iniziativa del bassista Rachel Bolan e di Sabo. Il chitarrista era cresciuto con Jon Bon Jovi e i due si erano promessi da ragazzi che il primo ad arrivare avrebbe teso la mano all’altro. Alla voce c’era stato Matt Fallon, uscito di scena proprio nel 1987, e da allora la ricerca di un frontman era diventata la priorità assoluta. Sabo ha ricordato che il gruppo aveva le idee chiarissime sul suono da raggiungere e che i provini si susseguivano senza esito. Le canzoni c’erano già. Mancava la voce capace di portarle dove meritavano di arrivare.
Qui la catena di quel 14 giugno si chiude su se stessa, e si chiude da entrambi i lati. Mentre il padre di Jon indicava a Bach la strada verso Snake, qualcuno percorreva il tragitto inverso: il testimone di nozze di Weiss era proprio Dave Feld, lo stesso che aveva segnalato Zakk agli Osbourne, ed era amico di Sabo e di Bolan. Fu lui a parlare agli Skid Row del cantante visto al ricevimento e a orchestrare l’invio di una loro cassetta fino a Toronto, dove Bach viveva. Nel ricordo di Sabo il gruppo arrivò a Sebastian grazie a Weiss, a Feld e ai genitori di Jon Bon Jovi: tre segnalazioni diverse, un’unica festa di partenza. Il nastro conteneva una manciata di brani e tre di quelli sarebbero finiti sull’album d’esordio. Nessun talent scout in giacca e cravatta, nessuna audizione formale nelle stanze di una casa discografica: una manciata di amicizie giuste e una busta spedita oltre confine.
Quella cassetta, al primo ascolto, non lo travolse affatto. Bach ha raccontato che la voce di Fallon su quelle registrazioni gli suonava troppo morbida per i suoi gusti, e lui cercava qualcosa di più metal. Poi 18 and Life e Youth Gone Wild iniziarono a girargli in testa. Più le riascoltava, più gli sembravano scritte apposta per lui. Spedì un nastro e una fotografia, la band lo fece volare fino in New Jersey e il primo incontro con il gruppo avvenne in un club di Sayreville, dove bastarono pochi pezzi suonati insieme per capire che la formazione era completa. Anni dopo, davanti a chi parlava di successo arrivato dall’oggi al domani, Bach avrebbe risposto scherzando che di giorni ce ne vollero almeno quattordici.
Il debutto uscì il 24 gennaio 1989 per Atlantic Records e fece saltare il banco: sesto posto nella classifica americana degli album, cinque dischi di platino, con 18 and Life e I Remember You spinte fino alla top ten dei singoli. Il ragazzo scoperto a un matrimonio era diventato il volto di uno degli esordi più fulminanti del decennio. Due anni dopo la band alzò la posta. Slave to the Grind, pubblicato l’11 giugno 1991, debuttò direttamente al numero uno della classifica americana, primo disco in assoluto a riuscirci da quando Billboard aveva cambiato il modo di contare. Poche settimane prima la rivista aveva smesso di telefonare ai negozianti per farsi dettare a memoria le vendite e aveva iniziato a leggere i codici a barre alle casse con il sistema SoundScan. I numeri veri, finalmente, raccontarono che l’America comprava molto più metal di quanto i sondaggi avessero mai ammesso. Il disco mostrò un suono decisamente più duro dell’esordio, lontano dalle lusinghe patinate che il mercato si aspettava. Era la prova che quella voce sapeva dominare anche il repertorio più feroce. La corsa della formazione classica si chiuse con Subhuman Race, uscito il 28 marzo 1995: fu l’ultimo album con Bach alla voce e con Rob Affuso dietro le pelli.
Il resto è rimasto per decenni dentro una videocassetta. Weiss la ritrovò mentre raccoglieva materiale per il volume fotografico The Decade That Rocked, pubblicato nel 2020, e nel filmato c’è tutto: lo smoking bianco, la criniera di Bach che ondeggia sul riff di Rock and Roll, l’assolo del futuro Zakk Wylde, DuBrow che urla Metal Health davanti agli invitati in abito elegante. Chi vuole guardare quegli anni con gli occhi di chi li ha fotografati da dentro troverà in quel libro il complemento naturale di questa storia, perché le immagini di Weiss dicono da sole quanto contasse, allora, trovarsi nella stanza giusta. Resta l’immagine finale di quella sera di giugno: due carriere tra le più incendiarie dell’hard rock anni Ottanta partite senza contratti sventolati, con un invito spedito per simpatia, un testimone di nozze che conosceva le persone giuste e un urlo lanciato a un tavolo di sconosciuti. Certe svolte nascono lì, nei margini, dove nessuno sta guardando. Nel giro di due anni quell’acuto avrebbe riempito le arene americane e il ragazzo di Jackson avrebbe messo la sua chitarra al servizio del principe delle tenebre. Bach lo ha riassunto con la semplicità di chi c’era: erano anni magnifici per fare il musicista rock, anni in cui la storia del genere poteva cambiare rotta nel tempo di una canzone suonata a un matrimonio.

