Back Off Bitch: storia del brano scomodo dei Guns N’ Roses
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Una ragazza siede sul bordo di un letto in una stanza di Hollywood durante i primissimi anni Ottanta. Davanti a lei un ragazzo dell’Indiana con i capelli rossi suona per la terza volta di fila la stessa melodia e la guarda cercando un cenno di approvazione. La ragazza si chiama Marcelle Sirkus, suona il basso e dentro di sé ha già deciso: non finirà mai in una band che ha in scaletta un pezzo intitolato Back Off Bitch. Racconterà anni dopo, in un podcast dedicato alla storia del gruppo, di aver passato lo strumento a Izzy Stradlin e di essersene andata.
Quella scena contiene già tutto. La canzone più antica e più chiacchierata del repertorio dei Guns N’ Roses nasce prima della band stessa, viaggia per un decennio nei demo e nei club di Los Angeles, sparisce, riemerge su Use Your Illusion I nel 1991 e si porta dietro problemi legali, confessioni in terapia e uno degli assoli più curiosi del loro intero catalogo. Vale la pena riavvolgere il rullino e guardare le immagini una per una.
Tutto comincia lontano dai palchi della California, tra le strade di Lafayette, Indiana, dove Axl Rose è ancora un ragazzo inquieto con la testa affamata di musica. Su quei marciapiedi cammina anche l’amico di sempre Paul Tobias e dalla loro complicità nasce Back Off Bitch. In un’intervista radiofonica del novembre 1991 sarà lo stesso Axl a collocare la stesura proprio nel 1982, tre anni prima della fondazione dei Guns N’ Roses. Alcune ricostruzioni anticipano la data al 1981. Nello stesso periodo si trasferisce a Los Angeles insieme alla fidanzata Gina Siler per tentare la scommessa californiana. Il rapporto dura poco: nel 1983 la convivenza si esaurisce e sarà lei a chiedergli di andarsene, provata da un carattere molto acceso e spesso imprevedibile. Diverse ricostruzioni indicano Gina come una delle ispirazioni del testo, con quel ritratto velenoso di una donna dal viso d’angelo e dal cuore di strega.
Il rancore è il carburante che la canzone brucia senza filtri, con un titolo che non ammette equivoci. Servirà quasi un decennio perché Axl spieghi pubblicamente da dove veniva davvero tutta quella rabbia.
Siamo nel giro di Chris Weber, chitarrista di quegli Hollywood Rose che Axl e Izzy hanno messo in piedi nel 1983. Nel gennaio 1984, con un prestito del padre di Weber, la band incide un demo di cinque brani: Anything Goes, Reckless Life, Move to the City, Rocker e Shadow of Your Love, un titolo destinato a una lunga carriera sotterranea. Back Off Bitch su quel nastro non c’è, però fa già parte del repertorio della band. Weber rivendicherà per tutta la vita la propria parte nella scrittura di entrambi i pezzi: in un’intervista recente ha ricordato che in quella fase tutte le canzoni nascevano in forma collaborativa e che qualcuno, ai piani alti, decise di non riconoscergli i crediti.
Il brano circola e si fa notare. Raz Cue, figura storica della prima scena losangelina, racconta nel suo libro di memorie che già nel 1984 due cantanti locali, i fratelli Mike Jagosz e Dave Anthony, rispondevano ai suoi elogi sul nuovo cantante facendogli il verso, strillando a squarciagola il chorus di Back Off Bitch per scimmiottarne le acrobazie vocali. Quando i tuoi rivali ti prendono in giro citandoti a memoria, qualcosa vuol dire. La rivincita arriverà puntuale: quella voce derisa diventerà una delle più riconoscibili del rock e il pezzo sbeffeggiato nei ritrovi di Los Angeles finirà nel 1991 su un album certificato sette volte disco di platino negli Stati Uniti e accreditato di circa quindici milioni di copie fisiche vendute nel mondo secondo le ultime stime disponibili.
I Guns N’ Roses esistono da pochi mesi e Back Off Bitch è un punto fermo delle scalette nei club, tanto da finire anche su un demo datato 1985. Le presentazioni dal palco sono piccoli capolavori di sarcasmo: una sera al Troubadour, nel novembre 1985, Axl definisce Back Off Bitch una canzone molto carina e la dedica a chi si ritrova addosso qualcuno che non lo lascia in pace. Il pubblico ride, la band parte e il pezzo scatta via a tutta velocità, rabbioso e diretto come ogni cosa che il gruppo porta sui piccoli palchi di quella stagione.
Il brano viene suonato quasi esclusivamente tra il 1985 e il 1986. Quando arriva il momento di scegliere i pezzi per Appetite for Destruction, Back Off Bitch resta fuori. Il motivo non è mai stato chiarito fino in fondo. C’è chi punta il dito sulla struttura, con quella corsa che dice tutto nei primi due minuti e poi continua a girare, un lusso proibito per un disco come Appetite, dodici tracce in meno di un’ora con strutture serrate e nessuna sezione tirata oltre il necessario. La band non ha mai sciolto il dubbio e il brano è tornato nel cassetto, in attesa di un momento che sembrava non dover arrivare mai.
Nell’autobiografia Slash, disponibile anche in edizione italiana, il nostro idolo svela che, in fase di preparazione dei nuovi album, la band si ritrovò a casa sua e scrisse più di metà del materiale dei due Illusion in appena due notti, chitarre acustiche alla mano. Prima di cercare idee nuove riaprirono il cassetto dei pezzi mai pubblicati. Da quelle sessioni riemersero The Garden, Don’t Cry e proprio Back Off Bitch, otto anni dopo la sua nascita.
Il ripescaggio ebbe un prezzo che Slash riconoscerà qualche anno più tardi: incise tutte insieme, canzoni nate in epoche diverse smarrirono le sfumature dei rispettivi anni e finirono per somigliarsi. Nei vecchi demo, ammetterà, Back Off Bitch suonava meglio. Le prime stesure conservavano la grana e l’urgenza del momento in cui erano nate, mentre la rilettura in studio, rifatta con gli stessi suoni e nelle stesse sessioni di decine di altre tracce, ne uniformò il carattere.
Alla batteria adesso c’è Matt Sorum, arrivato al posto di Steven Adler. Il pezzo del 1982 viene finalmente inciso per Use Your Illusion I, traccia numero otto. Qui si nasconde il dettaglio più gustoso per chi ama la chitarra: il primo assolo che si sente appartiene a Izzy Stradlin ed è uno dei rari spazi solisti che sui due Illusion non portano la firma di Slash. Il motivo lo spiegherà lui stesso nel 1992: aveva previsto in origine per quello spazio una figura in trillo sulle note più alte della tastiera che non riusciva a eseguire con costanza, così preferì toglierla del tutto e cedere la scena al compagno, trovando il risultato molto più interessante. L’assolo principale rimase suo.
È una di quelle notti in cui Los Angeles non offre niente. Marcelle Sirkus gira in auto con un’amica senza una meta, finché un pensiero la raggiunge davanti al Record Plant: il suo vecchio amico sta registrando lì dentro, a pochi metri. Decidono di affacciarsi. Cinque minuti dopo, secondo il suo racconto, è in regia con Axl che le fa ascoltare le take vocali di Back Off Bitch e le chiede quale versione preferisca. La ragazza del letto di quella stanza di Hollywood stavolta resta ad ascoltare fino in fondo.
Use Your Illusion I è uscito da pochi mesi e Back Off Bitch attira critiche pesanti insieme a Get in the Ring e Locomotive, con la ferita di One in a Million ancora aperta. Parlando alla stampa nella primavera del 1992, Axl affronta la questione da una direzione che nessuno si aspetta: rivela di essere in terapia da oltre un anno e di aver scoperto, lavorando su se stesso, di aver trascinato per anni un risentimento irrisolto verso le donne. Le radici, spiega, affondano nell’infanzia a Lafayette, tra il rifiuto materno vissuto fin da piccolissimo e il conto mai chiuso della nonna con gli uomini. Scavando a ritroso Axl ritroverà il bambino di quattro anni che la ascoltava scagliarsi contro l’intero genere maschile, un ricordo riemerso nel lavoro su di sé che insieme al resto aveva confuso il suo stesso rapporto con la mascolinità. Quelle emozioni, conclude, erano finite dritte nelle canzoni.
Nella stessa conversazione difende il diritto di trattare argomenti pericolosi nella propria musica e ricorda che Back Off Bitch ha ormai dieci anni. Il tempo trascorso tra la scrittura e la pubblicazione diventa la chiave di lettura dell’intero caso: il disco del 1991 fotografa un rancore del 1982, come una lettera spedita con un decennio di ritardo.
Quattordici anni dopo il demo pagato con i soldi di famiglia, i fantasmi della cameretta di Hollywood bussano alla porta di un tribunale. Nel 1998 Chris Weber fa causa ad Axl per vedersi riconoscere i crediti di scrittura di Back Off Bitch e di Shadow of Your Love, i due pezzi nati quando erano soltanto ragazzi che dormivano dove capitava, tra stanze in prestito e pasti saltati, con qualche chitarra e nessun contratto. La causa si chiude con un accordo e i crediti di Back Off Bitch restano quelli di sempre, Rose e Tobias. La vicenda conferma quanto quel titolo abbia sempre generato attriti, dentro e fuori dalla band.
Nel frattempo Paul Tobias ha fatto il percorso opposto. Il complice della prima ora a Lafayette è entrato davvero nei Guns N’ Roses alla fine del 1994 come sostituto di Gilby Clarke, dodici anni dopo aver scritto con Axl la canzone che lo lega per sempre alla storia del gruppo. Pochi autori possono dire di essere entrati in una band inseguendo un proprio brano.
Gli archivi delle scalette raccontano un congedo rapidissimo: sul tour Use Your Illusion il brano sale sul palco appena due volte nel corso del 1991, poi Back Off Bitch sparisce dai concerti e non vi fa più ritorno, nemmeno nell’era della reunion. Nel 2018, davanti alla domanda su come siano invecchiate, a quasi trent’anni di distanza e in un clima culturale profondamente cambiato, le parole di Back Off Bitch e degli altri testi più ruvidi di quegli anni, Slash ammetterà di non averci mai pensato. A suo dire certe canzoni dell’epoca riflettevano lo sguardo acerbo che quella stagione posava sulle donne, senza alcuna cattiveria di fondo: cose da non prendere troppo sul serio.
Sospeso tra due epoche, il brano resta legato alle esperienze vissute da Axl al di là dei crediti di scrittura e composizione: fu comunque lui a decidere di pubblicarlo, dieci anni dopo averlo scritto. Custodisce uno dei rari assoli firmati da Izzy sui due Illusion e trascina con sé una scia di stanze in prestito, nastri dimenticati e ruggini mai sopite. Chi vuole rivivere quelle notti acustiche a casa di Slash e il caos creativo nelle sessioni degli Illusion trova un racconto di prima mano nell’autobiografia del chitarrista citata poco fa, un libro che restituisce meglio di qualsiasi cronaca il sapore di quel decennio vissuto sull’orlo del disastro.
Da qualche parte, in una stanza di Hollywood che oggi non sappiamo da chi sia abitata, un ragazzo dell’Indiana suona per la terza volta di fila la stessa melodia. La ragazza sul letto aveva visto giusto: quel pezzo avrebbe fatto discutere chiunque l’avesse incrociato. Il rullino finisce qui. La melodia no: trentacinque anni dopo gira ancora, potente e senza freni.
Fonti: Slash, Slash (autobiografia); Raz Cue, memorie; Guitar World; Rolling Stone; Ultimate Classic Rock; Wikipedia.