Wayne Charvel, l’uomo che insegnò alla chitarra a correre

Un ragazzo olandese naturalizzato californiano suona seduto a gambe incrociate sul pavimento di un laboratorio di San Dimas, alle porte di Los Angeles, mentre aspetta che gli riparino una delle sue chitarre martoriate. È un pomeriggio del 1977 e quel ragazzo si chiama Edward Van Halen. Fuori dai club di Pasadena il suo nome non dice ancora niente a nessuno. Il titolare del negozio lo lascia fare. Ha imparato da tempo che i chitarristi migliori sono quelli che non riescono a stare lontani dallo strumento nemmeno per il tempo di una riparazione. Quel titolare si chiama Wayne Charvel e il 12 luglio 2026 se n’è andato a 85 anni, lasciando dietro di sé un cognome stampato su milioni di palette e una rivoluzione che ha cambiato il suono del rock duro. Per capire da dove arrivasse quella rivoluzione bisogna tornare al 1959, quando Wayne compra la sua prima Stratocaster nuova di fabbrica. Lavora come verniciatore a spruzzo in un laboratorio di insegne pubblicitarie e verso il 1960 fa una cosa che all’epoca equivale a un sacrilegio: smonta la sua Fender e la rivernicia in Candy Apple Blue. È il gesto fondativo di tutta la sua carriera. La mentalità è quella delle officine hot rod californiane, dove nessuna macchina esce dal concessionario abbastanza veloce o abbastanza bella. Wayne applica lo stesso principio alla chitarra elettrica con decenni di anticipo sul mercato.

Negli anni Settanta lavora per tre anni alla Fender, esperienza che gli mette in mano il mestiere e gli mostra anche i limiti della produzione in serie. Nel 1974 apre Charvel’s Guitar Repair ad Azusa, poi si sposta a Glendora e infine a San Dimas. La bottega si fa presto una reputazione riparando e rifinendo strumenti Fender e Gibson per musicisti che vogliono qualcosa di più: pickup più potenti, verniciature personalizzate, hardware migliore. Wayne comincia a distribuire componenti aftermarket di qualità firmati Boogie Bodies e Schecter, vendendo corpi e manici separati con cui i chitarristi possono montarsi tutto da soli. Oggi sembra normale. Nel 1975 era fantascienza, e quella scelta commerciale diede di fatto vita alla moderna cultura del modding chitarristico.

In quel laboratorio nasce anche un’innovazione tecnica che pochi gli riconoscono. Van Halen gli chiede se esista un modo per eliminare i fischi dei suoi DiMarzio spinti a volumi disumani. Wayne risolve immergendo i pickup nella cera calda e pubblicizza il servizio sulle riviste specializzate. Nessun’altra azienda offriva il pickup potting all’epoca. Una procedura oggi standard su qualunque strumento destinato all’alto guadagno uscì da quel bancone di San Dimas.

Il capitolo più celebre resta però quello del corpo da cinquanta dollari. Nel 1977 Eddie passa dal negozio, come fa spesso, e chiede se ci siano un corpo e un manico di scorta. Wayne racconterà anni dopo di avergli dato un manico Boogie Bodies e un vecchio corpo che teneva da parte, e di aver rivisto quella chitarra la volta successiva verniciata a bomboletta di bianco con strisce nere, con i chiodi a tenere fermo il pickup. Il corpo era un pezzo difettoso, uno scarto di un lotto di cento corpi in frassino del Nord tagliati nel 1976 da Wayne e Dave Schecter sui template di quest’ultimo. Prezzo di listino senza difetti: 89,95 dollari. Eddie lo porta via per una cinquantina. Su quel legno di seconda scelta nasce la Frankenstrat con cui Eruption riscriverà il vocabolario della chitarra elettrica. Nessun investimento del rock ha mai reso di più.

Il rapporto con Van Halen produce un secondo frutto ancora più iconico dal punto di vista visivo. Durante le sessioni di Van Halen II, con la Frankenstrat ormai copiata da mezza industria, Eddie vuole qualcosa di nuovo: un corpo in frassino a strisce nere e gialle con elettronica montata dal retro per eliminare il battipenna. La commissione passa per il laboratorio Charvel e ne esce la Bumblebee, che finirà fotografata sul retro di copertina del secondo album. Sulla paternità esatta le ricostruzioni divergono, perché quei mesi a cavallo tra il 1978 e il 1979 coincidono con il passaggio di proprietà dell’azienda. Il sito ufficiale del marchio EVH attribuisce la costruzione a Wayne. Torneremo sulla Bumblebee: il suo destino merita un capitolo a parte.

Dietro le apparenze di un’attività in piena espansione covavano infatti problemi finanziari seri, aggravati dai guai con un fornitore. Nel settembre 1977 era entrato in azienda un chitarrista del Tennessee con l’occhio lungo: si chiamava Grover Jackson. I due finiscono a pranzo insieme, Wayne ammette di temere il fallimento e ne esce un accordo: il 10 novembre 1978 Grover rileva l’azienda, marchio compreso. Da lì Charvel diventa il nome simbolo della superstrat anni Ottanta e partorisce anche il marchio Jackson, nato dalla Concorde disegnata per Randy Rhoads. Wayne resta fuori dalla festa che porta il suo cognome. I rapporti tra i due rimarranno freddi per decenni, con versioni discordanti su come andò davvero la cessione. Una cosa va detta con chiarezza: l’ingegneria di base, i manici sottili e la filosofia costruita attorno alle esigenze del musicista che resero possibile quel boom erano farina del sacco di Wayne.

Il boom, appunto. Negli anni Ottanta una Charvel a tracolla diventa il distintivo di un’intera generazione. Jake E. Lee, chiamato a raccogliere l’eredità impossibile di Randy Rhoads nella band di Ozzy Osbourne, incide Bark at the Moon e The Ultimate Sin imbracciando le sue San Dimas, su tutte la Blue Burst con configurazione humbucker e due single coil che il marchio ha ristampato come signature fino a pochi mesi fa. La sua prima Charvel nasce da un regalo di compleanno: Jake arriva a Hollywood con una Strat sunburst; un amico che lavora in azienda gliela rivernicia, tirando fuori quella tinta bianco perla con riflessi lavanda che lo accompagnerà agli esordi con Ozzy. Richie Sambora suona strumenti Charvel nei primi anni dei Bon Jovi, prima del passaggio a Kramer, e il suo nome compare tra i clienti celebri di Wayne citati dall’archivio di storia orale del NAMM. Lo stesso archivio elenca Vinnie Vincent, il chitarrista che i Kiss pescarono per Creatures of the Night e che poi trasformò la sua Invasion in un poligono di tiro per note al secondo.

Da quella Invasion, per uno di quegli incroci che rendono la scena di Los Angeles un romanzo, escono due musicisti che con Wayne stringeranno un rapporto diretto: Mark Slaughter e Dana Strum. Quando il progetto di Vincent implode, i due fondano gli Slaughter e piazzano Stick It to Ya nelle classifiche americane del 1990. Entrambi figurano nell’elenco ufficiale dei clienti di Wayne, pubblicato dal sito della sua azienda. Strum è un personaggio chiave di questa vicenda anche per un altro motivo: fu lui, da giovane bassista ben introdotto nella scena losangelina, a segnalare Randy Rhoads per l’audizione con Ozzy Osbourne. Il cerchio delle chitarre californiane si chiude sempre attorno alle stesse persone.

Nel frattempo Wayne non era rimasto a guardare. Dopo la cessione lavora tre anni alla Gibson come designer e responsabile dei rapporti con gli artisti, poi un anno alla B.C. Rich come progettista e pattern maker. Fonda la W.C. Guitar Company e la Ritz. Il suo telefono continua a squillare e l’elenco dei clienti diventa un chi è del rock: Billy Gibbons e Dusty Hill degli ZZ Top, Tommy Bolin e Ritchie Blackmore dei Deep Purple, Terry Kath dei Chicago, Mark St. John dei Kiss, Pete Townshend e John Entwistle degli Who, Nuno Bettencourt, Vivian Campbell, fino a Dave Murray degli Iron Maiden, che ha costruito la propria leggenda su Stratocaster modificate con humbucker e ponti bloccati, ovvero esattamente la formula che Wayne aveva contribuito a codificare. L’uomo della Frankenstrat e il custode della Strat appartenuta a Paul Kossoff parlavano evidentemente la stessa lingua.

In quel registro clienti spunta anche Joe Perry. Il chitarrista degli Aerosmith è da sempre uno dei più grandi collezionisti del rock, con centinaia di esemplari che spaziano dalle Les Paul del 1959 alle creazioni più bizzarre, comprese chitarre che si è costruito da solo. Perry appartiene alla stessa specie di Wayne: quella di chi non ha mai considerato uno strumento come un oggetto finito. Fin dai tempi delle B.C. Rich Mockingbird imbracciate negli anni Settanta ha smontato, modificato e commissionato pezzi unici per tutta la carriera; ancora oggi confessa che nessuna delle sue Stratocaster è uguale all’altra, tra pickup sostituiti e ponti diversi. Che un modder seriale di quel calibro sia passato dal banco di lavoro di Wayne era quasi inevitabile. Sulle stesse pagine gli fanno compagnia Eric Clapton e perfino quel Les Paul che la chitarra elettrica solid body l’aveva inventata.

C’è poi il caso di Paul Gilbert, che racconta meglio di ogni altro il ruolo di Wayne come sarto dei virtuosi. Nel 1985 Gilbert è un diciottenne appena diplomato al GIT che insegna già nella stessa scuola e sta mettendo insieme i Racer X. Si fa costruire da Wayne, allora titolare di uno dei custom shop più rinomati dell’area di Los Angeles, una chitarra personalizzata ispirata alla Epiphone Olympic. Con quella custom e una Squier Stratocaster presa in prestito registra Street Lethal, l’album che lo consacra tra i mostri della velocità. Prima delle Ibanez con le effe dipinte, prima dei Mr. Big, il suono di Gilbert passò dalle mani di Wayne Charvel.

La vita però aveva in serbo per Wayne una prova durissima. L’8 novembre 2018 il Camp Fire divora la cittadina di Paradise, nella California del Nord, dove Wayne si era trasferito con la famiglia e dove gestiva con il figlio maggiore Michael l’officina delle chitarre di fascia alta a marchio Wayne con cui inseguiva il “brown sound” delle origini. Sei membri della famiglia Charvel perdono le case e ogni bene. Il laboratorio sparisce con tutti gli attrezzi, i template e le dime accumulati in una vita. Un’eredità iniziata nel 1959 svanisce in pochi minuti, mentre sulla strada di Michael cinque persone muoiono nelle auto cercando di fuggire. La comunità chitarristica mondiale si mobilita con una raccolta fondi e Wayne, a 77 anni, ricomincia un’altra volta. Ha continuato a costruire con Michael fino alla fine, con il negozio Charvel Music e il marchio Wayne a tenere accesa la fiamma di famiglia.

Resta da chiudere il conto con la Bumblebee, come promesso. Nel dicembre 2004 Dimebag Darrell viene assassinato sul palco durante un concerto dei Damageplan. Poche settimane prima aveva finalmente conosciuto il suo idolo Eddie Van Halen e gli aveva chiesto una chitarra a strisce gialle e nere come quella di Van Halen II, che considerava la più bella di tutte. Al funerale Eddie si presenta con una custodia e dentro non c’è una replica. C’è la Bumblebee originale, quella uscita dal laboratorio Charvel un quarto di secolo prima, e viene deposta nella bara accanto a Dimebag con una motivazione che ha fatto il giro del mondo: un originale merita l’originale. Da allora una delle creazioni più famose passate per le mani di Wayne riposa sottoterra ad Arlington, Texas, abbracciata a uno dei chitarristi che quella scuola di suono aveva cresciuto.

Il verniciatore di insegne che nel 1960 osò smontare una Stratocaster ha finito per infilare il proprio lavoro nella storia del rock a un livello che pochi liutai possono rivendicare, dal garage di Pasadena alle classifiche mondiali fino a una tomba texana dove la sua opera veglia su un fratello di suono. Chi volesse approfondire la parabola dell’uomo che più di tutti beneficiò di quelle mani troverà pane per i suoi denti in Eruption. Conversazioni con Eddie Van Halen di Brad Tolinski e Chris Gill, dove il chitarrista racconta in prima persona anche gli anni delle botteghe californiane e degli strumenti costruiti pezzo per pezzo. Wayne, da qualche parte tra quelle pagine, c’è sempre.

Chiudo con un regalo: il documentario A Guitar Story dedicato a Wayne Charvel, girato a Paradise negli ultimi anni della sua vita. La sua voce racconta il resto.

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