Skid Row: Wasted Time, il brano che divide band e pubblico
Pubblicato il
Gli chiedono quale brano degli Skid Row vorrebbe non aver mai scritto. Rachel Bolan ne ha due pronti. Il secondo lo nomina cambiandogli il titolo: Waste of Time, spreco di tempo. Lo dice ridendo, senza alcuna cattiveria. La melodia della strofa non lo ha mai convinto, il titolo nemmeno. Sa già che su quel punto qualcuno storcerà il naso, perché è la canzone che il pubblico continua a chiedere sera dopo sera, in ogni città, da più di trent’anni.
Capita qualche volta che chi scrive un pezzo e chi lo ascolta finiscano per posizionarsi su registri emotivi diversi. Con Wasted Time quella distanza tocca il punto massimo, perché Bolan non è l’unico ad avere qualche riserva. Anche Sebastian Bach, che di quel testo si considera l’autore quasi per intero, ha ammesso di non amare del tutto il risultato. Snake Sabo, chiamato a stilare la classifica dei dieci brani migliori della band, ha lasciato fuori Wasted Time trovando invece posto per In a Darkened Room e Breakin’ Down. Tre autori, nessuno dei quali particolarmente innamorato, e una canzone che ha finito per esplodere.
Per capire come tutto prende vita bisogna tornare all’autunno del 1990, quando gli Skid Row entrano in pre-produzione con un’idea molto chiara di cosa vogliono diventare. Il debutto omonimo del 1989 li ha portati dai club del New Jersey agli stadi, spinto da due ballad che hanno occupato MTV per mesi. Una parte della stampa costruisce attorno a quel successo una formula che ripete ovunque, come se bastasse a definirli: protetti dei Bon Jovi. La ricostruzione ha un difetto evidente. Sabo e Jon Bon Jovi erano amici da ragazzi, molto prima che esistessero contratti e classifiche. Quel legame aveva portato Sabo a suonare la chitarra solista nei Bon Jovi delle origini, nel 1983, prima che quel posto passasse a Richie Sambora. Con Sebastian Bach il rapporto sarebbe nato poco prima del suo ingresso nel gruppo. Un’amicizia del genere può spalancare una porta. Quello che accade oltre la soglia non dipende più da chi l’ha aperta. Nessuna spinta esterna ha mai venduto cinque milioni di copie di un disco d’esordio. Nessun padrino ha mai convinto un pubblico intero a cantare le stesse due ballad per un anno di fila. Il resto lo avevano costruito cinque ragazzi che si erano fatti le ossa nei club del New Jersey.
Dentro la band quella formula comincia a pesare. Bolan viene dal punk, ha i Ramones e i Sex Pistols nel sangue quanto gli Aerosmith. Bach è cresciuto sui Kiss e sulla New Wave of British Heavy Metal. Il secondo album dovrà essere più veloce, costruito per essere incisivo e granitico.
Richiamano Michael Wagener, che aveva già prodotto il debutto e che in quegli anni era il nome su cui l’intero ambiente hard rock e metal metteva la firma senza discutere. Veniva da Amburgo ed era stato uno dei primissimi chitarristi degli Accept prima di passare dall’altra parte del vetro. Aveva mixato Master of Puppets dei Metallica e Too Fast for Love dei Mötley Crüe, prodotto i Dokken e gli Extreme, lavorato con Ozzy Osbourne, Alice Cooper, Megadeth e W.A.S.P. Chiamarlo era già una dichiarazione di intenti sul suono. Le sessioni partono a fine 1990 e si dividono tra i New River Studios di Fort Lauderdale e gli Scream Studios di Studio City. Ne esce un disco che picchia in modo quasi programmatico, con la title track che corre come un pezzo speed e un brano che i grandi rivenditori americani si rifiuteranno di tenere sugli scaffali, al punto che la casa discografica ne stamperà una seconda edizione priva di quel titolo. Slave to the Grind è, nelle intenzioni, un album costruito per togliere ogni dubbio sulla natura della band.
Poi arriva la traccia dodici e tutto rallenta.
Wasted Time dura quasi sei minuti e chiude il disco partendo dal punto più quieto dell’intera scaletta per arrivare, sul finale, a uno dei passaggi più laceranti che la band abbia mai inciso. Una chitarra pulita, una voce trattenuta, una progressione che sale lentamente verso un chorus enorme e poi si scioglie in un assolo lungo e dolente che non ha nessuna fretta di finire. È la prova più ambiziosa che gli Skid Row abbiano mai affrontato in formato lento. Resta anche l’unico momento del disco in cui la band smette di dimostrare qualcosa e si limita a raccontare.
Anche le parole hanno un destinatario preciso.
Steven Adler era il primo batterista dei Guns N’ Roses. Nelle foto sorrideva sempre. Il suo swing morbido e il suo flam perentorio avevano dato ad Appetite for Destruction buona parte dell’andatura da strada che tutti gli riconoscono. Nel 1990 la band decide di separarsi da lui. La dipendenza lo aveva svuotato poco a poco, fino a portargli via quello che sapeva fare meglio. Bach lo conosceva bene ed era suo amico. Stava guardando quella discesa da vicino senza poterci fare niente.
Il testo nasce da lì. Sebastian ha ricondotto quelle parole allo smarrimento di Adler, all’effetto a spirale della droga, al vedere qualcuno consumarsi giorno dopo giorno mentre ti giura che è tutto sotto controllo. La canzone si apre su un legame che sembrava indistruttibile e su una domanda che non ha risposta: perché continuiamo a ripeterci che andrà tutto bene mentre un amico si perde davanti ai nostri occhi. Da lì in avanti si scende senza mai chiamare le cose con il loro nome. L’eroina compare sotto il termine che le assegna il gergo della strada americana, un cavallo che scalpita e si imbizzarrisce in nome della disperazione. Nel finale non c’è nessun giudizio. C’è soltanto una voce stanca che guarda l’amico senza più riconoscerlo. Continua a ripetere di non aver mai immaginato di arrivare a tanto.
Il brano parla di chi assiste senza avere gli strumenti per intervenire, che è poi la posizione più scomoda di tutte.
Slave to the Grind esce l’11 giugno 1991 ed entra direttamente al primo posto della Billboard 200 con centotrentaquattromila copie vendute in sette giorni. Il metal, storicamente sottopesato dai vecchi sistemi di rilevazione delle vendite, emerge di colpo per quello che era sempre stato. Una band accusata ingiustamente per due anni di essere l’appendice di un’altra formazione si ritrova in cima a tutto, con un disco che nessuno avrebbe definito radiofonico.
Il singolo esce l’11 novembre, terzo estratto dall’album. Il video aveva anticipato di qualche settimana quell’uscita, arrivando in ottobre. A dirigerlo avevano chiamato Wayne Isham, che in quegli anni figurava tra i registi capaci di insegnare al rock come si sta dentro uno schermo televisivo. Due anni più tardi, nel novembre 1993, quelle immagini sarebbero confluite nella raccolta No Frills Video, accanto a Monkey Business, In a Darkened Room e Slave to the Grind.
Con quel video Sebastian non ha mai fatto pace. Nel 2011 ammise di trovarlo capace di rendere attraente proprio ciò che il testo vorrebbe scongiurare e di giudicare il brano stesso un po’ troppo cupo per i propri gusti. Disse anche di preferire In a Darkened Room, riconoscendo però che il pubblico ha scelto Wasted Time e continua a chiedergliela a ogni concerto.
Sulla paternità del testo conviene fare chiarezza, perché il quadro è meno lineare di quanto sembri. Nei registri ufficiali Wasted Time è firmata da tutti e tre, Bach, Bolan e Sabo. Quella firma condivisa resta l’unica cosa che conta sul piano dei diritti d’autore. A distanza di decenni, però, i ricordi su chi abbia scritto cosa non si sovrappongono del tutto. Sebastian ricorda di aver scritto il testo dalla prima all’ultima riga, con l’eccezione della coda conclusiva. Bolan ricorda invece di aver messo mano ad alcuni versi. Dove finisca la mano di uno e cominci quella dell’altro resta qualcosa che sanno soltanto loro tre. Sabo non entra nel merito.
Il brano si ferma al numero 88 della Hot 100, arriva trentesimo tra i pezzi rock e ventesimo in Gran Bretagna. Quel numero 88 ha un peso che nel 1991 nessuno poteva misurare: è l’ultima volta che gli Skid Row compaiono nella classifica generale dei singoli americani. Sette settimane prima era uscito Nevermind. Il terreno si stava già muovendo sotto i piedi di tutti. Una band che aveva appena costruito il disco più duro della propria carriera per smarcarsi da un’etichetta si sarebbe ritrovata addosso un’etichetta nuova, decisa da altri e altrettanto difficile da togliere.
La domanda di partenza resta aperta e divide chi ha scritto il pezzo da chi lo ascolta. Il pubblico non ha mai avuto dubbi. Nelle scalette, nelle richieste urlate sotto il palco, sotto ogni video caricato in rete, Wasted Time funziona da decenni per un motivo che ha poco a che vedere con la qualità della melodia della strofa. Funziona perché quasi tutti hanno avuto il loro Steven Adler. Un amico, un fratello, un collega, qualcuno che a un certo punto ha smesso di rispondere al telefono. La canzone dice a quelle persone che l’impotenza che hanno provato ha un nome ed è già stata messa in musica da qualcun altro.
Adler non è morto. Ha attraversato decenni difficili e ricadute avvenute sotto gli occhi di tutti, poi si è messo a raccontare la propria versione. La sua autobiografia, uscita nel 2010, si intitola My Appetite for Destruction e vale la lettura proprio per il rovescio della medaglia che offre: da una parte la canzone di chi guardava dall’esterno, dall’altra il resoconto di chi stava dentro quella stanza. Leggerle insieme fa un effetto strano, perché l’ultima frase di Wasted Time smette di suonare come un epitaffio e diventa una domanda ancora aperta.
Oggi gli Skid Row non hanno un cantante. Dopo l’uscita di Erik Grönwall, nel marzo 2024, la band è rimasta ferma per oltre due anni. Bolan ha pubblicato il suo primo disco solista e spiega che il lavoro sulle canzoni nuove è ripartito, in attesa di trovare una voce. La canzone con cui i suoi tre autori hanno un rapporto complicato, intanto, continua a girare ogni giorno negli auricolari di gente nata quando quel disco era già vecchio.
Le due posizioni sembrano inconciliabili e invece guardano la stessa cosa da due lati. Chi ha scritto quel pezzo lo sente ancora attaccato all’occasione che lo ha prodotto. Per Bach Wasted Time resta il ricordo di un amico che si stava perdendo. Trovarlo troppo cupo è la reazione più umana possibile davanti a una ferita rimasta aperta. La battuta di Bolan sul tempo sprecato funziona allo stesso modo, perché ridere di una cosa pesante è il modo più antico che esista per riuscire a nominarla. Chi ascolta quella storia non l’ha vissuta. Riceve la canzone libera dalla sua origine e ci mette dentro la propria.
Vale per quasi tutte le canzoni che sono costate qualcosa a chi le ha messe insieme. L’autore si tiene il peso. L’ascoltatore riceve il sollievo. Lo stesso brano finisce per esistere due volte, con un titolo solo e due significati che non si toccano mai. A ogni concerto, in una città diversa, c’è ancora qualcuno che si avvicina a Sebastian e chiede se stasera la suona. Quella che chiede è ormai la sua.