Ci sono concerti che ti trovano pronto e concerti a cui ti presenti con quel poco che ti è rimasto. Questo era decisamente il secondo caso. Primo settembre 2026, Parco della Musica di Milano, quello che tutti continuiamo a chiamare Novegro anche se sta a Segrate.
Venivo da sei giorni di influenza vera. Quella con la febbre a 39 che non molla, il corpo che pesa il doppio, la testa che galleggia da qualche parte sopra il cuscino. Sei maledetti giorni scanditi da una tachipirina mille ogni otto ore e il tempo misurato in compresse invece che in ore. Il giorno dell’evento era il primo senza farmaco. Il termometro, nelle prime ore del mattino, diceva che potevo uscire di casa ma Il resto del corpo suggeriva di ripensarci. Alla fine, ha vinto fortunatamente il termometro. Così, quella sera dal cielo pulito, mi sono fatto coraggio e sono salito per la prima volta sulla nuova linea blu della metropolitana milanese dalla zona di Sant’Ambrogio. Ci pensavo da mesi a farmi un giro sulla nuova linea senza però mai trovare l’occasione. Il debutto, quasi per un disegno preciso, me lo hanno regalato Alice Cooper, Joe Perry e Johnny Depp. Dopo circa quindici minuti di viaggio giungo a destinazione. Fermata Aeroporto di Linate, poi scala mobile e infine superficie. Niente parcheggi, navette o oltre scocciature, nel giro di cinque minuti ero davanti all’ingresso principale dell’evento.
Ad accogliermi, subito a fianco della cassa biglietti e accrediti, i punti ristoro con birra e hamburger. Ben organizzati, ordinati e dotati di pagamenti elettronici su grandi tabelloni. Alle sette di sera, quell’area, era già un piccolo villaggio di gente che si preparava senza fretta alla serata. Ogni dieci minuti circa, sopra le nostre teste, passava un aereo in decollo da Linate. Una scenografia involontaria che nel corso della notte sarebbe diventata quasi parte dello show.
Il villaggio finiva dove cominciava la coda. Immensa, chilometrica, di quelle che ti fanno pensare che entrerai sfinito a metà del primo pezzo. Qui però va dato merito all’organizzazione, perché gli accessi al PIT 1 e al PIT 2 erano separati dal flusso generale, e in meno di due minuti ero dentro. Con le energie al minimo storico di quel giorno non era un dettaglio. Era una benedizione.
Dentro, il colpo d’occhio è quello giusto fin dal primo sguardo. Uno spazio aperto e sorprendentemente verde, un grande prato incorniciato dagli alberi, il palco piazzato in fondo, il pubblico raccolto tutto davanti, su una superficie piana. Anche parecchio indietro, oltre le barriere del PIT, visuale perfetta. Fa impressione pensare che sia una location giovanissima, nata nell’estate del 2025 su iniziativa di Unipol Arena, e che in due sole stagioni si sia già presa un posto di rilievo tra gli spazi milanesi per i grandi live, con The Who, Massive Attack e Smashing Pumpkins passati di qui nella prima edizione. Ci arrivi in metropolitana in pochi minuti dal centro di Milano, ci entri camminando, e una volta dentro respiri.
A completare il quadro, noi, il pubblico che a un concerto come questo è già metà dello spettacolo. Girando tra il prato e i banchetti il colpo d’occhio era pazzesco: cilindri, occhi truccati di nero, giubbotti di pelle smanicati indossati con orgoglio nonostante l’umidità, una quantità impressionante di magliette storiche dai Doors ai Motörhead. Gente arrivata lì da una vita di passione autentica per la musica di qualità.
Prima di cercarmi un posto tranquillo sul prato dove riposare le gambe, però, avevo una missione da portare a termine al banco del merch ufficiale. Volevo una maglietta da regalare a una persona speciale che sapevo avrebbe apprezzato quel ricordo. Pensavo che l’avrei trovata senza problemi ma purtroppo non c’era. I ragazzi del merch mi hanno spiegato che quel modello particolare era stato pensato solo per il mercato americano. Mi sono guardato intorno curioso, ne ho scelta un’altra, forse un modello un po’ troppo aggressivo ma la mossa, tornato a casa, si è rivelata azzeccata. Spesso, il pensiero conta molto di più di tutto il resto.
Pochi minuti dopo, la serata ha cominciato a girare naturalmente per conto suo. Nel giro di un’oretta ho incontrato alcuni amici storici, quelli di sempre, quelli speciali, quelli con cui il discorso riparte esattamente dal punto in cui lo avevi lasciato mesi prima. Abbiamo parlato di musica, di dischi, di ricordi, di quello che sarebbe accaduto da lì a poco, poi ci siamo goduti lo show insieme. Questa è la parte del rito che non si racconta mai abbastanza, dovrebbe essere fatto di più, perché il concerto non comincia quando si spengono le luci. Comincia quando ritrovi le persone giuste sul luogo dell’evento.
Nel frattempo, magicamente, dall’impianto hanno cominciato a uscire diversi pezzi di “Ain’t Life Grand” degli Slash’s Snakepit. Quel disco per me non è un disco qualunque, è un pezzo della mia vita, e sentirlo rimbalzare su un prato pieno di gente mi ha fatto lo stesso effetto di incontrare un vecchio amico dove non te lo aspetti.
Alle 20:35 partono le Bambole di Pezza, e mezz’ora dopo il parco è caldo. Tirano dritto senza fronzoli, con una scaletta che alterna spinta e melodia. Una cantante con una voce di quelle che non hanno bisogno di essere aiutate dall’impianto, una band compatta che non si fa intimidire né dal palco né dal contesto. Aprire per un gruppo di questa caratura, davanti a settemila persone che sono lì per altro, non è un compito per niente semplice. Le ragazze se la cavano bene. Diverse persone attorno a me che non le conoscono si girano a chiedere chi siano, e questo, per un opening act, è il miglior voto possibile.
Segue il cambio palco, con qualche incertezza di audio che salta da un canale all’altro, risolta prima che diventi un vero problema. Poi le luci si abbassano.
Alle 21:46 la serata cambia marcia. Il parco intero smette di chiacchierare nello stesso istante, i telefoni si alzano, il brusio diventa un boato, il prato sotto il palco si compatta di colpo. Quell’attimo sospeso nel buio, con tutto il pubblico che trattiene il fiato insieme, resta una delle sensazioni più belle che il live, ancora oggi, sappia regalare.
Arrivano i Bauhaus dall’impianto. I ledwall ad alta definizione si accendono su un mondo oscuro, compaiono quattro bare aperte, i morti si alzano e cominciano a suonare.
In quel momento il pubblico esplode.
Succede quello che aspettavo, la cosa per cui avevo deciso di uscire di casa con le gambe che tremavano vistosamente e l’equilibrio quasi inesistente. Alice Cooper appare con il cilindro e il bastone nero dal pomello bianco, lo punta verso la folla, lo fa roteare come una bacchetta magica. Settantotto anni. Voce ancora penetrante, definita ed abrasiva, riconoscibile in mezzo a qualunque cosa al mondo. Alice non è un uomo che amministra il proprio passato, è uno che quel palco lo possiede oggi come agli inizi. Si muove agevolmente come se il tempo gli avesse concesso una tregua permanente tenendo in pugno tutto il pubblico con un gesto della mano e lasciando volentieri ad altri il compito di tenere insieme la macchina alle sue spalle.
Ci pensano i brani a spiegare il resto. “I Want My Now” e “Raise the Dead” scaldano il motore. Con “I’m Eighteen” ti ricordi chi comanda e quando arriva “My Dead Drunk Friends”, mentre sugli schermi scorrono fiumi di whisky fino alla scritta “We died”, capisci finalmente perché questa band esiste. Non è un’operazione nostalgia, non è un gioco tra celebrità. È un brindisi ai propri amici morti, suonato invece che bevuto.
Di Joe Perry si può dire tutto tranne che sia lì per fare presenza. Il fraseggio è sporco esattamente quanto deve esserlo, il timing è inappuntabile, gli assoli sono limpidi e avvolgenti e attraversano la serata come un filo rosso. Su “Livin’ on the Edge” e “Walk This Way” siamo a casa sua. Quando prende il microfono per “You Can’t Put Your Arms Round a Memory” di Johnny Thunders regala il passaggio più intimo di tutto il concerto, una ballata romantica che però resta testosteronica fino all’ultima nota. Va detto con onestà, nei pezzi degli Aerosmith l’assenza di Steven Tyler si sente, ma è una constatazione e non un rimprovero.
Quella macchina alle spalle di Alice, invece, ha un nome preciso: Tommy Henriksen. È il direttore musicale, è la spina dorsale, è quello che i quattro guardano quando capita che si perdano dentro un pezzo. Senza di lui questa sarebbe una jam tra celebrità. Con lui diventa una band efficace, compatta e organizzata. Arriva anche la sua rivincita personale, perché quando attacca “Highway to Hell” e si mette a cantare le parti di Bon Scott, si porta a casa l’applauso a scena aperta della serata, meritatissimo.
Bella sorpresa anche Chris Wyse al basso, che si prende il suo momento a centro palco con un assolo breve ma cattivissimo, arrivando a suonare lo strumento dietro la schiena mentre luci rosse e fiammelle trasformano il palco in un girone infernale. Dietro di lui Buck Johnson alle tastiere fa il lavoro che nessuno nota e che tiene in piedi tutto il resto, restando volutamente un passo indietro nel mix. Sono quei tappeti che senti solo quando mancano.
Discorso a parte per Glen Sobel. Qui apro una parentesi personale, da batterista, prendendomene tutta la responsabilità. Sobel è un professionista di preparazione immensa, uno che tecnicamente non sbaglia una virgola, che ha il controllo assoluto di ogni dinamica, e che dentro “Baba O’Riley” costruisce un assolo di grande intelligenza. Detto questo, io avrei preferito qualcosa di diverso. Mi sarebbe piaciuto un batterista più emotivo, più sudato, più potente. Uno che picchia, per intenderci. Il suono che arriva dal palco è corposo ma ovattato, più tonfo che schianto, e in una band che ha vissuto di eccesso e di sporco, quel colore mi è mancato. Per essere del tutto sincero, Matt Sorum sarebbe stato la scelta perfetta, perché ha esattamente quel groove marziale, quella pesantezza da rock’n’roll determinato che a un progetto come questo starebbe addosso come un vestito su misura. È un’opinione personale, la mia, e non toglie nulla al valore di Sobel. È solo la differenza tra ammirare qualcuno e sentirlo vibrare nelle ossa.
Sentirlo nelle ossa, invece, è esattamente quello che succede quando arriva “People Who Died”.
Lì il concerto smette di essere spettacolo. Sugli schermi scorrono i volti di chi non c’è più, e quando compare Ozzy il parco si scioglie in un applauso ricco di affetto che sembra non finire mai. Tutti quanti stanno facendo la stessa identica cosa, e non è cantare. Stanno ricordando. Il pezzo diventa una scarica garage rock, con Perry che gira attorno alla voce di Depp, e alla fine Johnny dice semplicemente “vi ringrazio”. In italiano. Da lì in poi è tutto in discesa.
Su di lui, poi, mi permetto qualche riga in più. Johnny Depp, che ho sempre stimato come attore e che da anni seguo anche come musicista, ha fatto la cosa più rock che potesse fare. Si è tolto dai riflettori. Ha scelto volontariamente di stare un passo indietro rispetto ad Alice e Joe, di accompagnare, riempire, affiancare gli altri negli assoli, di vestire i panni del chitarrista ritmico e non quelli della star viziata e strabordante. Uno dei brand più famosi del pianeta ha passato due ore cercando di non farsi notare. Per due ore non è stato né Jack Sparrow né Edward mani di forbice. È stato il chitarrista e cantante aggiuntivo degli Hollywood Vampires.
Quando tocca a lui, però, il microfono se lo prende sul serio. “Venus in Furs” è la sua serata in miniatura, voce calda e avvolgente su un tappeto dark e sensuale, il pezzo in cui il timbro roco che si ritrova lavora meglio di qualsiasi tecnica. “Heroes” parte più incerta, con un paio di attacchi non a fuoco, ma cresce strofa dopo strofa e alla fine convince proprio per quello: meno eterea di quella di Bowie, più concreta, più carnale, con le sbavature che diventano il motivo per cui ci credi. Poi “The Death and Resurrection Show” dei Killing Joke, la pagina più oscura di tutta la serata, con cattedrali, cimiteri sul ledwall e i nomi delle rockstar scomparse incisi sulle tombe.
La scena più tenera che lo riguarda, però, arriva alle presentazioni. Cooper chiama la band uno per uno, e quando tocca a Depp scopre che si è nascosto dietro le quinte. Lo richiama con un “Come, little boy, come to me”, lo presenta come una leggenda, l’uomo dai mille volti. Lui risale sul palco ancora emozionato con un timido sorriso, lancia tre note con la chitarra e torna immediatamente alle spalle di Alice. Se qualcuno ha ancora dubbi sul perché sia lì, quella scena li scioglie tutti.
Da lì al finale è puro teatro horror da baraccone di qualità, nel senso più bello del termine. Lo zio Alice riappare vestito di bianco, “School’s Out” si fonde con “Another Brick in the Wall”, enormi palloni colorati piovono leggeri sulla folla, e l’encore di “The Train Kept A-Rollin'” con Alice all’armonica e Perry che cavalca letteralmente la chitarra, chiude il cerchio. Alle 23:29 i musicisti si abbracciano, ringraziano e spariscono salutando nel fumo. Dagli altoparlanti parte “Anarchy in the U.K.”, la gente si avvia all’uscita, e sopra Segrate continuano a passare gli aerei esattamente come due ore prima.
Ho lasciato quel posto con la sensazione di aver visto qualcosa che valeva ogni singolo minuto di attesa. Una serata magnifica. Chiamarli la bar band più costosa del mondo non è un insulto, è la definizione più esatta possibile. Sono conservatori del rock, non c’è nulla di artefatto in quello che fanno, e proprio per questo funzionano. Non riscrivono quelle melodie, le celebrano, senza il minimo timore reverenziale e senza mai cadere nell’effetto karaoke. Alla fine, sono un gruppo di amici che ha deciso di ritrovarsi su un palco perché amano profondamente questa musica con decenni di mestiere alle spalle e una professionalità mostruosa.
Io a Novegro ci ero arrivato con le batterie a zero, demolito dopo sei giorni di febbre, tachipirina e finestre chiuse, pensando che forse avrei retto un’ora scarsa prima di rannicchiarmi in qualche angolo. Invece a metà concerto mi sono accorto che stavo godendo intensamente insieme a tutti gli altri, senza più ricordarmi di avere un corpo e buttando fuori inconsapevolmente tutte le scorie accumulate.
Non so spiegarlo diversamente. Quella musica lì, suonata da quelle mani lì, mi ha rimesso in piedi meglio di qualsiasi cosa avessi preso in quei sei giorni.
C’è chi dice che la musica non salvi nessuno. Io sono convinto del contrario, e quella sera ne ho avuto la prova addosso, perché per due ore ha preso tutto quello che mi ero portato dietro, la stanchezza, i pensieri, la rottura del mio omero sinistro a fine Marzo, e lo ha lasciato fuori dai cancelli insieme al traffico e agli aerei di Linate.
Sono tornato a casa esausto e felice, con una maglietta da regalare nello zainetto e la testa piena di riff. Il rock non è un reperto da museo, non è una cosa da raccontare al passato ai ragazzi che non c’erano. Il primo settembre, a Novegro, era vivo, sudato, rumorosissimo.
Ricorderò questa esperienza con affetto e serenità.
La scaletta
- I Want My Now
- Raise the Dead
- I’m Eighteen (Alice Cooper)
- My Dead Drunk Friends
- The Boogieman Surprise
- Venus in Furs (The Velvet Underground, voce Johnny Depp)
- People Who Died (The Jim Carroll Band, voce Johnny Depp)
- You Can’t Put Your Arms Round a Memory (Johnny Thunders, voce Joe Perry)
- Who’s Laughing Now
- Livin’ on the Edge (Aerosmith)
- Baba O’Riley (The Who)
- Bright Light Fright (Aerosmith, voce Joe Perry)
- Beck’s Bolero (Jeff Beck, strumentale con intro “Rumble”)
- Roadhouse Blues (The Doors)
- The Death and Resurrection Show (Killing Joke, voce Johnny Depp)
- “Heroes” (David Bowie, voce Johnny Depp)
- Highway to Hell (AC/DC, voce Tommy Henriksen)
- Walk This Way (Aerosmith)
- School’s Out / Another Brick in the Wall (Alice Cooper / Pink Floyd)
Encore: The Train Kept A-Rollin’ (Tiny Bradshaw / Aerosmith)
Sul palco: Alice Cooper (voce, armonica), Johnny Depp (chitarra, voce), Joe Perry (chitarra, voce), Tommy Henriksen (chitarra, voce, cori), Chris Wyse (basso, cori), Glen Sobel (batteria), Buck Johnson (tastiere, cori).
Opening act: Bambole di Pezza.

