La prima volta che me ne accorsi fu in una sala del nord dell’Inghilterra, verso la fine del 1980, in piedi di lato al palco con un cavo in mano. Lemmy stava cantando l’otto di picche. Non l’asso. L’otto. Ero a tre metri dal suo microfono e lo sentii distintamente, poi lo sentii di nuovo la sera dopo e la sera dopo ancora. Duemila persone urlavano il titolo giusto e lui ne cantava un altro, mentre nessuno diceva niente. Ci misi trentun anni a capire cosa stessi guardando.
In quell’autunno era ancora tutto nuovo. Ace of Spades era uscita in ottobre su Bronze Records, poche settimane prima dell’album omonimo. Nelle aree del backstage si respirava quella sensazione precisa che arriva quando qualcosa di speciale sta per succedere ma nessuno vuole dirlo ad alta voce per non rovinarla o per scaramanzia. La band era composta da Lemmy al basso e alla voce, Eddie Clarke alla chitarra, Phil Taylor alla batteria. Il pezzo durava due minuti e quarantotto secondi e portava la firma di tutti e tre, dettaglio che negli anni ho sentito dimenticare parecchie volte da chi lo raccontava come il colpo di genio di un uomo solo.
Sul palco durava meno di tre minuti. Nella vita di quell’uomo durò trentacinque anni.
Il primo segnale che qualcosa stava cambiando lo colsi nelle sale stampa, non sul palco. Bastava sedersi dietro a un tavolo con un giornalista davanti e le carte da gioco arrivavano inevitabilmente entro la seconda domanda. L’asso, il joker, la mano vincente, la battuta sul bluff. La stessa apertura in ogni città, in ogni lingua. Lui rispondeva ogni volta, alla millesima come alla prima, perché stare davanti ai microfoni della stampa faceva parte del lavoro quanto salire sul palco. Quella metafora l’aveva scritta una volta sola e gli tornava indietro ogni giorno dalla bocca di qualcun altro. In tutti gli anni in cui gli sono stato intorno non ho mai sentito un giornalista chiedergli di parlare d’altro.
Poi il pezzo cominciò a vivere fuori dalla band. Con quali contratti e quali modalità non l’ho mai saputo, visto che certe cose si decidono in uffici lontani dal palco. Il risultato invece si vedeva benissimo. Nel 1984 andarono a suonarlo in un episodio di The Young Ones, la serie comica che in Inghilterra guardavano tutti. Da quel momento nessuno riuscì più a controllarlo. Lo sentii in pubblicità di prodotti che con il metal non avevano niente da spartire, dagli snack ai mobili svedesi. Nelle sale la reazione era identica ovunque, sera dopo sera, decennio dopo decennio. Lui stava in mezzo con l’aria di chi stava facendo il proprio lavoro.
Cominciò a dire apertamente quello che ne pensava quando ormai erano passati vent’anni. Nel 2000 dichiarò pubblicamente di non considerare affatto quel brano il manifesto definitivo della band. Aggiunse che secondo lui il lavoro migliore dei Motörhead era arrivato dopo l’uscita di Eddie Clarke nel 1982. Era una posizione scomoda, perché significava dire in faccia al proprio pubblico che il brano che lo aveva reso famoso non era il suo preferito. La falsa modestia non c’entrava niente. Fu una convinzione che ripeté per anni, con una costanza che quasi nessuno gli riconobbe.
Nel 2002, nella sua autobiografia, fu ancora più diretto. Ammetteva che si trattava di una buona canzone e nello stesso respiro confessava di esserne stufo a morte, perché ormai chiunque pensasse alla band pensava soltanto a quella. Oltre venti album ridotti a un titolo solo. Mi faceva rabbia leggerlo, perché nelle stesse sedute erano nati Jailbait, The Chase Is Better Than the Catch, The Hammer, roba che reggeva il confronto senza abbassare gli occhi e che il pubblico occasionale non seppe mai di avere a disposizione.
Il punto era che non tolse mai quel pezzo dalla set list. La ragione che dava partiva, ovviamente, dal punto di vista di chi sta in platea: se fosse stato lui a comprare un biglietto per un concerto di Little Richard, avrebbe preteso di sentire Long Tall Sally. Chi pagava per vedere i Motörhead aveva lo stesso diritto. L’uomo che si era fatto un’immagine sull’insofferenza verso le regole accettava senza discutere la più antica regola dello spettacolo dal vivo. In una frase mi insegnò su questo mestiere più di dieci anni passati a caricare centinaia di furgoni.
Il modo più semplice per misurare quanto fosse cambiato il suo rapporto con quel pezzo era guardare dove finiva in set list. Nel 1980 e nel 1981 Ace of Spades apriva i concerti. Era il primo brano all’Hammersmith Odeon il 29 novembre 1980 ed era ancora il primo all’Heavy Metal Holocaust dell’agosto 1981. Serviva a spalancare la serata, a mettere in chiaro in meno di tre minuti con chi si aveva a che fare. Con i decenni scivolò in fondo, fino a diventare l’ultimo brano del set principale, il pezzo di punta della band. Spostata dall’inizio alla fine, la canzone aveva cambiato funzione: prima serviva a presentarsi, poi a saldare il conto con chi aveva pagato.
Nel 2010 arrivò il gesto che ancora oggi mi sembra il suo commento più eloquente. Incise una versione blues rallentata del pezzo, con l’armonica, per lo spot di una birra francese. Il brano che aveva definito la velocità nel rock inglese serviva adesso a vendere lentezza. A suonarlo così c’era lui in persona. Lo vidi in televisione e mi restò un dubbio che ho ancora. Stava scherzando sul proprio mito o stava soltanto eseguendo di nuovo quella canzone, come faceva da trent’anni, davanti a gente che non era lì per ascoltarlo?
Nel febbraio 2011 arrivò la frase che mi riportò di colpo dentro quella sala del nord dell’Inghilterra. Raccontò che per due anni aveva cantato la carta sbagliata e che nessuno se n’era accorto. Lo disse come si racconta uno scherzo riuscito troppo bene. Nella stessa occasione mise in fila anche il resto. Di quel pezzo non aveva mai capito quanto fosse davvero buono. Scriverlo era stato un esercizio sul gioco d’azzardo, un inventario di luoghi comuni allineati con precisione. Si considerava fortunato che la fama gli fosse arrivata da lì invece che da una canzone brutta. Quel giorno fu il massimo che si sentì di concederle.
Trentun anni prima io avevo pensato a una distrazione, alla sbadataggine di uno che canta in automatico. Con il senno di poi mi convinsi del contrario, cioè che sapesse benissimo quello che stava facendo. Nel suo racconto quella carta sbagliata andò avanti due anni senza che nessuno gliela facesse notare. Io che l’avevo sentita non aprii mai bocca. Se cercate la misura esatta della distanza tra un uomo e la propria canzone più famosa, sta tutta lì, in quelle due sillabe.
All’ultimo concerto della loro vita, a Berlino l’11 dicembre 2015, la set list andò come andava ormai da anni. Ace of Spades chiuse lo show prima del bis, poi tornarono sul palco per una Whorehouse Blues acustica con le presentazioni dei musicisti seguita da Overkill. L’ultima canzone che i Motörhead suonarono dal vivo non fu quella che il mondo associava al loro nome. Lemmy morì diciassette giorni dopo, il 28 dicembre 2015, a settant’anni.
Sull’avambraccio sinistro portava tatuato un asso di picche. L’ho visto centinaia di volte da vicino, mentre gli passavo un cavo o gli sistemavo il basso. Per anni non ci ho fatto troppo caso. Poche settimane dopo la sua morte Dave Grohl si fece incidere lo stesso simbolo sul polso. Il segno da cui diceva di sentirsi soffocato diventò il modo in cui gli altri musicisti scelsero di ricordarlo, sulla pelle, permanente quanto lui non voleva che fosse.
Ci ho pensato spesso negli anni e sono arrivato a una conclusione. La parte interessante non era la stanchezza. Era la lucidità con cui la raccontava. Sapeva perfettamente cosa aveva scritto, sapeva di aver lavorato su materiale già visto, sapeva anche perché funzionava. Non gli venne mai in mente di fingere che fosse nato da un’illuminazione divina. Dicendo ad alta voce di essere stufo e di preferire cose incise dopo, fece quello che quasi nessun musicista si permette, cioè rifiutò la propria leggenda mentre era ancora vivo per poterla correggere di persona.
Il testo di quella canzone si chiude con un avvertimento, cioè di non dimenticare il joker. Il joker è la carta che sta fuori dallo schema, quella che non vale quanto dicono le regole e ribalta la mano quando meno te lo aspetti. In tutta questa storia il joker era lui.
Quella voce, per intero, sta in White Line Fever, l’autobiografia che scrisse con Janiss Garza. In Italia si intitola La sottile linea bianca, nella traduzione di Riccardo Vianello per Baldini Castoldi Dalai, ristampata nel 2016. Io me la sono riletta più volte e la consiglio a chiunque ami il rock ‘n’ roll. Sono pagine in cui un uomo racconta la propria vita senza chiedere scusa a nessuno. Leggerle cambia il modo in cui si ascolta tutto il resto.
Chi vi ha raccontato questa storia non è mai esistito. Il tecnico della crew è un narratore immaginario. Sono sue anche le scene di backstage e di sala stampa che fanno da cornice. Tutto il resto è documentato.

