C’era una cassetta, in quella pila di provini, che non portava alcun nome. Nessuna etichetta, nessun numero di telefono, nessun indirizzo. Qualcuno l’aveva spedita a Los Angeles sperando di entrare nella band che l’ex chitarrista dei KISS stava mettendo in piedi, poi si era dimenticato la cosa più ovvia. Vinnie Vincent, Dana Strum e Bobby Rock la ascoltarono, si guardarono, e capirono di aver trovato il cantante che cercavano. Peccato che non avessero la minima idea di chi fosse.
Da quella cassetta anonima prende il via una delle storie più folli del rock americano degli anni Ottanta. Dentro ci sono un contratto da quattro milioni di dollari, un appartamento diviso fra otto musicisti squattrinati, testi scritti alle tre del mattino sui coperchi delle scatole della pizza e una ballata incisa la notte di Capodanno per rispettare un obbligo contrattuale. Alla fine, due di loro avrebbero venduto due milioni di dischi con un album che non avevano ancora mai suonato dal vivo.
Per capire come si arriva a quella cassetta occorre partire da Dana Strum, che nella mitologia del rock californiano occupa un posto strano e sottovalutato. Nato a Washington nel dicembre 1957 e cresciuto a Pasadena, aveva imbracciato il basso a otto anni contro il parere dei genitori, e a sedici frequentava già i club di Los Angeles. Nel 1979 lasciò i suoi BadAxe perché Ozzy Osbourne, appena espulso dai Black Sabbath, cercava un bassista per ripartire.
Quello che accadde dopo è leggenda documentata. Strum aveva visto suonare un ragazzo dei Quiet Riot e non riusciva a togliersi dalla testa quel suono. Insistette con Ozzy, che non gli diede retta. Prenotò allora una sala prove di tasca propria, convinse il chitarrista a presentarsi nonostante lo scarso entusiasmo, e quando Osbourne crollò ubriaco lo svegliò per trascinarlo in sala regia ad ascoltare. Il ragazzo si chiamava Randy Rhoads. Dopo la sua morte, nel marzo 1982, toccò ancora a Strum organizzare i provini del sostituto, vinti da Jake E. Lee. Nello stesso anno Paul Stanley telefonò a Ozzy per sapere dove diavolo trovasse quei chitarristi, si sentì rispondere un solo nome, e fu così che Strum finì nell’orbita dei KISS, ai quali segnalò il chitarrista che di lì a poco avrebbe inciso Creatures of the Night.
Vincent, all’anagrafe Vincent Cusano, arrivò nei KISS quasi in punta di piedi. Frehley stava uscendo dal gruppo e per quelle sessioni servivano mani nuove: registrò gran parte delle chitarre soliste senza comparire nei crediti, mentre sulla copertina campeggiava ancora il volto del predecessore. L’accredito pieno arrivò solo con Lick It Up nel 1983, primo disco dei KISS senza trucco, di cui firmò il grosso del materiale. Nel 1984 venne licenziato, dopo una lunga disputa sul rifiuto di firmare un contratto da dipendente, condizione che riteneva sproporzionata rispetto a quanto aveva dato alla band.
Ne uscì con una convinzione bruciante: la prossima band sarebbe stata sua. Fondò la Vinnie Vincent Invasion nel 1984, chiamò Strum al basso e, nell’ottobre 1985, il texano Bobby Rock alla batteria. L’idea era mettere in vetrina un tecnicismo vertiginoso, fatto di velocità pura e assoli che sembravano scariche elettriche, e il nome sulla copertina diceva già tutto a chiunque entrasse. La Chrysalis, etichetta britannica con sede anche a Los Angeles, ci credette al punto da firmare per otto album, quattro milioni di dollari secondo più fonti. Restava solo un problema, il cantante.
Con il contratto già pronto e nessun modo di rintracciare l’autore del provino, la band fece l’unica cosa possibile: ne assunse un altro chiedendogli, in sostanza, di somigliargli. Robert Fleischman, ex cantante dei Journey, aveva voce potente e curriculum solido, ma non c’entrava nulla con l’estetica lacca e lustrini che il gruppo stava adottando. Il debutto omonimo uscì nel 1986, prodotto dallo stesso Vincent con Strum, e arrivò al numero 64 di Billboard sfiorando il disco d’oro.
Fleischman se ne andò poco dopo, per niente interessato a passare la vita in tour, e a quel punto il fantasma si fece vivo da solo. Il gruppo aveva bruciato bollette telefoniche salatissime per risalire all’autore della cassetta, senza cavarne nulla. Si chiamava Mark Slaughter, era nato a Las Vegas il 4 luglio 1964 e aveva già inciso con gli Xcursion. Il risultato fu una scena surreale che chiunque può ancora vedere su YouTube: nel video di Boyz Are Gonna Rock è Slaughter a muovere le labbra sulla voce registrata di Fleischman. Il cantante fantasma faceva finta di essere il cantante che aveva fatto finta di essere lui.
All Systems Go uscì il 2 maggio 1988, con Jeff Scott Soto ai cori e due pezzi forti, Ashes to Ashes e Love Kills, title track di Nightmare on Elm Street 4, entrambi in programmazione su MTV; alle spalle c’erano già i tour in apertura ad Alice Cooper e Iron Maiden. Dentro, però, qualcosa si stava sfaldando. Slaughter e Strum erano convinti di avere accettato l’idea di un gruppo, mentre per Vincent e per l’etichetta l’Invasion restava il veicolo di un nome solo. Bobby Rock ha spiegato che in studio Strum faceva di fatto il produttore accanto a Vincent: un contributo reale, che i crediti non registravano.
Il momento simbolico si materializzò in un pomeriggio d’estate a Sacramento. Slaughter e Strum sedevano al bar durante il soundcheck quando su MTV partì il video di Love Kills, con la sovrimpressione che presentava il gruppo come Vinnie Vincent Invasion featuring Mark Slaughter. Il cantante capì di avere l’attenzione dell’etichetta, mentre Strum, con la lucidità del veterano, commentò che proprio nell’istante di massima esposizione stava per finire tutto. Aveva ragione: l’ultimo concerto fu il 26 agosto 1988 ad Anaheim. Strum venne licenziato da Vincent, a Slaughter fu offerto di restare, con un aut aut, stai nella mia band o vai con Dana. Rispose che preferiva finire nel canale di scolo insieme a Dana. Alla stampa, quell’anno, riassunse la faccenda con una frase che vale un trattato: Vinnie voleva essere un eroe della chitarra, loro volevano essere una band.
Da qui in avanti contano meno gli ego e più le clausole scritte nei contratti. Chrysalis era rimasta scottata dall’uscita di Steve Stevens dalla band di Billy Idol: perdere il talento e restare con il nome era un rischio che non voleva più correre. Jeff Aldrich, l’A&R di riferimento, impose quindi a Slaughter, Strum e Rock un Leaving Member Agreement, in base al quale chi avesse lasciato il gruppo doveva consegnare quattro canzoni all’etichetta, che manteneva un’opzione su di lui alle condizioni del contratto originario. Nell’estate del 1988 quella clausola, nata come rete di sicurezza per la label, diventò il trampolino di due disoccupati: i costi dell’Invasion avevano superato la linea di credito concordata, e il contratto passò ai due ex compagni.
Prima che passasse di mano, però, ci fu un inverno di miseria vera. Strum divise a Los Angeles un appartamento angusto con altri sette musicisti al verde, Slaughter compreso, e i due scrivevano di notte, buttando giù testi sui coperchi delle scatole di Domino’s Pizza alle tre del mattino. I criteri con cui cercarono gli altri due raccontano moltissimo sull’esperienza appena conclusa: musicisti disposti a stare o cadere insieme, senza problemi di dipendenze e interessati al pubblico. Tim Kelly, autodidatta di Trenton cresciuto ascoltando Rick Derringer e Peter Frampton, conobbe Slaughter a un barbecue; Blas Elias, texano del 1967, arrivò dopo un provino su videocassetta, con il biglietto aereo procurato dalla madre, impiegata di una compagnia aerea.
Le quattro canzoni dovute all’etichetta vennero incise fra la fine del 1988 e i primissimi giorni del 1989. I provini originali sono riemersi fra i bonus della ristampa di Stick It to Ya del 2003, e portano i titoli di Up All Night, Fly to the Angels, Mad About You e She Wants More, quattro dei pezzi che avrebbero retto il debutto. Slaughter lo ha rievocato con una precisione che vale come fotografia: la notte di Capodanno, mentre il mondo festeggiava l’arrivo dell’89, loro stavano in studio.
Fly to the Angels era nata da un lutto vero. Tornato da un tour, Slaughter aveva provato a rintracciare una ragazza con cui era stato al liceo, chiedendo a un amico d’infanzia di trovarle il numero. Due giorni dopo l’amico lo richiamò per dirgli che il funerale era l’indomani. Ci andò, trovò la chiesa piena di rose, e scrisse una canzone che parlava di lasciare andare; nelle note di copertina risulta dedicata alla memoria di Cyndi Romano. La ballata che avrebbe dominato MTV e fatto piangere una generazione di adolescenti esisteva quindi prima che la band avesse un contratto proprio, un nome, un disco in programma. Le demo finirono nelle mani di Budd Carr, il manager dei Kansas, e da lì alla casa discografica.
Il nome fu una scelta pratica, non un atto di vanità: Slaughter ha ammesso che il proprio cognome gli mise addosso una pressione notevole, perché in caso di fallimento sarebbe rimasto per sempre appiccicato a un disastro. Chrysalis provò a imporre un produttore esterno. I due risposero che, senza fiducia, tanto valeva liberarli, poi andarono a sondare altre etichette. Quando la Warner si disse pronta ad accoglierli, Chrysalis fece marcia indietro. Stick It to Ya venne registrato fra maggio e giugno 1989, in parte alla Pasha Music House, dove Strum aveva lavorato da ragazzo spazzando i pavimenti, e uscì il 23 gennaio 1990, quasi quarantanove minuti di hard rock levigato e pronto per la radio. La copertina fece discutere, una donna legata a una ruota da luna park contro cui volano coltelli, e Strum negò ogni intento misogino parlando di ruota della vita. Sul disco trovano posto anche Thinking of June, lo strumentale che Tim Kelly dedicò alla sorella scomparsa nel 1982, e Burning Bridges, letta da tutti come resa dei conti con Vincent, lettura che Slaughter ha sempre respinto.
Poi accadde la cosa più strana di tutta la storia. Il video di Up All Night, diretto da un giovanissimo Michael Bay, restò otto settimane al primo posto di Dial-MTV nella primavera del 1990. Il disco correva, la band non aveva mai messo piede su un palco. Il debutto dal vivo assoluto avvenne il 4 maggio 1990 a Lubbock, in Texas, in apertura ai KISS, e scesi dal palco i quattro trovarono in camerino i dischi d’oro per cinquecentomila copie. Da lì fu una valanga, fino al numero 18 in classifica e al doppio platino del gennaio 1991, con Fly to the Angels al 19 della Hot 100. Nel dicembre 1990 Las Vegas consegnò loro le chiavi della città, e un mese dopo arrivò l’American Music Award come miglior nuovo artista hard rock.
Vinnie Vincent, dal canto suo, firmò ancora qualche brano per i KISS di Revenge, nel 1992, pubblicò l’EP Euphoria nel 1996, poi sparì dalla circolazione per oltre vent’anni. Su come andò davvero nessuno dei protagonisti ha mai trovato un accordo con gli altri, e le versioni sono arrivate alla spicciolata, a decenni di distanza.
Quella di Vincent si è materializzata nel gennaio 2018, al KISS Expo di Atlanta, davanti al microfono di Eddie Trunk. Senza mai pronunciare il nome di Slaughter, benché il riferimento fosse trasparente, raccontò di avere fatto il possibile per trattenere Fleischman, perché a suo giudizio il nuovo cantante non sapeva cantare e abbassava la sua musica sotto il livello di una band da locale. Slaughter, dal canto suo, alla stampa del 1988 aveva dichiarato che a Vincent la sua voce non piaceva mentre all’etichetta sì, indicando la fine di quell’agosto come uno dei giorni più felici della sua vita; nel 2013, però, ha definito Vincent un musicista assolutamente brillante, e a Indianapolis, nel maggio 2018, ha tenuto la linea più sobria, ricordando che lui continua a pubblicare musica, che Vincent ne ha fatta di grandissima, ma che dal 1988 non ne è arrivata di nuova. Strum sposta sempre il discorso sulla voce, e ha raccontato di avere scoperto Mark mentre incideva cori per i Sin, a Las Vegas. Chrysalis non ha mai parlato, ma i suoi atti dicono tutto.
Nessuna di queste versioni smentisce del tutto le altre. Ognuna illumina un angolo diverso della stessa stanza, e a chi legge resta il compito più interessante, decidere quale luce sia la più attendibile.
Il silenzio si è incrinato nel 2025, con un singolo, Ride the Serpent, venduto su CD a duecentoventicinque dollari, prezzo che Vincent difese pubblicamente dalle critiche dei fan. Nel marzo 2026 è arrivato l’album, Guitarmageddon, dieci brani offerti in formato master a due milioni di dollari, oppure duecentomila a canzone.
Senza le sue chitarre su Creatures of the Night e Lick It Up i KISS non avrebbero attraversato allo stesso modo quel passaggio, e senza l’Invasion gli Slaughter non sarebbero mai nati. Quattro canzoni registrate a Capodanno, per contratto, hanno fruttato molto di più.
Immagine Slaughter: Nick Ares, CC BY-SA 2.5
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