Metallica in Antartide: perché suonarono a volume zero

L’8 dicembre 2013 la band chiuse il giro dei sette continenti dentro una cupola piantata accanto a un eliporto, con centoventi persone in cuffia e nessuna cassa accesa. A mancare all’appello fu proprio la canzone che parlava di ghiaccio.

Le bacchette salirono sopra la testa, quattro colpi contarono l’attacco e il riff di Creeping Death partì senza spostare un filo d’aria. Il segnale corse lungo i cavi, attraversò il banco e si infilò dentro centoventi paia di cuffie. Chi stava fuori dalla cupola, a pochi metri dai musicisti, sentiva soltanto il vento delle Shetland Australi. Dentro, il pubblico saltava e rispondeva al chorus come in un palazzetto, senza che una sola nota uscisse allo scoperto. La base si chiama Carlini ed è la stazione argentina dell’Isola di Re Giorgio, alla punta settentrionale della penisola antartica. Lo show prese il nome di Freeze ‘Em All, dieci brani per circa un’ora in un punto del pianeta dove nessuna band di quel livello era mai arrivata. In platea sedevano i vincitori di un concorso arrivati da cinque paesi dell’America Latina, i ricercatori delle basi vicine, saliti da Russia, Corea del Sud, Cina, Polonia, Cile, Brasile e Germania, insieme all’equipaggio della nave che aveva traghettato tutta la carovana fin laggiù. Nessun impianto, nessuna torre di diffusori, nessun muro di amplificatori alle spalle del palco. Solo cuffie.

La ragione di quel silenzio programmato sta in un documento che con la musica non ha niente da spartire. Le attività umane sul continente sono regolate dal Protocollo di Madrid, il trattato che ne tutela l’ambiente. Con quei vincoli l’amplificazione tradizionale non poteva convivere. La soluzione venne dalle feste in cuffia, i cosiddetti silent disco: gli amplificatori finirono chiusi dentro casse insonorizzate, il suono raggiunse gli spettatori via radio, il volume restò intrappolato in una scatola di legno. Lars Ulrich raccontò di aver conosciuto quel sistema grazie al figlio, che a una serata del genere alle porte di Oakland si era divertito parecchio. Un’idea nata nei club si ritrovò applicata a una spedizione in fondo al mondo.

Chi ha suonato dal vivo sa quanto quella rinuncia pesi. Nel rock il volume non è un dettaglio tecnico, fa parte di quello che arriva alla gente: il rullante rimbalza sulla parete di fondo, la cassa si sente nello sterno, il piatto riempie lo spazio che gli strumenti lasciano libero. Togli quel ritorno fisico e resta la tecnica nuda. La forza dei colpi va dosata con la mano invece che con l’orecchio, i tocchi leggeri sulla pelle diventano un atto di fede, gli abbellimenti si controllano guardando le bacchette. Anche il rapporto con il pubblico si rovescia. Il batterista lavora come sempre, i chitarristi si spingono verso il fronte, la gente davanti risponde, nessuna di quelle reazioni torna dove dovrebbe. Per un gruppo che ha costruito trent’anni di identità sull’idea del volume come contenuto, la scelta somigliava a un salto nel vuoto.

Il motivo di tanta fatica aveva un nome preciso: primato. Nel 2013 i Metallica avevano già toccato Nord America, Sud America, Europa, Africa, Asia e Australia; mancava l’ultima casella. Ulrich aveva seminato indizi a settembre parlando di una frontiera in arrivo. L’annuncio ufficiale uscì il 25 ottobre, con una battuta sul fatto che la band avesse visto ogni angolo della Terra tranne uno. Con la data di dicembre diventavano la prima e unica formazione della storia ad aver tenuto concerti in tutti e sette i continenti nell’arco di meno di un anno, impresa poi registrata nell’edizione del sessantesimo anniversario del Guinness dei primati. Nessun record di vendite, di incassi o di decibel, roba che per un gruppo simile sarebbe stata quasi scontata. Un record di geografia, conquistato nell’unico posto dove alzare il volume era vietato.

L’apparato messo in piedi per arrivarci merita un capitolo a parte. Il concerto nacque da un’intesa con Coca-Cola Zero, che aprì un concorso in Argentina, Cile, Colombia, Costa Rica e Messico, con dieci vincitori imbarcati su una crociera di otto giorni partita dalla Terra del Fuoco. L’abbigliamento tecnico lo fornì Burton, ringraziata insieme allo sponsor nella presentazione del filmato. La sala da concerto era quella cupola, uno spazio minuscolo riempito da quattro musicisti, dalla batteria, dalle chitarre e da un pubblico che in condizioni normali non basterebbe a occupare il backstage di un’arena. Il contrasto con le produzioni abituali del gruppo sfiora la comicità. Da una parte camion, gru, impianti su misura. Dall’altra un gruppetto di persone in giacca imbottita che ascolta Master of Puppets in cuffia a pochi passi da una piazzola per elicotteri.

La scaletta chiarisce cosa avessero in testa quella sera. Nell’ordine: Creeping Death, For Whom the Bell Tolls, Sad But True, Welcome Home (Sanitarium), Master of Puppets, One, Blackened, Nothing Else Matters, Enter Sandman, Seek & Destroy. Nessun brano recente infilato per dovere promozionale, nessun esperimento, nessuna concessione all’occasione. Il repertorio è quello che mezzo mondo riconosce alla prima battuta, con la chiusura affidata al pezzo pescato dal debutto del 1983, proprio nell’anno in cui Kill ‘Em All compiva trent’anni. Anche il titolo dell’evento guardava indietro, perché Freeze ‘Em All ricalca quel primo album e trasforma il gelo in una citazione di sé stessi. Quando si suona in condizioni tanto strane conviene tenersi stretto il materiale che le mani conoscono a memoria. Quelle canzoni servivano da appiglio, prima ancora che da spettacolo.

Un brano restò fuori dalla lista. La sua assenza è l’aneddoto più bello dell’intera vicenda. Alla vigilia del concerto l’account ufficiale della band aveva pubblicato un’anteprima del luogo accompagnandola con l’hashtag che rimandava a Trapped Under Ice, la canzone di Ride the Lightning che parla di un uomo intrappolato sotto il ghiaccio. In una sessione di domande e risposte online, il 30 gennaio 2014, Ulrich ammise che il pezzo era previsto: ne avevano discusso la settimana prima, poi l’euforia del momento se lo mangiò e nessuno se ne ricordò. Quattro musicisti con migliaia di concerti alle spalle, arrivati fino all’Antartide per completare una mappa, si lasciarono scappare il titolo che quel posto reclamava di diritto. La coincidenza perfetta saltò per troppa adrenalina. Quel dettaglio smonta l’immagine di operazione confezionata a tavolino che ogni evento sponsorizzato si trascina addosso. Dentro la cupola nessuno aveva davvero il controllo.

Il concerto viene ricordato come il secondo mai tenuto da una band sul continente. Il primo lo firmarono i Nunatak, gruppo indie rock nato nel 2006 tra i ricercatori della stazione britannica Rothera, cinque persone impegnate in studi sui cambiamenti climatici e sull’evoluzione lungo la penisola antartica. Il 7 luglio 2007 suonarono davanti a diciassette spettatori, l’intera popolazione della base, dentro la maratona planetaria di Live Earth, per poi sciogliersi quando i membri rientrarono nel Regno Unito. Si ritrovarono una volta sola, nel 2012, per un festival nelle Orcadi. Quel precedente vale più di una nota a margine, perché indica una continuità sorprendente: la musica dal vivo sul continente ghiacciato nasce dentro le comunità scientifiche isolate, da persone che passano mesi in pochi edifici e a un certo punto tirano fuori una chitarra. La platea di Carlini, fatta in buona parte di ricercatori, somigliava molto a quella che sei anni prima si era prodotta la propria band da sola.

La coda della vicenda chiude il paradosso su sé stesso. Uno spettacolo pensato per non fare rumore è diventato uno dei più visti della loro storia recente. L’audio uscì per primo, il 20 dicembre 2013, come album scaricabile dal canale dedicato alle loro registrazioni dal vivo, con due tracce aggiuntive dedicate agli assoli di basso e di chitarra. Il video integrale seguì tre giorni dopo e ha collezionato milioni di visualizzazioni, mentre nel 2015 la spedizione è diventata anche un documentario firmato da Adam Dubin. Il suono che non poteva propagarsi nell’aria antartica ha attraversato il pianeta in formato digitale, ripetendo senza volerlo la condizione di quella sera: ognuno per conto suo, senza folla intorno. Chiunque abbia visto quel filmato conosce la sensazione strana di guardare un pubblico che esulta senza che quel tifo si senta, di vedere Ulrich contare l’attacco dentro uno spazio che nessun riverbero riempie. Resta il film di un’assenza, girato con cura.

A distanza di anni quella spedizione continua a funzionare come specchio. Allora erano una delle macchine da concerto più grandi del pianeta, capaci di riempire stadi in qualunque fuso orario. Scelsero di chiudere quel conto nel modo più scomodo possibile, rinunciando proprio al volume. Il gesto racconta qualcosa che il marketing non spiega fino in fondo: l’ossessione per le liste da chiudere, la stessa testardaggine che dal 1983 li ha spinti a fare più date del necessario, a rifare i missaggi, a filmare ogni cosa. Chi volesse capire da dove nasce quel carattere può cercarlo nelle cinquecento pagine che Mick Wall pubblicò nel 2010 con il titolo Enter Night, uscite l’anno successivo negli Stati Uniti come Enter Night. A Biography of Metallica, dove il gruppo viene seguito dai garage californiani fino alle grandi produzioni globali. L’Antartide è il punto in cui quella parabola toccò il proprio limite fisico.

Dieci canzoni, un’ora scarsa, una cupola accanto a un eliporto, un continente attraversato per suonare a volume zero. Il primato dice che nessuno ci era arrivato prima e che nessuno, con gli stessi tempi, lo ha ripetuto. Il dettaglio che sopravvive a tutto il resto rimane però la canzone dimenticata, quella sull’essere intrappolati sotto il ghiaccio, sfuggita all’unica band che aveva il diritto di suonarla in quel posto.

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