Duff McKagan prima dei Guns: il ragazzo che teneva il tempo
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Foto: Antje Naumann (AllSystemsRed) CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0> via Wikimedia Commons
Certe cose le capisci soltanto molti anni dopo, quando il ragazzo che eri non esiste più e di lui ti resta appena il ricordo. Io, per esempio, ho capito tardi che la storia di Duff McKagan non comincia a Los Angeles. Comincia a Seattle, dove un ragazzino arrivato tardi al punk imparò a suonare la batteria. Comincia anche con un no, pronunciato al telefono quando aveva sedici anni.
Michael Andrew McKagan era nato il 5 febbraio 1964, ultimo di otto figli. I genitori, Marie ed Elmer, che tutti chiamavano Mac, avevano cresciuto quella nidiata nello University District, un quartiere operaio della città. In quella casa affollata fu il fratello Bruce a mettergli in mano il primo basso.
Il punk inglese, a Seattle, lo conoscevamo bene: era Duff ad averlo scoperto in ritardo. Nel 1977, l’anno dell’esplosione, aveva tredici anni e, come per tanti ragazzini della sua età, la sua porta d’ingresso era Alive! dei Kiss. L’anno dopo cercava altrove la stessa semplicità a tre accordi. Fu allora che Sex Pistols, Clash e Stooges presero senso, mentre i Kiss restavano il primo amore da cui era partito quel viaggio. Da lì in poi recuperò in fretta. Tagliava l’erba dei vicini e consegnava giornali per comprarsi i dischi dei Sex Pistols, dei Vibrators, di Generation X e degli UK Subs. Più di tutti amava un singolo dei D.O.A. di Vancouver. Erano anni in cui un vinile costava giorni di fatica; forse per questo lo si ascoltava fino a consumarlo.
A guidarlo c’erano Kurt Bloch e Kim Warnick. Lei gli registrava cassette di compilation; lui, di quattro anni più grande, gli insegnò a leggere la storia al contrario. Dai Sex Pistols bisognava risalire fino a Johnny Thunders e ai New York Dolls. Le band inglesi, del resto, restavano lontane: quando i Clash cantavano White Riot, la crisi economica di Londra sembrava un mondo straniero. In Thunders, invece, Duff si riconobbe subito. Bastò la copertina di L.A.M.F. a fargli capire chi voleva diventare. Imparò a suonare Pirate Love, che ancora oggi considera una delle canzoni più belle mai scritte.
Poi, a metà ottobre del 1979, quegli inglesi lontani salirono sul palco del Paramount. I Clash non avevano ancora pubblicato London Calling e Duff, negli anni, ha ricordato una sala quasi vuota. Si pogava, cosa mai vista da quelle parti, tanto che la sicurezza scambiò quel rito per una rissa e colpì un ragazzo in pieno viso. Joe Strummer fermò tutto e Paul Simonon tornò in scena con un’ascia in mano, deciso ad abbattere la transenna che ci separava da loro. Di quella sera, lo confesso, mi è rimasta più l’ascia che le canzoni. Duff aveva quindici anni e un paio d’anni prima aveva visto i Led Zeppelin al Kingdome, che dal fondo dello stadio gli sembravano figurine lontanissime; quella notte intuì che il rock poteva scendere dal piedistallo e guardarti negli occhi, alla stessa altezza di chi ascolta. Da allora non ha più sopportato la parola rockstar.
Poco dopo, con i compagni delle medie, mise in piedi i Vains. Nel 1980 quella band si ritrovò ad aprire per i Black Flag alla Washington Hall. Duff suonava il basso sotto il nome di Nico Teen e non aveva idea di come ci si muovesse su un palco. Convinto che il punk lo esigesse, finì per rifilare un calcio in testa a uno spettatore. Quando ci ripenso, mi scappa ancora da ridere. Si imparava così, una sera dopo l’altra, in una scena piccola e mescolata come poche: a quindici anni suonava con gente che ne aveva venti e passa. Nei locali, ragazzi di ogni colore e di ogni orientamento stavano insieme soltanto grazie alla musica. Niente di simile l’ho più ritrovato, da nessuna parte.
In quel mondo arrivò la domanda decisiva di Kurt. Ai Fastbacks mancava un batterista: gli andava di provare? Duff confessò di saper reggere a malapena un ritmo semplice. A Kurt bastò. Nel dicembre del 1980 debuttarono dal vivo e l’anno seguente incisero il singolo d’esordio It’s Your Birthday per la piccola etichetta dello stesso Kurt. Io lo feci girare finché la puntina non cominciò a gracchiare. Quel fruscio è rimasto il suono che associo alla mia giovinezza. Accanto a Kurt, Duff capì che anche lì, a Seattle, c’era chi scriveva canzoni belle sul serio. Imparò come si tiene in piedi una band e conobbe gli MC5 e i Badfinger, mentre Kim diventava per lui una sorella.
Nei Fastbacks il batterista doveva correre senza mai sbandare, con il rullante piantato sul due e sul quattro e i crash spalancati sul chorus. Tutto il resto poggiava su quella spinta. Duff ha sempre portato rispetto a quel ruolo. Parlando di L.A.M.F. ha spiegato che le canzoni di Thunders si imparano in fretta, mentre l’intesa di quella band resta inafferrabile: Jerry Nolan aveva un’oscillazione tutta sua, che nessuno riesce a copiare limitandosi a sedersi dietro il kit. Allo stesso modo ha riconosciuto a Paul Cook dei Sex Pistols il merito di aver acceso il motore della batteria rock moderna.
Fu la batteria a portarlo, a sedici anni, davanti all’occasione più grande di quel periodo. Gli Angelic Upstarts erano arrivati dall’Inghilterra con il loro Oi! dal sapore operaio e alloggiavano in una casa punk della città. Ci finivo spesso anch’io, perché a quei tempi seguivo Duff ovunque, come si segue chi sembra conoscere bene la strada. Quella sera qualcuno raccontò agli inglesi che il ragazzo di Seattle se la cavava benone alla batteria. Gli cedettero lo sgabello senza fare storie. Duff attraversò con loro la scaletta dal primo all’ultimo brano. Io restavo appoggiato al muro, con la sensazione confusa che stesse succedendo qualcosa di importante. Avevamo sedici anni. A quell’età credi che le occasioni debbano per forza di cose trasformarsi in realtà.
Pochi giorni dopo gli Upstarts ripresero la strada della costa, verso Portland e poi giù fino alla California. Lungo il percorso qualcosa si inceppò con il loro batterista. Nessuno di noi ha mai saputo cosa. So soltanto che a Seattle squillò un telefono e che dall’altra parte chiedevano a Duff di raggiungerli per finire il tour. Lui disse di no: aveva paura, aveva una band in città, aveva una ragazza. Per anni ho creduto che quella risposta avesse chiuso una porta. Oggi so che ne stava aprendo un’altra, soltanto più lontana.
Con i Fastbacks suonò per l’ultima volta nel luglio del 1981. Non per questo rimase fermo: passava con disinvoltura dalla batteria al basso e alla chitarra. Con i ragazzi della scena saliva spesso a Vancouver per dividere il palco con i D.O.A., che ormai venerava come qualche anno prima aveva venerato i Kiss.
In quei vagabondaggi la sua strada incrociò quella del suo idolo. A Portland, con un vecchio gruppo punk in cui suonava la batteria, aprì un concerto di Johnny Thunders. Thunders era nel pieno della sua dipendenza: a metà set lasciò i musicisti a suonare da soli e sparì dietro le quinte, per tornare quando in sala erano rimasti in pochi. A concerto finito volle suonare ancora, questa volta con i ragazzi di Seattle. Dal palco quasi vuoto partirono You Can’t Put Your Arms Around a Memory, Pirate Love e Vietnamese Baby.
In un’occasione Duff ha messo quella notte tra i momenti più alti della sua vita di musicista, accanto ai giorni migliori con i Guns N’ Roses. Quella sera aveva diviso il palco con un eroe. Anni dopo l’ha ricordata come una serata penosa, con un Thunders in condizioni pessime che forse vedeva in quei ragazzini soltanto qualcuno da cui ottenere qualcosa. Perfino l’età cambia da un racconto all’altro, quindici anni oppure diciassette. Credo che entrambe le versioni siano vere, perché gli eroi, guardati da vicino, sono due persone insieme. Con la giovinezza succede lo stesso. La ricordiamo bellissima e terribile; in nessuno dei due casi mentiamo.
A diciassette anni imbracciò la chitarra nei Living e ne scrisse tutti i brani. Il batterista arrivò grazie a un annuncio sul giornale musicale della città: Greg Gilmore, un ragazzo di Gig Harbor che gli aprì le orecchie ai King Crimson. Con Todd Fleischman al basso e John Conte alla voce, aprirono per i D.O.A. a Vancouver e a Seattle, nel 1982 incisero sette brani in un solo giorno e si sciolsero dopo pochi mesi. Fleischman, del resto, era abbastanza robusto da sedare qualunque rissa: in quei locali ce n’era bisogno. Quei nastri rimasero chiusi in un cassetto per trentanove anni, finché Gilmore non li ritrovò. Nel 2021 li ha pubblicati la Loosegroove di Stone Gossard, il futuro chitarrista dei Pearl Jam, secondo il quale quei ragazzi sono stati il punto zero del suono di Seattle.
Nel 1982 la batteria lo richiamò anche con i Fartz, tra i primi gruppi hardcore di Seattle. Arrivò quando il loro album era già inciso e lasciò la sua impronta soltanto su un demo di cinque pezzi, registrato a novembre. Dalle ceneri di quella band nacquero poi i 10 Minute Warning, dove passò alla chitarra restituendo i tamburi a Gilmore.
Intanto il suo idolo si allontanava. L’ultima volta che Duff vide Thunders a Seattle fu alla Norwegian Hall, tra il 1982 e il 1983. La serata finì in una zuffa tra la band e il pubblico, con le aste dei microfoni che volavano da una parte all’altra. Duff rimase in disparte a guardare e capì che non voleva più inseguire un musicista che forse non sarebbe arrivato in fondo al concerto. Da allora preferì andare a sentire Iggy Pop o i Bad Brains. Stava crescendo, anche se nessuno di noi avrebbe mai usato quella parola.
Nel frattempo era arrivata l’eroina. Con lei era finita la nostra innocenza. Intorno al 1982 la prima ondata si abbatté sulla città e cominciò a svuotare le nostre band, un musicista dopo l’altro. Travolse anche il migliore amico di Duff, mentre insieme alla droga nella scena prendeva a circolare l’AIDS. Ho ancora in mente certi nomi che non pronuncio più. Quando Duff aveva diciotto o diciannove anni, i concerti erano quasi spariti. Per affinare il basso suonava sopra i dischi, soprattutto 1999 di Prince e Damaged dei Black Flag. Lavorava in un ristorante con Bruce Pavitt, che scriveva di musica su una rivista locale e più avanti avrebbe fondato la Sub Pop. Proprio quell’etichetta, nel 1998, pubblicò l’album dei 10 Minute Warning, riuniti da Duff dopo l’addio ai Guns N’ Roses. Con Pavitt poteva parlare di partire; fu proprio lui a incoraggiarlo. Anni dopo Duff ha ammesso che a spingerlo fu anche il ricordo della telefonata degli Upstarts, con l’occasione che a sedici anni si era lasciato sfuggire.
Partì nell’autunno del 1984 con meno di quattrocento dollari in tasca, una piccola fortuna per l’epoca, su un’auto che reggeva a stento il viaggio. A Seattle il talento abbondava e la nostra era forse la scena più varia e solidale d’America; mancavano le strutture, mentre l’eroina era ovunque. Gli diedi una mano a caricare il bagagliaio e rimasi sul marciapiede finché l’auto non sparì in fondo alla strada. Cosa ci dicemmo l’ho dimenticato. A quell’età gli addii sembrano provvisori. Una settimana o due più tardi lo seguì anche Gilmore. Capì presto di non essere fatto per quella città e tornò a casa, dove lo aspettavano i Mother Love Bone. Duff, invece, a Seattle non sarebbe tornato prima degli anni Novanta.
La notizia mi raggiunse un paio di settimane più tardi: aveva risposto all’annuncio di un chitarrista che si firmava soltanto Slash e cercava un bassista. Lo chiamò da un telefono pubblico e l’appuntamento fu al Canter’s, la tavola calda di Fairfax Avenue. Duff si presentò con i capelli tinti di blu, convinto di incontrare un punk come lui. Si trovò davanti due ragazzi con i capelli lunghi che parlavano di Aerosmith, Alice Cooper e Fear: il secondo era Steven Adler. Lui stesso l’ha definito uno shock culturale, durato però pochissimo. Nello scantinato della madre di Slash bastò una chitarra acustica per capirsi. Da quell’incontro nacquero i Road Crew, che ebbero vita breve. Poco dopo Izzy Stradlin si trasferì dall’altra parte della strada. Nel giro di pochi mesi i Guns N’ Roses erano al completo. Dopo tante band in cui qualcosa non tornava mai del tutto, Duff entrò per la prima volta in una sala prove sentendo che non mancava nulla. Il batterista dei Fastbacks suonava il basso, mentre dietro i tamburi si sedeva Adler.
All’inizio di giugno del 1985 i Guns N’ Roses affrontarono la loro prima trasferta fuori città. La meta era Seattle, la città di Duff. Dopo circa centosettanta chilometri, sulla salita del Grapevine vicino a Bakersfield, l’auto li lasciò a piedi. In cinque avevano trentasette dollari. I due roadie rimasero indietro per tentare la riparazione, mentre i musicisti proseguirono in autostop: Duff convinse un camionista a portarli fino a Medford, in Oregon, in cambio di tutti i soldi che avevano. Suonarono al Gorilla Gardens, nel quartiere cinese, nella sala chiamata Rock Theater, davanti a un pubblico sparuto: tra le dieci e le trenta persone, a seconda di chi lo racconta. Sul cartellone c’erano anche i Fastbacks, la cui strumentazione salvò la serata grazie a Kim Warnick, visto che quella dei Guns era rimasta per strada. Io c’ero, in fondo alla sala. Per Duff quel viaggio disastroso racchiudeva la magia di suonare per degli sconosciuti in posti sconosciuti, loro cinque contro il mondo.
Quando qualche anno più tardi lo vidi in televisione a ogni ora del giorno, ripensai alla casa punk e agli inglesi ripartiti lungo la costa. Lui, dal canto suo, si portava dietro un senso di colpa tutto punk. Si chiedeva perché fosse toccato proprio a lui, quando a Seattle c’erano musicisti altrettanto bravi. Trovò un po’ di pace soltanto quando, un paio d’anni dopo, esplosero anche le band dei suoi amici: Soundgarden, Alice in Chains, Pearl Jam. Eppure, molto tempo dopo, ha confessato di invidiarli ancora, perché ce l’avevano fatta senza lasciare casa.
Qualche anno fa l’ho rivisto allo Showbox. Alla batteria della sua band sedeva Mike Musburger, un altro che aveva tenuto il tempo nei Fastbacks. Ad aprire la serata c’era Joey Keithley dei D.O.A. Quando Steve Jones dei Sex Pistols salì sul palco per suonare con lui You Can’t Put Your Arms Around a Memory, chiusi gli occhi. Per un attimo rividi Portland e, insieme a Portland, tutto il resto.
A casa tengo i singoli dei Fastbacks accanto all’autobiografia di Duff It’s So Easy (and Other Lies), dove quegli anni li ha raccontati a modo suo. Ogni tanto metto It’s Your Birthday, alzo il volume e ascolto soltanto la batteria. Dentro quei solchi c’è un ragazzo che giurava di saper reggere appena un ritmo semplice. Qualcuno gli rispose che bastava. Aveva ragione. Sulle occasioni, invece, a sedici anni mi sbagliavo: non tutte diventano realtà. A volte, però, ti aspettano in fondo a una strada lunga quasi duemila chilometri.
Nota: il narratore di questo racconto è un personaggio immaginario. Eventi, date, luoghi e nomi sono reali e ricostruiti sulla base delle testimonianze rilasciate da Duff McKagan nel corso degli anni. Dove i suoi ricordi divergono, il racconto riporta entrambe le versioni; alcuni episodi, come la sera con gli Angelic Upstarts, sono affidati unicamente alla sua memoria.
Fonti: Duff McKagan, It’s So Easy (and Other Lies); Blabbermouth; Classic Rock / Louder; Discogs; Guitar.com; Houston Press; Ultimate Classic Rock; WMGK; Wikipedia.