La storia di Forever Young dei Tyketto, tra sala prove, studio e palco

Copertina del singolo Forever Young dei TykettoUna sala vasta come un hangar, quattro musicisti con gli strumenti accesi e un unico spettatore. Per i Tyketto quel provino valeva un contratto discografico, forse un’intera carriera. L’uomo seduto davanti a loro si chiamava John Kalodner, lavorava come A&R per la Geffen e da anni decideva quali band meritassero di arrivare nei negozi di dischi. Ascoltò cinque pezzi, poi pronunciò il verdetto: il gruppo era bravo quanto gli avevano raccontato e si poteva partire. Tra quei brani ce n’era uno destinato a diventare la loro firma. Si chiamava Forever Young.

Per capire come quel quartetto newyorkese fosse arrivato fin lì bisogna tornare al 1987. Danny Vaughn usciva dall’esperienza nei Waysted: Pete Way li aveva fondati dopo l’addio agli UFO e con loro il cantante aveva inciso Save Your Prayers nel 1986. Di quel periodo conservava ricordi contrastanti, fra momenti esaltanti e giornate faticose. Way cercava un suono più ruvido, mentre Vaughn sospettava di essere stato scelto soprattutto per assecondare le pressioni commerciali della casa discografica. Chiusa quella parentesi, tornò negli Stati Uniti deciso a formare una band tutta sua, dedicata al rock melodico.

Al basso arrivò Jimi Kennedy, alla batteria Michael Clayton. Nei primi mesi alle tastiere sedeva James Dilella, il cui nome sarebbe poi comparso nei crediti di scrittura dell’esordio. L’ultimo tassello fu Brooke St James, un chitarrista che all’audizione non conosceva nessuno. I gusti divergevano: Vaughn amava le atmosfere acustiche, Clayton era un grande appassionato dei Led Zeppelin. St James ha ricordato che quelle differenze si fusero con naturalezza, perché ognuno era disposto a fare qualunque cosa per veder crescere il progetto. Perfino il nome arrivò per caso, da una scritta dipinta su un muro di Brooklyn che ai ragazzi sembrò suonare bene.

Per sette mesi vissero insieme in una casa di New York. Vaughn l’ha paragonata a un campo di addestramento del rock: cinque o sei ore al giorno sotto lo stesso tetto a scrivere, suonare e provare. Quasi ogni gruppo agli esordi incastra le prove tra un turno di lavoro e l’altro, rincorrendo orari che non coincidono mai. I Tyketto potevano invece lavorare sulle canzoni ogni giorno, limando arrangiamenti e affinando l’intesa. Il cantante ricorda una sensazione di movimento continuo, sempre più rapida a mano a mano che la band metteva a fuoco il proprio suono. Da quella convivenza nacque il repertorio del futuro disco.

Forever Young prese forma in quel clima. Vaughn la costruì attorno a due figure qualunque: una cameriera sfinita dai turni e il suo ragazzo rimasto senza lavoro. Nessun nome, nessun indirizzo, soltanto due esistenze ai margini che trovano nella giovinezza l’unico patrimonio a disposizione. Il chorus rivendica il diritto di credere che il tempo, almeno per una notte, stia dalla loro parte. Il titolo vantava illustri precedenti firmati da Bob Dylan, Alphaville e Rod Stewart. Quella dei Tyketto raccontava però un’altra storia, più vicina alla fatica quotidiana di chi tira avanti con poco. Prima di trovare la forma definitiva, ha spiegato Vaughn, il pezzo attraversò numerose trasformazioni.

Nello stesso periodo il gruppo metteva alla prova il repertorio dal vivo. I Tyketto aprirono i concerti di Skid Row e BulletBoys, due band in piena ascesa, davanti a platee venute per altri. Per una formazione senza contratto era la scuola più severa: ogni sera bisognava conquistare degli sconosciuti pezzo dopo pezzo. Intanto le etichette setacciavano l’area fra New York e il New Jersey. Dopo il boom di Bon Jovi i discografici cercavano altri talenti nella stessa zona, convinti che una terra così fertile potesse dare nuovi frutti. Secondo il cantante, i Tyketto avevano tutto ciò che quel mercato chiedeva: un repertorio rodato, un’immagine vendibile, i contatti giusti e soprattutto una solida tenuta dal vivo.

La svolta arrivò una sera al Cat Club, sulla 13ª Strada Est di Manhattan. Al termine del concerto si presentò la talent scout della Geffen Mary Gormley, che chiuse il discorso con una minaccia scherzosa: guai a firmare con un’altra etichetta. Da lì al provino il passo fu breve.

Entrare nella sfera di Kalodner significava accettare un metodo preciso. Aveva cominciato alla Atlantic negli anni Settanta ed era diventato il primo A&R della Geffen, dove il fondatore gli lasciava un’autonomia quasi totale. Pur senza suonare nessuno strumento, interveniva su ogni aspetto: struttura delle canzoni, melodie, testi, scelta di produttori e autori. Diceva agli artisti quando una strofa durava troppo o un chorus andava rafforzato. Qualche anno prima aveva messo sotto contratto i Whitesnake, guidandoli fino al trionfo americano del 1987 con la nuova versione di Here I Go Again. Lui stesso ammetteva di avere scarse doti nella gestione delle persone, convinto però che la musica ottenuta ripagasse ogni attrito. Vaughn lo ha definito l’A&R più vincente della sua epoca, forse di sempre, oltre che un uomo quasi impossibile da accontentare. La band lo avrebbe scoperto presto.

In studio i Tyketto trovarono Richie Zito, che aveva già prodotto Heart e Bad English e nel 1990 era stato nominato da Billboard produttore dell’anno. Le sedute si svolsero a Los Angeles, fra gli A&M Studios di Hollywood e gli O’Henry Sound Studios di Burbank. La prima registrazione di Forever Young ricalcava fedelmente il demo con un suono molto più ricco. Kalodner la ascoltò e la rimandò indietro. Quando i musicisti gli chiesero che cosa non andasse, rispose di non saperlo: bisognava soltanto rifarla. Il copione si ripeté per giorni, versione dopo versione, finché Zito comprese il meccanismo. Con Kalodner era inutile domandare un parere, occorreva dirgli come stavano le cose. Il gruppo riprese allora la primissima incisione e gliela sottopose di nuovo, accompagnata da un biglietto che gli riconosceva il merito di aver indicato la strada giusta. La risposta arrivò in una sola parola: perfetta.

Don’t Come Easy uscì il 21 aprile 1991 con Forever Young in apertura e ricevette una recensione da cinque stelle su cinque. Il rapporto con l’etichetta, però, stava cambiando. Quando i musicisti proposero di girare un video per Wings, il brano che occupava il lato B del singolo, la Geffen scelse di non investire e lasciò loro la possibilità di realizzarlo a proprie spese. Così fecero. Anche il primo viaggio in Gran Bretagna nacque dall’iniziativa del gruppo. Kalodner riteneva che il mercato britannico offrisse poche prospettive di vendita e l’etichetta preferì concentrare le risorse sugli Stati Uniti. La trasferta prese forma grazie al management che i Tyketto condividevano con i White Lion e fu finanziata dalla band stessa.

Il legame con gli headliner passava anche per un’amicizia antica: Vaughn e il loro bassista James LoMenzo abitavano a due isolati di distanza a Brooklyn prima ancora che i White Lion esistessero. I Tyketto partirono preparati al peggio: avevano letto di platee britanniche pronte a bersagliare i gruppi di apertura e si aspettavano sale deserte. Già dalla prima data, a Cardiff, trovarono invece un pubblico che conosceva ogni parola. Furono accolti come piccoli eroi, tanto da rubare la scena al gruppo principale. Qualcuno fra i compagni di LoMenzo non gradì affatto. Poco dopo la formazione cambiò volto: al posto di Kennedy entrò il bassista Jaimie Scott.

Intanto il 1991 stava riscrivendo le regole. Dalla DGC, il marchio che pubblicava anche Don’t Come Easy, arrivò nei negozi Nevermind dei Nirvana. Vaughn ha raccontato che quel trionfo spiazzò il trio di Seattle quanto la sua band. Ha ammesso di non aver mai amato quella musica, pur riuscendo col tempo a comprenderne le ragioni: MTV aveva saturato il pubblico con gli stessi venti video al giorno e i ragazzi avevano voglia d’altro. A decretare il cambio, secondo lui, furono i fan. Con il vento girato, anche le priorità della casa discografica si spostarono. Molti colleghi ritoccarono look e sonorità nel tentativo di restare a galla, mentre i Tyketto scelsero la coerenza: il rock melodico era la loro lingua e non avevano intenzione di tradirla.

La coerenza ebbe un prezzo. La Geffen respinse il secondo album, Strength in Numbers, che vide la luce soltanto nel 1994 grazie a Music for Nations in Europa e CMC International negli Stati Uniti. Nel mondo indipendente la band trovò interlocutori più sensibili. Le platee, intanto, continuavano ad assottigliarsi fino a sessanta o settanta persone a sera. Vaughn ha osservato che un rock da grandi spazi perde senso davanti a una manciata di spettatori. Nel 1995 lasciò il gruppo, indicando fra le ragioni alcune questioni personali e soprattutto il trattamento ricevuto dall’etichetta. Confessò di non voler assistere alla morte del proprio sogno. L’addio fu così sereno che toccò a lui suggerire come sostituto Steve Augeri, reduce dallo scioglimento dei Tall Stories. Con il nuovo cantante la band incise Shine: secondo St James quel disco guardava più ai Rolling Stones e ai Black Crowes che al suono delle origini. Nel 1996 i Tyketto chiusero i battenti.

I legami, però, resistettero. Vaughn, Clayton e Scott continuarono a suonare insieme sotto la sigla Vaughn e nel 2004 la formazione originale tornò sul palco. Nel 2007 arrivò un addio in grande stile, smentito appena dodici mesi più tardi. Vaughn ne attribuisce ancora oggi la colpa, ridendo, a Clayton: era stato il batterista a volere la chiusura, mentre lui resta fedele al motto del mai dire mai. Quando fu il momento di scrivere nuovo materiale, il cantante, St James e Clayton si ritrovarono per cinque giorni a Las Vegas, dove viveva il chitarrista, per capire se provassero ancora gusto a comporre insieme. La risposta fu positiva e nel 2012 uscì Dig in Deep. St James registrava dal suo studio di casa, aggiungendo sfumature di chitarra che ai tempi della Geffen non avevano trovato spazio, mentre Clayton sapeva cogliere in un brano il potenziale che sfuggiva agli altri.

Nel 2022 toccò a Vaughn il momento più difficile. Clayton e il chitarrista Chris Green, entrato nel 2014, annunciarono di volersi ritirare e il cantante pensò di sciogliere tutto. Furono proprio loro a convincerlo a proseguire: la gente voleva ascoltare quelle canzoni e finché le avesse cantate lui i Tyketto avevano ragione di esistere. Oggi accanto a Vaughn suonano Chris Childs dei Thunder al basso, Ged Rylands alle tastiere e dietro i tamburi Johnny Dee, che il cantante aveva al fianco già nei Waysted. Alla chitarra c’è Harry Scott Elliott, cresciuto con Don’t Come Easy nello stereo dei genitori. Nel marzo 2026 la band ha pubblicato Closer to the Sun.

Anche il rapporto del cantante con Forever Young ha attraversato stagioni diverse. Per anni la canzone gli è pesata: a ogni nuovo disco il pubblico si complimentava per le novità e subito dopo reclamava lei. Col tempo è maturata la consapevolezza che quel pezzo significava qualcosa per chi lo ascoltava e con essa la scelta di interpretarlo ogni sera con la stessa convinzione, senza mai recitare la parte. Vaughn si concede anche l’ironia: prima di saltare come ai tempi di Cardiff, sostiene, quasi tutti dovrebbero consultare il medico per le ginocchia. Sul punto essenziale non ha dubbi. Quel brano ha smesso da tempo di appartenergli, perché i fan l’hanno adottata fino a darle una vita propria.

La vicenda dei Tyketto somiglia a quella di tante band arrivate sulla soglia del successo nel momento sbagliato. Chi volesse ascoltare quelle storie dalla voce dei protagonisti può sfogliare Nöthin’ But a Good Time di Tom Beaujour e Richard Bienstock. Tra oltre duecento interviste, l’ultima parte del volume racconta proprio il cambio della guardia imposto dal grunge e i mesi amari di chi aveva appena firmato con una major. In quelle pagine la cameriera e il suo ragazzo non compaiono. Eppure sembrano camminare dentro ogni racconto. Non hanno mai avuto un nome e forse non ne avevano bisogno. In oltre trent’anni hanno preso il volto di chiunque abbia alzato un accendino sotto un palco, convinto per quattro minuti che il tempo potesse aspettare. È questo il segreto di Forever Young: una promessa impossibile che, sera dopo sera, qualcuno riesce ancora a mantenere.

Fonti: AllMusic, Blabbermouth, Classic Rock / Louder, Discogs, Hot Metal, Marcelo Vieira Music, MelodicRock, Metal Express Radio, My Global Mind, PBS American Masters, Rock United, Screamer, Sleaze Roxx, Stroppy Baby, The Rockpit, Wikipedia.

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