No Escape From Now: l’ultimo, difficile capitolo di Ozzy Osbourne

Locandina di No Escape From Now con Ozzy OsbourneCi sono immagini che, una volta giunte agli occhi, non si dimenticano facilmente. Lontane dalle pose iconiche del Principe delle Tenebre sul palco, avvolto nel fumo, con gli occhi sbarrati e la folla in pugno, sono le immagini di un uomo seduto, che fissa il vuoto mentre lotta visibilmente per controllare il tremore della propria mano.

Questo è l’impatto di Ozzy: No Escape From Now, il documentario di Paramount+ dedicato alla leggenda chiamata Ozzy Osbourne, diretto dalla regista premio BAFTA Tania Alexander. È un’opera che, dal primo all’ultimo secondo, tiene lo spettatore in uno stato di commozione quasi paralizzante. Più che un film rock, è un testamento. È il ritratto intimo di un titano costretto a fare i conti con l’unica cosa che non aveva mai considerato: la propria mortalità. Se vi aspettate una celebrazione della sua carriera, siete fuori strada. Questo film è un pugno nello stomaco, sferrato con un rispetto e un’onestà disarmanti.

Il documentario, disponibile dal 7 ottobre 2025, si concentra sugli ultimi, difficilissimi sei anni di vita di John Michael “Ozzy” Osbourne. La narrazione non indora la pillola. Ci sbatte in faccia la realtà della diagnosi del morbo di Parkinson, un nemico silenzioso e subdolo. Poi la rovinosa caduta in casa nel 2019, l’evento catastrofico che ha costretto il Padrino dell’Heavy Metal ad annullare il tour d’addio e lo ha trasformato in un uomo intrappolato nel dolore cronico. Accanto a lui, per tutto il racconto, ci sono Sharon e i figli Aimee, Kelly e Jack.

Vediamo tutta la sofferenza di Ozzy. Le operazioni chirurgiche, una dopo l’altra. La fisioterapia estenuante. La frustrazione di un uomo la cui intera identità si basava sull’energia fisica, ora confinato in un guscio fragile. È straziante osservare il contrasto tra l’icona che ha cantato Iron Man e l’uomo che lotta per mantenere l’equilibrio. Eppure, proprio quando il documentario rischia di sprofondare nella disperazione, accade qualcosa. Quel qualcosa è la musica.

No Escape From Now parla di malattia e, ancora di più, parla di vita. Racconta come, nel punto più complicato della sua esistenza, Ozzy abbia trovato l’unica medicina che abbia mai funzionato davvero. La narrazione ci porta dentro la creazione dei suoi due ultimi, straordinari album, Ordinary Man del 2020 e Patient Number 9 del 2022. Quelle sessioni sono state molto più di semplici registrazioni: sono state la sua zattera colma di ossigeno.

Vediamo il produttore Andrew Watt, quasi un figlio adottivo, che spinge amorevolmente Ozzy a non mollare. Lo vediamo arrivare in studio a fatica, appoggiato a un bastone, con lo sguardo malato. Poi accade il miracolo. Si aggrappa a quel microfono come se fosse l’unica cosa solida rimasta al mondo e, quando canta, la malattia sembra svanire. La voce. Quella voce. Certo, è segnata dal tempo, eppure è ancora lì, carica di una vita di eccessi, di trionfi e ora di dolore. È più potente che mai.

Il documentario ci mostra come la comunità rock si sia stretta attorno al suo re. Tony Iommi, Zakk Wylde, Robert Trujillo, Chad Smith sono molto più che semplici ospiti sui suoi dischi. Sono fratelli che si sono presentati per sorreggere un gigante ferito, per permettergli di lasciare la sua ultima, indelebile impronta. Davanti alla telecamera passano anche Slash, Duff McKagan, James Hetfield, Billy Idol e Tom Morello. C’è una tenerezza infinita nel vedere questi musicisti, a loro volta leggende, guardare Ozzy con un misto di ammirazione e apprensione, quasi a volerlo proteggere. Per Ozzy la musica non era più un lavoro: era ossigeno, la sua sfida quotidiana contro il buio.

Il film segue anche le sue ultime apparizioni pubbliche, dai Giochi del Commonwealth di Birmingham del 2022 fino al climax emotivo del concerto d’addio. L’ultima apparizione con i Black Sabbath, il 5 luglio 2025 al Villa Park, nella sua Birmingham. Le telecamere documentano lo sforzo fisico disumano che Ozzy ha dovuto compiere per salire su quel palco. Più che una performance, è stato un atto di volontà pura. Un ultimo, disperato ruggito per salutare la sua gente, per chiudere il cerchio là dove tutto era iniziato. Vedere quell’uomo, seduto su un trono, dare tutto se stesso per un’ultima volta con i suoi fan è una delle cose più commoventi che il rock ci abbia mai regalato.

Il colpo di grazia, quello che trasforma la commozione in un dolore sordo, arriva però con il tempismo della realtà. Ozzy è scomparso il 22 luglio 2025. Il documentario era nato come un omaggio da vivo, lontano dall’idea di un elogio funebre. Le riprese si sono concluse poco prima della sua morte. Quello che stavamo guardando era un uomo che lottava disperatamente per un futuro che non avrebbe visto, altro che un uomo che si preparava alla fine. Ogni sua intervista nel film, ogni speranza di tornare in tour, ogni progetto, tutto assume un peso tragico e insostenibile. Il titolo stesso, nessuna fuga dal presente, diventa una profezia spietata.

Ecco perché No Escape From Now va ben oltre un documentario per metallari. È una riflessione universale sulla dignità. Ci costringe a chiederci cosa resta di noi quando tutto ciò che ci definisce, il nostro corpo, la nostra forza, il nostro lavoro, ci viene portato via. Per Ozzy la risposta è stata la sua arte, la sua voce.

Si esce dalla visione di questo film profondamente cambiati. Si esce con un rispetto infinito per l’artista che ha scritto la storia della musica e, insieme, per l’uomo, John Michael Osbourne, che ha combattuto con un coraggio indomito fino all’ultimo respiro. Più che una visione consigliata, è una visione necessaria.

Fonti: Ozzy Osbourne (sito ufficiale); Consequence.

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