Ci sono immagini che, una volta giunte agli occhi, non si dimenticano facilmente. Non sono le immagini iconiche del Principe delle Tenebre sul palco, avvolto nel fumo, con gli occhi sbarrati e la folla in pugno. No. Sono le immagini di un uomo seduto, che fissa il vuoto, mentre lotta visibilmente per controllare il tremore della propria mano.
Questo è l’impatto di No Escape From Now, il documentario di Paramount+ sulla leggenda chiamata Ozzy Osbourne. È un’opera che, dal primo all’ultimo secondo, tiene lo spettatore in uno stato di commozione quasi paralizzante. Non è un film rock. È un testamento. È il ritratto intimo di un titano costretto a fare i conti con l’unica cosa che non aveva mai considerato: la propria mortalità.
Se vi aspettate una celebrazione della sua carriera, siete fuori strada. Questo film è un pugno nello stomaco, sferrato con un rispetto e un’onestà disarmanti.
Il documentario (disponibile dal 7 ottobre 2025) si concentra sugli ultimi, difficilissimi sei anni di vita di John Michael “Ozzy” Osbourne. La narrazione non indora la pillola. Ci sbatte in faccia la realtà della diagnosi del morbo di Parkinson, un nemico silenzioso e subdolo. E poi, la rovinosa caduta in casa nel 2019, l’evento catastrofico che ha trasformato il Padrino dell’Heavy Metal in un uomo intrappolato nel dolore cronico.
Vediamo tutta la sofferenza di Ozzy. Le operazioni chirurgiche, una dopo l’altra. La fisioterapia estenuante. La frustrazione di un uomo la cui intera identità si basava sull’energia fisica, ora confinato in un guscio fragile. È straziante osservare il contrasto tra l’icona che ha cantato Iron Man e l’uomo che lotta per mantenere l’equilibrio.
Eppure, proprio quando il documentario rischia di sprofondare nella disperazione, accade qualcosa. E quel qualcosa è la musica.
No Escape From Now non parla solo di malattia; parla di vita. Parla di come, nel punto più complicato della sua esistenza, Ozzy abbia trovato l’unica medicina che abbia mai funzionato davvero. La narrazione ci porta dentro la creazione dei suoi due ultimi, straordinari album, Ordinary Man e Patient Number 9.
Queste non sono state semplici sessioni di registrazione. Sono state la sua zattera colma di ossigeno.
Vediamo il produttore Andrew Watt, quasi un figlio adottivo, che spinge amorevolmente Ozzy a non mollare. Lo vediamo arrivare in studio a fatica, appoggiato a un bastone, con lo sguardo malato. E poi, il miracolo. Si aggrappa a quel microfono come se fosse l’unica cosa solida rimasta al mondo e, quando canta, la malattia sembra svanire.
La voce. Quella voce. Certo, è segnata dal tempo, ma è ancora lì. È carica di una vita di eccessi, di trionfi, e ora, di dolore. È più potente che mai.
Il documentario ci mostra come la comunità rock si sia stretta attorno al suo re. Tony Iommi, Zakk Wylde, Robert Trujillo, Chad Smith, non sono semplici ospiti speciali sui suoi dischi. Sono fratelli che si sono presentati per sorreggere un gigante ferito, per permettergli di lasciare la sua ultima, indelebile impronta. C’è una tenerezza infinita nel vedere questi musicisti, a loro volta leggende, guardare Ozzy con un misto di ammirazione e apprensione, quasi a volerlo proteggere.
Per Ozzy, la musica non era più un lavoro; era ossigeno. Era la sua sfida quotidiana contro il buio.
Il climax emotivo del lavoro è, inevitabilmente, il concerto d’addio. L’ultima apparizione con i Black Sabbath, il 5 luglio 2025, nella sua Birmingham. Le telecamere documentano lo sforzo fisico disumano che Ozzy ha dovuto compiere per salire su quel palco.
Non è stata una performance; è stato un atto di volontà pura. Un ultimo, disperato ruggito per salutare la sua gente, per chiudere il cerchio là dove tutto era iniziato. Vedere quell’uomo, sostenuto da un’imbracatura quasi invisibile, dare tutto se stesso per un’ultima con i suoi fans, è una delle cose più commoventi che il rock ci abbia mai regalato.
Ma il colpo di grazia, quello che trasforma la commozione in un dolore sordo, arriva con il tempismo della realtà.
Ozzy è scomparso il 22 luglio 2025.
Il documentario non era stato concepito come un elogio funebre. Le riprese si sono concluse poco prima della sua morte. Quello che stavamo guardando non era un uomo che si preparava alla fine; era un uomo che lottava disperatamente per un futuro che non avrebbe visto. Ogni sua intervista nel film, ogni speranza di tornare in tour, ogni progetto, tutto assume un peso tragico e insostenibile. Il titolo stesso, Nessuna Fuga dal presente, diventa una profezia spietata.
Ecco perché No Escape From Now non è un documentario per metallari. È una riflessione universale sulla dignità.
Ci costringe a chiederci cosa resta di noi quando tutto ciò che ci definisce, il nostro corpo, la nostra forza, il nostro lavoro, ci viene portato via. Per Ozzy, la risposta è stata la sua arte, la sua voce.
Si esce dalla visione di questo film profondamente cambiati. Si esce con un rispetto infinito non solo per l’artista che ha scritto la storia della musica, ma per l’uomo, John Michael Osbourne, che ha combattuto con un coraggio indomito fino all’ultimo respiro.
Questa non è una visione consigliata. È una visione necessaria.

