Fear of the Dark: dentro il fienile dove gli Iron Maiden sfidarono il 1992
Pubblicato il
La nebbia dell’Essex ristagna bassa e densa, avvolgendo gli alberi spogli della tenuta di Steve Harris. Siamo tra la fine del 1991 e l’inizio del 1992 e il freddo penetra nelle ossa, però non è nulla rispetto al gelo che cala sul mondo dell’heavy metal. Nel giro di due mesi sono usciti il Black Album dei Metallica, Nevermind dei Nirvana e Badmotorfinger dei Soundgarden. Da Seattle arriva un rock che ridisegna la mappa con un’urgenza emotiva e una sincerità disarmante. Qui, in questo angolo di campagna inglese, resiste un avamposto che rifiuta di ammainare la bandiera.
Davanti a me non si stagliano i profili dei lussuosi studi londinesi, né le palme assolate di Nassau. C’è solo un vecchio fienile che Harris ha trasformato nel suo rifugio personale: i Barnyard Studios. La band ci aveva già registrato No Prayer for the Dying, un disco uscito senza troppo fuoco, e proprio quella scelta era stata l’ultima goccia per Adrian Smith, che aveva lasciato il gruppo poco prima delle sessioni. Il suo posto l’ha preso Janick Gers. Steve ha voluto tornare qui ugualmente, stavolta con Martin Birch al suo fianco in cabina di regia.
Una volta chiusa la porta alle mie spalle, il brusio della campagna svanisce. Osservo Birch muoversi tra i cavi. È il produttore storico della band e questo sarà il suo ultimo disco con gli Iron Maiden prima della pensione. Cambia pure la batteria di Nicko McBrain: la band lo convince a lasciare i toni secchi, quasi jazz, che sono il suo marchio, per una resa più piena e corposa. Sarà solo una parentesi.
Il peso che schiaccia l’aria, però, non dipende dalle frequenze sonore. Bruce Dickinson ha capito che il mondo sta cambiando in fretta e passa le giornate a fare l’avvocato del diavolo. Parla con Nicko, con Dave Murray, con Janick, con tutti: per lui la svolta in atto è profonda. Vuole sapere fin dove la band è disposta a rischiare per fare qualcosa di davvero nuovo. Tra lui e Steve qualcosa si è incrinato. I due non scrivono insieme nemmeno un brano. Harris lo attribuisce alle circostanze, eppure così viene a mancare lo spazio dove due caratteri dominanti avrebbero potuto chiarirsi.
Ascoltando la voce di Dickinson uscire dai monitor, mi accorgo che questa tensione genera qualcosa di inatteso. I testi di Bruce lasciano da parte fantasia, storia e soprannaturale per guardare alla cronaca. Assisto alla genesi dell’apertura del disco. Be Quick or Be Dead, scritta da Bruce con Gers, è una scarica di energia contro la corruzione del mondo degli affari, ispirata anche al caso del magnate Robert Maxwell, morto da poco. Nicko è seduto dietro al suo kit e il ritmo è talmente frenetico che chiunque giurerebbe su un doppio pedale. Invece no. Il batterista ne ha sempre usato uno solo e scherza dicendo che uno è già abbastanza difficile, figurarsi due. Poco più avanti in scaletta arriva Fear Is the Key, che punta il dito contro l’ipocrisia con cui il pubblico ha reagito all’AIDS. Il brano nasce anche dalla morte di Freddie Mercury, nel novembre del 1991. Bruce spiega che nessuno se ne preoccupava finché la malattia restava confinata agli omosessuali e ai tossicodipendenti: la gente ha cominciato a interessarsene solo quando sono morte le prime celebrità.
Le luci in studio si abbassano. I toni cambiano per Afraid to Shoot Strangers, sette minuti scritti da Harris e ispirati alla prima Guerra del Golfo, combattuta all’inizio del 1991. Racconta il dilemma di un soldato che non vuole uccidere, pur sapendo che se non lo farà potrebbe essere ucciso lui. Alle tastiere c’è Michael Kenney, il tecnico del basso di Steve, che non è un membro ufficiale e resta dietro le quinte. Con la title track, sono gli unici due brani che guardano alle grandi cavalcate del passato.
I giorni passano e la band cerca di ritrovare la gioia semplice di suonare. Quando attaccano From Here to Eternity, che riprende la storia di Charlotte la prostituta raccontata fin dal primo album, Dave Murray e Janick Gers intrecciano le chitarre con un gusto rock and roll grezzo, lontano dalle complessità progressive. Gers, spesso bersaglio dei puristi, qui porta energia fresca anche su The Fugitive. Non tutto riesce allo stesso modo. Weekend Warrior, ritratto di un tifoso di calcio violento, per molti critici resterà uno dei passaggi più deboli del disco.
Poi arriva il momento della vulnerabilità: Wasting Love, composta da Bruce e Janick. Parla di chi salta da un letto all’altro, di chi va con chiunque capiti senza dare né ricevere ciò che cerca, perché in fondo è solo. È quanto di più vicino a una ballata gli Iron Maiden abbiano scritto dai tempi di Remember Tomorrow, nel 1980. La voce di Dickinson riempie la stanza con il dolore di un uomo più che con la potenza di una sirena antiaerea.
In chiusura di scaletta, la title track: Fear of the Dark. Sette minuti di tensione crescente che, a quanto si racconta, nascono dalla paura del buio dello stesso Harris. Diventerà subito uno dei pezzi più amati dal vivo e da allora non uscirà più dalle scalette della band.
Il disco esce l’11 maggio 1992. Per la prima volta la copertina non porta la mano di Derek Riggs: l’immagine scelta è quella di Melvyn Grant, con un Eddie trasformato in spirito della foresta che fissa la luna dal ramo di un albero. Fear of the Dark riporta gli Iron Maiden al primo posto in Gran Bretagna e sale al dodicesimo negli Stati Uniti. In estate la band è di nuovo headliner a Donington, con Adrian Smith ospite sul palco nel bis di Running Free.
Uscendo dal Barnyard e saltando avanti di qualche mese, la scena si sposta sotto il cielo d’Italia. Il 12 settembre 1992 gli Iron Maiden chiudono il Monsters of Rock all’Arena Campovolo di Reggio Emilia, sullo stesso palco con Black Sabbath e Testament. In scaletta, tra Afraid to Shoot Strangers e Bring Your Daughter… to the Slaughter, c’è anche Fear of the Dark, nata in quel fienile.
Chiusa la prima parte del tour, a novembre, Bruce vola a Los Angeles per lavorare a un nuovo disco solista. Lì, sfogliando un giornale, legge una frase di Henry James: ogni crescita è un salto nel buio. In quel momento decide di lasciare gli Iron Maiden. Lo farà dopo l’ultima parte del tour, il 28 agosto 1993, con uno spettacolo in cui Eddie gli taglia la testa davanti alle telecamere. Gli Iron Maiden avevano attraversato la tempesta e incassato i colpi. Quell’album, però, suonava come una promessa: anche nel buio più profondo, la loro musica avrebbe continuato a brillare.
Nota per il lettore: la figura del testimone invisibile che vi ha accompagnato in questo racconto è un’invenzione letteraria. I fatti, le date e le dichiarazioni riportati provengono invece da interviste e cronache documentate.
8 thoughts on “Fear of the Dark: dentro il fienile dove gli Iron Maiden sfidarono il 1992”
Paolino scrive:
Gran bell’ articolo!! Da sempre fan dei maiden, ho acquistato la musicassetta appena uscita ed avevo 15 anni.. ho passato una settimana con mio nonno a fare una scalinata in cemento con l album a palla, alla fine lo sentivo canticchiare in sottofondo anche lui! UP THE IRONS, ci vediamo a San Siro!
Ciao Paolino, sono contento che l’articolo ti sia piaciuto! Anche per me questo disco ha significato molto e lo riascolto sempre volentieri! Ci vediamo a San Siro!
AncientMariner977 scrive:
Ricordo ancora quando acquistai la musicassetta ormai 34 anni fa (sembra ieri, dio santo…). Ad ogni modo articolo veramente magnifico. Complimenti di cuore.
Grazie di cuore a te e alla passione rimasta immutata da 34 anni. Ogni album dei Maiden è un sogno ma Fear Of The Dark ha qualcosa di veramente speciale! Buona serata!
Giuseppe scrive:
Un articolo bello ed evocativo su uno dei miei album preferiti. Complimenti all’autore.
Gran bell’ articolo!! Da sempre fan dei maiden, ho acquistato la musicassetta appena uscita ed avevo 15 anni.. ho passato una settimana con mio nonno a fare una scalinata in cemento con l album a palla, alla fine lo sentivo canticchiare in sottofondo anche lui! UP THE IRONS, ci vediamo a San Siro!
Ciao Paolino, sono contento che l’articolo ti sia piaciuto! Anche per me questo disco ha significato molto e lo riascolto sempre volentieri! Ci vediamo a San Siro!
Ricordo ancora quando acquistai la musicassetta ormai 34 anni fa (sembra ieri, dio santo…). Ad ogni modo articolo veramente magnifico. Complimenti di cuore.
Grazie di cuore a te e alla passione rimasta immutata da 34 anni. Ogni album dei Maiden è un sogno ma Fear Of The Dark ha qualcosa di veramente speciale! Buona serata!
Un articolo bello ed evocativo su uno dei miei album preferiti.
Complimenti all’autore.
Ciao Giuseppe, ti ringrazio molto e mi piacerebbe sapere quale passaggio ti è piaciuto di più. Buona giornata!
“Ooooo ooooo” \m/
My best growls: scritto e declamato divinamente.
Abbracci borchiati e borchiuti.
Ciao Chiara! Sei troppo gentile e ti ringrazio tanto. Spero di rileggerti presto. Un abbraccio!