Il cuore degli Warrant: Jani Lane tra melodia e tormento
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Chi c’era ricorda perfettamente quel tipo di sensazione. Ricorda i pomeriggi passati a consumare CD su CD, l’esplosione di colori, suoni e sapori che definirono la fine degli anni Ottanta. In quel variopinto universo rock’n’roll, i Warrant spuntarono fuori quasi dal nulla, armati di un’immagine perfetta e di chorus che si appiccicavano addosso. Al centro della scena, un ragazzo di Akron, in Ohio, nato John Kennedy Oswald e conosciuto con il nome d’arte di Jani Lane.
Jani era molto più di un frontman dal viso pulito e dalla voce giusta: era la mente e l’anima del gruppo. Era lui a scrivere le canzoni, a plasmare quelle melodie che avrebbero fatto da colonna sonora a un’intera generazione. Insieme a Erik Turner, Joey Allen, Jerry Dixon e Steven Sweet trovò la formula magica per conquistare il cuore di molti di noi.
Il loro primo album fu importante. Dirty Rotten Filthy Stinking Rich, un titolo che era tutto un programma, li mise sulla mappa. Conteneva inni da festa come Down Boys, eppure la vera bomba fu una ballad. Heaven era diversa. Rivelò una vena poetica che pochi si aspettavano da una band glam, una malinconia dolce che raccontava l’amore e la perdita con una sincerità disarmante. Fu la penna di Jani a fare la differenza, a elevare i Warrant al di sopra di molti loro contemporanei. Dimostrò che dietro il trucco e le movenze irresistibili c’era un cuore che batteva forte, capace di creare canzoni da stadio e, insieme, momenti di pura emozione. Il successo divenne una valanga che li travolse, trasformandoli in superstar.
Poi arrivò la torta di ciliegie. Cherry Pie, l’album del 1990, e la sua title track furono allo stesso tempo la loro più grande benedizione e la loro maledizione. Quel pezzo, scritto in un quarto d’ora sul cartone di una pizza per accontentare un discografico a caccia di un singolo, divenne un mostro. Un successo così gigantesco da divorare tutto il resto. Per Jani si trasformò col tempo in una gabbia dorata. Sentiva che quel brano, così leggero e quasi caricaturale, stava mettendo in ombra le sue composizioni più sentite, quelle in cui aveva riversato la sua vera anima, come la disperata e personalissima I Saw Red.
Con il passare degli anni non nascose mai la sua amarezza: si rese conto che, nonostante tutti i suoi sforzi, la sua eredità artistica rischiava di essere ridotta a quella che definì una filastrocca rock, un’etichetta che gli stava stretta come una camicia di forza. Per molti sarebbe rimasto per sempre “il tizio di Cherry Pie“.
L’inizio degli anni Novanta cambiò le regole del gioco. Da Seattle arrivò un’onda sonora grigia, depressa e potente che oscurò rapidamente i colori sgargianti del Sunset Strip. Il grunge non fece affatto prigionieri. Per band come i Warrant, il mondo che conoscevano stava svanendo sotto i loro piedi. Eppure, proprio in quel momento, tirarono fuori dal cilindro il loro album più potente e incompreso, Dog Eat Dog, del 1992. Un disco cupo, pesante, dove la scrittura di Jani si fece più adulta e disillusa. Fu la loro risposta rabbiosa a un mondo che li stava dimenticando, un’opera di grande valore che, purtroppo, finì per perdersi nel frastuono del cambiamento. Era la prova definitiva del loro talento, arrivata però fuori tempo massimo.
Mentre la fama svaniva, le ombre personali di Jani si allungavano. La sua lotta con l’alcol divenne una guerra combattuta giorno per giorno, lontano dalle telecamere. Il ragazzo che aveva scritto Heaven si trovava a vivere un inferno privato, un tormento fatto di alti e bassi, di tentativi di riabilitazione e ricadute.
Gli anni che seguirono furono un percorso a ostacoli, tra l’abbandono dei Warrant, una fugace reunion nel 2008, un breve periodo alla guida dei Great White e la sensazione di non riuscire più a trovare il proprio posto. Era come se il musicista sensibile e il personaggio della rockstar, che avevano convissuto per anni, fossero entrati in un conflitto insanabile, lasciandolo solo a raccoglierne i pezzi.
L’11 agosto 2011 quella guerra finì nel modo peggiore. A 47 anni Jani Lane fu trovato senza vita in una stanza di motel a Woodland Hills, vicino a Los Angeles, stroncato da un’intossicazione acuta da alcol. Con la sua morte se ne andava molto più di un cantante: si spegneva una voce che aveva ancora tanto, tanto da raccontare.
Oggi, per ricordarlo davvero, bisogna fare uno sforzo: andare oltre Cherry Pie. Bisogna riascoltare le sue canzoni con orecchie nuove, per ritrovare l’artista capace di scrivere melodie immortali e, un attimo dopo, di confessare le sue fragilità in un testo. La sua vera eredità è lì, nascosta nella sincerità di Heaven, nell’energia di Uncle Tom’s Cabin, nel dolore di I Saw Red. Questa è la storia di un talento agrodolce, un poeta che ha assaggiato la gloria per poi esserne consumato. Forse il miglior tributo che possiamo fargli è semplicemente riprendere in mano i suoi dischi e ascoltare. Ascoltare davvero.