Lemmy e Jimi Hendrix nel 1967: i segreti brutalmente onesti
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Siamo nel 1967. Immaginate Londra. Lontana dalla città frenetica e globalizzata di oggi, era l’epicentro vibrante di una rivoluzione culturale. Carnaby Street è un’esplosione di colori, l’aria profuma di patchouli, hashish e di una promessa di libertà che sembra a portata di mano. È la Swinging London, la capitale mondiale della musica, dove ogni sera, in qualche club fumoso, la storia viene scritta a colpi di amplificatori valvolari spinti al massimo.
In questo calderone in ebollizione arriva in autostop un giovane uomo del nord. Ha ventun anni ed è nato a Burslem, nell’area di Stoke-on-Trent, una zona industriale di mattoni rossi e ciminiere, anche se è cresciuto tra lo Staffordshire e il Galles. Si chiama Ian Fraser Kilmister. Non è ancora Lemmy, l’icona indistruttibile del rock and roll con il neo sulla guancia e la voce che sembra aver fatto gargarismi con vetri rotti e whisky. È solo un ragazzo con i capelli lunghi, una chitarra ritmica in spalla e un’esperienza discreta maturata con i Rockin’ Vickers, una band che aveva inciso tre singoli per la CBS e girato l’Europa prima di trasferirsi a Manchester. È arrivato a Londra per inseguire il sogno, però la realtà della metropoli è dura. È al verde, dorme sui pavimenti degli amici e la sua carriera musicale sembra arenata prima ancora di iniziare. Eppure il destino ha in serbo per lui una svolta inaspettata. Una svolta che, prima ancora dei riflettori, lo porterà nel punto esatto in cui l’energia è più pura, più potente e più pericolosa: a mezzo metro dal dio della chitarra, Jimi Hendrix.
La storia del rock è spesso una questione di tempismo e di chi conosci. La fortuna di Lemmy si materializza sotto forma di un vecchio amico, Neville Chesters. Chesters è un tecnico, un uomo che vive nell’ombra del palco. Era stato road manager degli Who tra il 1965 e il 1966, all’epoca in cui lui e Lemmy si erano conosciuti, e ora divide un appartamento nel quartiere di Kensington con Noel Redding, il bassista appena reclutato per il nuovo, esplosivo trio che sta sconvolgendo la scena: la Jimi Hendrix Experience. Lemmy si trova letteralmente a dormire sul pavimento della storia. Quando Chesters, che cura la strumentazione della band, si rende conto di aver bisogno di un secondo roadie per il tour britannico di Hendrix, si gira verso il giovane Kilmister e gli fa una proposta semplice: vuoi un lavoro?
L’offerta è di quelle che non si possono rifiutare quando non hai un soldo in tasca: 10 sterline a settimana, più vitto e alloggio durante il tour. Il compito: essere il secondo roadie di Jimi Hendrix. Lemmy accetta immediatamente. Non sa ancora che sta per frequentare l’università più esclusiva del rock’n’roll. Il lavoro del roadie, nel 1967, non ha nulla del glamour odierno fatto di grandi produzioni e tecnologie avanzate. È un lavoro fisico, brutale, fatto di sudore e cavi aggrovigliati. Chesters si occupa della parte più delicata, i cablaggi e l’elettronica, mentre a Lemmy spetta il compito della forza bruta: come dirà lui, si limitava a trasportare tutta l’attrezzatura di Hendrix.
Il suo incubo e la sua responsabilità quotidiana sono i Marshall di Jimi. Enormi, pesanti testate e casse 4×12 che devono essere scaricate dai furgoni, trascinate su per scale strette nei retroscena dei club e impilate per creare quel muro sonoro che Hendrix esige. Il lavoro, però, non finisce quando inizia il concerto. Anzi, è lì che diventa interessante. Durante gli show Lemmy segue tutto dalle quinte, a ridosso degli ampli di Jimi. Il suo compito, oltre a osservare l’artista, è quello di sorreggere le casse. Hendrix, posseduto dalla musica, non si limita a suonare la chitarra: la rovina fisicamente. Si struscia contro gli amplificatori per generare feedback, li colpisce, a volte simula atti sessuali con essi. Lemmy è l’ancora umana indispensabile che impedisce a quelle torri instabili di crollare addosso al chitarrista o sulla prima fila del pubblico. Da quella posizione privilegiata, nascosto nel buio, vede tutto. Sente la pressione sonora spostargli lo sterno. Vede la magia prendere forma a pochi centimetri dal suo naso.
L’impatto di questa esperienza sul giovane musicista è devastante e, paradossalmente, distruttivo per le sue ambizioni iniziali. Fino a quel momento Lemmy si era sempre considerato un chitarrista ritmico. Aveva una buona mano destra e un buon senso del tempo, eppure guardare Jimi sera dopo sera è un bagno di umiltà brutale. Hendrix non suona semplicemente la chitarra. È come se lo strumento fosse un’estensione naturale del suo sistema nervoso. Fa cose che Lemmy non riesce nemmeno a concepire, figuriamoci replicare. La facilità sovrumana, l’inventiva, il controllo assoluto del caos sonoro da parte del mancino di Seattle portano Lemmy a una conclusione dolorosa ma necessaria: non sarebbe mai stato così bravo e non aveva senso nemmeno provarci.
L’ego del chitarrista viene incenerito dal fuoco di Hendrix, però dalle ceneri nasce qualcos’altro. Anni dopo, raccontando quel periodo, Lemmy spiegherà come quell’osservazione ravvicinata sia stata la chiave del suo stile futuro. Quando nell’agosto del 1971, senza alcuna esperienza al basso, si ritroverà a doverlo suonare negli Hawkwind perché il bassista previsto non si era presentato a un concerto, non lo suonerà come un bassista tradizionale. Trasferirà l’approccio ritmico e aggressivo della chitarra sulle quattro corde. Lemmy inizia a suonare accordi sul basso, usa il plettro con forza bruta, alza il volume e la distorsione a livelli pazzeschi. Cerca di riempire lo spazio sonoro da solo, proprio come vedeva fare a Jimi. Senza saperlo, osservando Hendrix distruggere le regole della chitarra, Lemmy stava imparando a distruggere e riscrivere le regole del basso elettrico, creando quel suono da bombardiere in picchiata che diventerà il marchio di fabbrica dei Motörhead e la pietra angolare dello speed metal e del thrash.
Il rapporto tra il roadie e la star va presto oltre le attività quotidiane di trasporto casse. L’ambiente dei tour di fine anni Sessanta è saturo di droghe, in particolare del famigerato LSD. L’acido lisergico è il carburante di quella rivoluzione psichica e Lemmy, con la sua costituzione robusta e la sua predisposizione agli eccessi, diventa presto una figura di fiducia per Hendrix anche in questo ambito delicato. Assume il ruolo ufficioso di procuratore di allucinogeni: come racconterà lui stesso, gli procurava dieci dosi di acido, Jimi ne prendeva sette e ne lasciava tre a lui. Jimi si fida di Lemmy perché non è un approfittatore, è un fratello, uno di loro. Tra le storie leggendarie più celebri c’è un momento di panico durante una data. Hendrix gli aveva affidato una quantità considerevole di LSD, sostanza già messa al bando nel Regno Unito. Di fronte al rischio di un controllo di polizia, la crew prese l’unica decisione, diciamo, logica per l’epoca: far sparire le prove ingerendo tutto. Lemmy racconterà anni dopo, con il suo inconfondibile humor nero, di aver imparato in quei giorni l’arte di restare in piedi e lavorare sodo nonostante cinque o sei dosi di acido in corpo.
Il ritratto che Lemmy fa di Hendrix non si ferma, però, alla scontata caricatura della rockstar tossica. C’è un lato di Jimi che lo colpisce profondamente e che rimarrà con lui per sempre: la sua incredibile educazione. Lemmy lo descriverà come un principe, un uomo all’antica. Nonostante la fama e il rispetto planetario, le groupie impazzite che facevano la fila fuori dal camerino e l’immagine selvaggia e sacrale sul palco, nel privato Jimi era di una dolcezza disarmante. Lemmy ricordava con ammirazione come Hendrix si alzasse sempre in piedi quando una donna entrava nella stanza e le spostasse la sedia per farla accomodare. Per un ragazzo della classe operaia inglese, cresciuto in un ambiente rude e diretto, vedere l’uomo più cool del pianeta comportarsi con tale galanteria fu una lezione di stile e di umanità indelebile.
L’esperienza di Lemmy come roadie di Jimi Hendrix durò lo spazio di un tour: tre settimane e ventinove concerti, fino all’ultima data a Glasgow, poco prima di Natale. I suoi insegnamenti, però, durarono una vita intera. Quelle settimane furono il suo vero, formidabile apprendistato. Non imparò scale musicali o teoria, imparò cosa significa essere sul palco. Osservando Jimi muoversi come un ragno elegante, catturando l’attenzione di migliaia di persone senza alcuno sforzo apparente, Lemmy capì l’importanza della teatralità, della presenza scenica, del magnetismo. Capì che la musica è solo una parte dell’equazione: l’altra parte è l’attitudine, la capacità di proiettare un’immagine più grande della vita stessa e di suscitare emozioni forti nel pubblico.
Quando Lemmy lasciò quel lavoro, non era più solo Ian Fraser Kilmister da Stoke-on-Trent. Aveva visto il fuoco molto da vicino e non si era bruciato. Aveva capito che quella tecnica poteva essere irraggiungibile, mentre il volume, l’aggressività e l’integrità erano armi altrettanto potenti e percorribili. Aveva smesso di voler essere un chitarrista mediocre e si era preparato a diventare il bassista più rumoroso, carismatico e influente della storia del rock. L’università di Jimi Hendrix aveva laureato il suo studente più improbabile e, forse, il più fedele al vero spirito del rock and roll.
Per chi desidera immergersi completamente in questa fase della storia e respirare a pieni polmoni l’aria elettrica di quegli anni irripetibili, la lettura obbligata ha un titolo ben preciso: La sottile linea bianca. L’autobiografia di Lemmy, uscita nel 2002 con il titolo originale White Line Fever e scritta a quattro mani con la giornalista Janiss Garza, rappresenta una miniera inesauribile di aneddoti vissuti costantemente sul filo del rasoio. Tra le sue pagine, il futuro leader dei Motörhead ripercorre senza alcun filtro e con la sua feroce ironia i dettagli dell’apprendistato londinese, snocciolando retroscena crudi e testimonianze dirette. Un volume fondamentale da tenere rigorosamente sullo scaffale, proprio accanto ai vinili consumati dei vostri dischi preferiti, per comprendere a fondo l’evoluzione umana e musicale di un’icona assoluta del rock pesante.
Fonti: Lemmy Kilmister e Janiss Garza, White Line Fever; Classic Rock / Louder; Wikipedia.