Vince Neil Senza i Mötley Crüe: I Segreti Nella Registrazione di Exposed

Copertina del disco "Exposed" di Vince Neil. Ne parliamo all'interno del blogFebbraio 1992 segna una frattura insanabile nella storia dell’hard rock californiano. Le porte della sala prove si chiudono violentemente alle spalle del biondo frontman, tracciando la fine di un’era per i Mötley Crüe e l’inizio di una guerra fredda a colpi di comunicati stampa. Nessuno sa con certezza se l’allontanamento sia stato l’esito inevitabile di crescenti attriti con la leadership di Nikki Sixx o un abbandono volontario causato dall’insofferenza verso le nuove direttive musicali della band. Resta un dato di fatto: un cantante abituato a dominare le arene di mezzo mondo si ritrova improvvisamente solo, con un conto in banca astronomico ma un’identità artistica da ricostruire da zero, proprio mentre le chitarre ribassate di Seattle iniziano a monopolizzare le frequenze di MTV. L’industria discografica fiuta immediatamente l’opportunità. Warner Bros mette sul tavolo un contratto milionario, esigendo un prodotto capace di competere direttamente con il colosso che i vecchi compagni di squadra stanno preparando insieme a John Corabi. Serve una dichiarazione di intenti feroce, un’opera che dimostri come il marchio di fabbrica vocale di quei successi planetari fosse autosufficiente.

Costruire una formazione all’altezza diventa la priorità assoluta. Jack Blades dei Night Ranger viene interpellato per dare solidità al songwriting, ma la vera intuizione geniale risiede nella scelta dell’architetto sonoro. Reclutare Steve Stevens, fresco della separazione da Billy Idol, significa iniettare una dose letale di tecnica neoclassica e aggressività heavy metal in una struttura hard rock di matrice stradaiola.

Portare l’ex chitarrista di “Rebel Yell” in studio stravolge completamente le coordinate del progetto. Se i dischi precedenti del cantante si basavano sui riff fangosi e dal timing sincopato di Mick Mars, il nuovo materiale richiede una precisione chirurgica. Stevens si presenta alle sessioni armato delle sue inseparabili Hamer customizzate, equipaggiate con pickup DiMarzio studiati per garantire una definizione sbalorditiva anche a livelli di saturazione estremi.

Il produttore Ron Nevison, veterano che aveva già scolpito i suoni di giganti come Led Zeppelin e The Who, comprende subito la necessità di lasciare spazio d’azione alla sei corde. Le ritmiche vengono stratificate utilizzando amplificatori Marshall Plexi modificati, spinti al massimo per ottenere quel tipico “brown sound” tagliente. Ogni assolo si trasforma in una masterclass di alternate picking e uso feroce della leva del vibrato. Un simile muro di frequenze richiedeva fondamenta d’acciaio: a fornirle ci pensano le linee pulsanti del bassista Robbie Crane e il drumming d’assalto di Vik Foxx, i quali blindano l’architettura dei brani con una quadratura implacabile, capace di ancorare a terra i virtuosismi e garantire un urto frontale devastante.

Durante le registrazioni presso i Record Plant di Los Angeles, la tensione creativa è palpabile. Il chitarrista impone ritmi di lavoro estenuanti per perfezionare gli arrangiamenti, introducendo elementi quasi progressive in brani nati come semplici inni da stadio. Vengono integrati effetti insoliti, come il celebre “raygun” (la pistola giocattolo cablata sui pickup), che Stevens ha reso famoso in passato e che compare in alcuni momenti solistici del disco.

Soffermarsi sulla tracklist significa immergersi in un braccio di ferro costante tra l’anima sleaze delle melodie e l’estremismo strumentale. Prendi “Sister of Pain”. L’apertura è affidata a un riff granitico, sporcato il giusto per ricordare le origini losangeline del leader, ma deflagra in un chorus impreziosito da armonizzazioni chitarristiche complesse. La batteria di Foxx picchia in modo marziale, creando un groove quadrato su cui la voce graffiante si muove con inaspettata agilità.

 

“You’re Invited (But Your Friend Can’t Come)” possiede una genesi particolare. Concepita originariamente per la colonna sonora del film Encino Man, incarna il ponte perfetto verso il nuovo sound. La traccia inclusa nell’album viene ri-registrata e pompata di steroidi sonori, perdendo parte della giocosità iniziale a favore di un approccio metallico molto più marcato.

Il vero capolavoro tecnico risiede però in “The Edge”. Qui l’impronta del turnista d’eccezione prende il sopravvento, offrendo una cavalcata epica sostenuta da chitarre acustiche flamenco che si fondono brutalmente con distorsioni high-gain. Rappresenta l’apice compositivo dell’intero lavoro, il momento esatto in cui l’operazione commerciale si eleva a vera e propria arte heavy, spingendo le corde vocali verso registri estremi e dimostrando una maturità esecutiva inedita.

Il 27 aprile 1993 porta il disco sugli scaffali dei negozi, piazzandosi al tredicesimo posto della classifica Billboard 200. Considerato il clima ostile verso tutto ciò che ricordava l’estetica del decennio precedente, il risultato commerciale risulta rispettabile, pur non raggiungendo la certificazione gold negli Stati Uniti (a differenza del Giappone, dove ottenne il disco d’oro per 100.000 copie). Le copie vendute negli USA si attestano intorno alle 100.000-200.000 unità stimate, confermando l’esistenza di uno zoccolo duro di appassionati affamati di assoli fulminei e produzioni scintillanti, ma lontane dai numeri stratosferici dei Mötley Crüe pre-grunge.

L’idillio, tuttavia, ha vita breve. Affrontare un tour mondiale rinchiusi nello stesso tour bus fa emergere divergenze caratteriali e musicali incompatibili. L’attitudine puramente istintiva del cantante fatica a convivere con la disciplina metodica pretesa dal virtuoso di Brooklyn. Dopo il tour promozionale (che incluse aperture per i Van Halen), la corda si spezza: Stevens fa le valigie in cerca di lidi più tranquilli, lasciando la formazione orfana della sua colonna portante musicale e innescando una reazione a catena che porterà al disfacimento del progetto originale.

Il clamore sollevato da questa pubblicazione sarà destinato a spegnersi altrettanto velocemente, inghiottito dalle dinamiche spietate del music business di metà decennio. Rimane un vuoto, una ferita aperta su cosa sarebbe successo se quella line-up avesse avuto la tenacia di resistere alle tempeste interne. Mentre l’entusiasmo andava spegnendosi di fronte alla tiepida accoglienza del successivo Carved in Stone, nei corridoi della Elektra Records si consumava intanto un altro psicodramma, molto più oscuro e pesante, che avrebbe portato alla luce l’album omonimo dei Mötley Crüe con John Corabi. Ma questa, signori, è una storia fatta di derive alternative, depressione clinica e boicottaggi industriali che esploreremo nel prossimo capitolo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.


Segui Hardigor su Instagram