Il Marchio della Battaglia: Cicatrici, Titanio e Testardaggine

Ragazzi, è passato un po’ di tempo dall’ultima volta che abbiamo alzato il volume insieme su queste pagine. A volte, la vita decide di staccare la spina all’amplificatore all’improvviso, buttandoti giù dal palco senza il minimo preavviso.

Poco più di un mese fa, un brutto infortunio ha mandato in frantumi il mio ritmo. Non una semplice lesione, ma una frattura scomposta all’omero sinistro: l’osso che si spezza e perde la sua strada, un disastro strutturale che ha richiesto un intervento d’urto. Il ricovero al Galeazzi e poi quel momento che ti segna: il fade to black assoluto dell’anestesia totale. È uno spegnimento improvviso, un vuoto profondo e silenzioso in cui non esistono riff, non c’è luce, solo un reset forzato del tuo sistema. Poi il risveglio, pesante, stordente, e la consapevolezza di avere una nuova compagna di vita: una placca di titanio avvitata dentro per rimettere insieme i pezzi. Se prima l’Hard Rock e l’Heavy Metal erano solo nell’anima, nel sangue e nei timpani, oggi posso dirlo con assoluta certezza… ora ho il metallo fuso dentro di me.

Ma il vero banco di prova non è stato il bisturi. Sono state le notti insonni in ospedale, scandite dal supporto costante di una flebo collegata quasi h24. Sono stati dieci giorni senza riuscire a chiudere occhio, sospeso in un tempo che sembrava non passare mai. Chi c’è passato lo sa: il buio in corsia è denso, spezzato solo da quelle tenui luci blu di sicurezza sempre accese, che ti vegliano come occhi freddi e silenziosi nel cuore della notte.

In quel silenzio profondo e carico di attesa, con il liquido della terapia che scorreva lento nelle vene, ho dovuto lottare faccia a faccia con i miei demoni. Il dolore bussava alla spalla in modo spietato: un battito sordo e pesante, una pulsazione oscura che rimbombava inesorabile fin dentro l’anima. Vivevo un’attesa spasmodica per quei momenti appena prima dell’alba, quando l’arrivo dell’infermiera con l’antidolorifico diventava l’unico pensiero fisso, simile a un’astinenza da droghe pesanti. Contavo con angoscia ogni singolo minuto che mi separava da quel sollievo e dalla luce del giorno. Sotto quelle lenzuola, con un braccio che sembrava un corpo estraneo e l’ansia che cercava di rubarmi la voce, ho capito cosa significa davvero resistere.

Tornato a casa, la battaglia è continuata. Settimane scandite dalla riabilitazione solitaria: movimenti millimetrici, il sudore per guadagnare anche solo un grado in più di libertà, ingabbiato in un tutore che sembrava una camicia di forza. È come prendere una chitarra con il manico spezzato e doverla riaccordare, corda per corda, con una pazienza che non credevo di avere. Ma c’è una cosa che il dolore, l’anestesia e quelle notti blu cariche di farmaci non possono spezzare: la mia testardaggine.

Anche quando la spalla era rigida e legnosa, le ritmiche martellanti e le voci graffiate non hanno mai smesso di suonare nella mia testa. Cicatrici di battaglia: fanno parte del gioco, e questa che ora porto nella carne è solo il marchio di chi è pronto a rialzarsi.

Da qualche giorno ho finalmente tolto il tutore. Da lunedì inizierò la fisioterapia vera e propria. Il motore si sta riaccendendo, l’ingranaggio si sta sbloccando e l’energia sta tornando a pompare forte.

Un ringraziamento sentito va all’Ospedale Galeazzi, che ha rimesso insieme i miei pezzi con professionalità e umanità straordinarie; ai miei familiari, presenza costante nei giorni più critici; e a tutti gli amici che non mi hanno mai fatto mancare il loro supporto. Siete stati la mia carica nei momenti più bui.

Il segnale è rimasto interrotto per un po’, ma la spina sarà presto riattaccata.

Preparatevi. Ci sentiamo molto presto.

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