La storia di “Unchain the Night”: l’inno nascosto dei Dokken

Copertina dell’album Under Lock and Key dei DokkenChiudete gli occhi per un istante. Siamo nel 1985. L’aria è satura di lacca, le giacche di pelle sono adornate da borchie e catene. L’hard rock melodico domina le radio e gli stadi del mondo. Se vi chiedessi di pensare a un brano che incapsula perfettamente quell’epoca, un pezzo che si apre con un’atmosfera quasi cinematografica prima di esplodere in un riff tagliente e un chorus da cantare a squarciagola, molti di voi penserebbero a Unchain the Night dei Dokken. Si tratta proprio della traccia di apertura perfetta in ogni senso: l’inno da arena per eccellenza e, senza dubbio, uno dei pezzi più iconici della band.

Se vi dicessi che, tecnicamente, non è mai stato un successo? Questa è la storia di un paradosso. È la storia di come un brano possa diventare leggenda nonostante le classifiche, scelto direttamente dal pubblico e consacrato dal sudore del palco. Questa è la storia di Unchain the Night.

Per capire tutto questo, dobbiamo teletrasportarci al 1985. I Dokken sono su un’onda anomala. Hanno già alle spalle Breaking the Chains e il capolavoro Tooth and Nail. La band è un motore a quattro cilindri che funziona a regimi diversi: da un lato la visione melodica e le capacità vocali impressionanti di Don Dokken, dall’altro l’anarchia chitarristica, selvaggia e innovativa di George Lynch. In mezzo, a fare da collante e propulsione, il basso bollente di Jeff Pilson e il drumming potente di “Wild” Mick Brown. Questa tensione creativa, specialmente quella tra Don e George, era il loro demone e il loro angelo.

Il 22 novembre 1985 esce per Elektra Under Lock and Key, il terzo album, quello della consacrazione definitiva. Prodotto da Neil Kernon e Michael Wagener, due che di suoni pesanti e patinati se ne intendevano, e registrato tra gli Amigo Studios di Los Angeles e Redondo Beach, l’album è un gioiello di hard rock melodico. È più pulito, più prodotto di Tooth and Nail, pieno di cori maestosi e ganci radiofonici. Arriverà al trentaduesimo posto della classifica americana e, con il tempo, al disco di platino.

Quale traccia scelgono per aprire le danze? Proprio Unchain the Night, firmata da tutti e quattro i membri della band. La scelta non è casuale. L’avvio del brano è magistrale. Invece di partire con un pugno in faccia, inizia con una seduzione. Sintetizzatori sognanti, quasi new wave, creano un’atmosfera di attesa. È il suono della notte che sta per essere scatenata. Poi, dopo pochi secondi, la chitarra di George Lynch entra come una lama.

Il riff principale di Unchain the Night è un manuale di hard rock anni Ottanta. È aggressivo eppure orecchiabile, potente con un groove che ti costringe a muovere la testa. La voce di Don Dokken entra tagliente, raccontando una storia di confusione sentimentale e di liberazione notturna, un tema classico dell’epoca. Poi, ovviamente, c’è l’assolo. Se Don Dokken costruiva la struttura melodica, George Lynch era il capitano del caos controllato. Il suo assolo in questo pezzo è un’esplosione di creatività: tapping, dive bomb, frasi melodiche velocissime e sempre riconoscibili. È il Kamikaze Lynch al suo meglio, che suona con un abbandono quasi spericolato, eppure ogni nota è esattamente dove dovrebbe essere.

La composizione è un crescendo continuo, un inno perfetto per un’arena piena di gente con gli accendini (o i pugni) alzati. Eppure la casa discografica non ci puntò. Qui la storia prende una piega affascinante, degna dei migliori dietro le quinte del rock. Quando guardiamo le classifiche del 1985 e del 1986, i singoli estratti da Under Lock and Key non includevano Unchain the Night. Furono The Hunter, In My Dreams (probabilmente la loro power ballad più riuscita) e It’s Not Love. Questi erano i brani che la Elektra spinse nelle radio e su MTV, ottenendo risultati solidi. Unchain the Night rimase una album track, una traccia d’apertura micidiale, senza diventare un singolo da classifica.

Allora perché oggi la percepiamo come un classico di prima grandezza? La risposta ha a che fare con il mercato dell’home video e con il palco. Nel 1986, in piena era MTV, le band capitalizzavano il loro successo visivo pubblicando compilation di video musicali su VHS. I Dokken fecero uscire la loro e sapete come la intitolarono? Esatto: Unchain the Night. Questa VHS fu un successo clamoroso. Raggiunse la quinta posizione nella classifica Billboard dei video musicali di lunga durata e venne certificata platino. Improvvisamente il titolo Unchain the Night era ovunque, associato all’immagine e al successo della band.

La beffa finale? Il brano Unchain the Night non era incluso in quella VHS. Proprio così: la compilation che portava il suo nome alternava i video di Into the Fire, Just Got Lucky, Breaking the Chains, Alone Again, The Hunter, In My Dreams e It’s Not Love a filmati girati dalla band stessa in tour tra Europa e America, senza contenere la canzone, aggiunta solo nelle riedizioni successive. Questo paradosso ha cementato il titolo nella coscienza collettiva, anche più del pezzo stesso.

La vera consacrazione, però, non arrivò da MTV o da una videocassetta. Arrivò dalla strada. C’è una sola giuria che decide la vita o la morte di un pezzo rock: il pubblico dal vivo. Dal vivo Unchain the Night era, ed è ancora, una bomba atomica. Le classifiche di vendita possono essere influenzate dal marketing, mentre la classifica del sudore e degli amplificatori non mente. Le band capiscono subito quali pezzi funzionano e quali no. I Dokken capirono immediatamente che quel pezzo era la loro dichiarazione di intenti.

Per decenni Unchain the Night è stata la loro cartuccia migliore, sparata in apertura nei loro show o comunque punto fermo e inamovibile della scaletta. Non si tratta di un brano che puoi mettere a metà set per far rifiatare il pubblico: è un brano che avvia la festa. È il pugno che sfonda la porta. Quando partono quei sintetizzatori, il pubblico sa che sta per succedere qualcosa di esplosivo.

Oggi Unchain the Night vive una doppia vita. È il successo che non è mai stato un successo. È la traccia d’apertura che ha eclissato molti dei singoli ufficiali. È il titolo di una VHS che, ironicamente, all’inizio non la conteneva. Più di tutto, però, questa meraviglia rappresenta l’equilibrio perfetto della formula Dokken: la melodia pop metal di Don, l’aggressività tecnica di George e una sezione ritmica che pompa come un motore V8.

Concludendo, questa bomba sonora è la dimostrazione che non sempre servono le classifiche per definire un classico. A volte un classico viene scelto direttamente dal popolo del rock and roll, in migliaia di arene, notte dopo notte. Ogni volta che quella chitarra taglia l’aria, quella notte viene, ancora una volta, scatenata.

Fonti: AllMusic; Sleaze Roxx; Discogs; PopMatters.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Input

Volume

Gain

Treble

Bass

Standby
Power
On

Il pezzo finisce qui
ma il concerto continua
su Instagram

Aneddoti, retroscena e approfondimenti hard rock e metal. Nessun cliché, solo passione

Alza il volume · @hardigor