Chiudete gli occhi per un istante. Siamo nel 1985. L’aria è satura di lacca, le giacche di pelle sono adornate da borchie e catene, e l’hard rock melodico domina le radio e gli stadi del mondo. Se vi chiedessi di pensare a un brano che incapsula perfettamente quell’epoca, un pezzo che si apre con un’atmosfera quasi cinematografica prima di esplodere in un riff tagliente e un chorus da cantare a squarciagola, molti di voi penserebbero a Unchain The Night dei Dokken.
Si tratta proprio della traccia di apertura perfetta in ogni senso. L’inno da arena per eccellenza e, senza dubbio, uno dei pezzi più iconici della band.
E se vi dicessi che, tecnicamente, non è mai stato un successo?
Questa è la storia di un paradosso. È la storia di come un brano possa diventare leggenda non grazie alle classifiche, ma nonostante le classifiche, scelta direttamente dal pubblico e consacrata dal sudore del palco. Questa è la storia di Unchain The Night.
Per capire tutto questo, dobbiamo teletrasportarci al 1985. I Dokken sono su un’onda anomala. Hanno già alle spalle Breaking the Chains e il capolavoro Tooth and Nail. La band è un motore a quattro cilindri che funziona a regimi diversi: da un lato, la visione melodica e le capacità vocali impressionanti di Don Dokken; dall’altro, l’anarchia chitarristica, selvaggia e innovativa di George Lynch. In mezzo, a fare da collante e propulsione, il basso bollente di Jeff Pilson e il drumming potente di “Wild” Mick Brown.
Questa tensione creativa, specialmente quella tra Don e George, era il loro demone e il loro angelo.
Nel novembre 1985, esce Under Lock and Key, il terzo album, quello della consacrazione definitiva. Prodotto da Neil Kernon e Michael Wagener (due che di suoni pesanti e patinati se ne intendevano), l’album è un gioiello di hard rock melodico. È più pulito, più prodotto di Tooth and Nail, pieno di cori maestosi e ganci radiofonici.
Quale traccia poi scelgono per aprire le danze? Proprio Unchain The Night.
La scelta non è casuale. L’avvio del brano è magistrale. Non parte con un pugno in faccia, inizia con una seduzione. Sintetizzatori sognanti, quasi new wave, creano un’atmosfera di attesa. È il suono della notte che sta per essere scatenata. Poi, dopo pochi secondi, la chitarra di George Lynch entra come una lama.
Il riff principale di Unchain The Night è un manuale di hard rock anni ’80. È aggressivo ma orecchiabile, potente ma con un groove che ti costringe a muovere la testa. La voce di Don Dokken entra tagliente, raccontando una storia di confusione sentimentale e di liberazione notturna, un tema classico dell’epoca.
Poi, ovviamente, c’è l’assolo.
Se Don Dokken costruiva la struttura melodica, George Lynch era il capitano del caos controllato. Il suo assolo in questo pezzo è un’esplosione di creatività: tapping, dive bomb, frasi melodiche velocissime ma sempre riconoscibili. È il Kamikaze Lynch al suo meglio, che suona con un abbandono quasi spericolato, eppure ogni nota è esattamente dove dovrebbe essere.
La composizione è un crescendo continuo, un inno perfetto per un’arena piena di gente con gli accendini (o i pugni) alzati. Eppure, la discografica non ci puntò.
Qui la storia prende una piega affascinante, degna di uno tra i migliori dietro le quinte del rock. Quando guardiamo le classifiche del 1985 e 1986, i singoli di successo estratti da Under Lock and Key non includevano Unchain The Night.
Furono The Hunter, In My Dreams (probabilmente la loro power ballad più riuscita) e It’s Not Love. Questi erano i brani che la Elektra Records spinse nelle radio e su MTV, ottenendo risultati solidi. Unchain The Night rimase una album track, una traccia d’apertura micidiale, ma non un singolo da classifica.
Ma allora, perché oggi la percepiamo come un classico di prima grandezza? La risposta ha a che fare con il mercato dell’home video e con il palco.
Nel 1986, in piena era MTV, le band capitalizzavano il loro successo visivo pubblicando compilation di video musicali su VHS. I Dokken fecero uscire la loro, e sapete come la intitolarono? Esatto: Unchain the Night.
Questa VHS fu un successo clamoroso. Raggiunse la posizione numero 5 nella classifica Billboard Top Music Video—Longform e venne certificata Platino. Improvvisamente, il titolo Unchain the Night era ovunque, associato all’immagine e al successo della band.
La beffa finale? Il video musicale di Unchain The Night non era incluso in quella VHS.
Proprio così. La compilation che portava il nome del brano non conteneva la canzone stessa. (Fu aggiunto solo nelle riedizioni successive). Questo paradosso ha cementato il titolo nella coscienza collettiva, anche più del pezzo stesso.
Ma la vera consacrazione non arrivò da MTV o da una videocassetta. Arrivò dalla strada.
C’è una sola giuria che decide la vita o la morte di un pezzo rock: il pubblico dal vivo. E dal vivo, Unchain The Night era (ed è ancora) una bomba atomica.
Le classifiche di vendita possono essere influenzate dal marketing, ma la classifica del sudore e degli amplificatori non mente. Le band capiscono subito quali pezzi funzionano e quali no. I Dokken capirono immediatamente che quel pezzo era la loro dichiarazione di intenti.
Per decenni, Unchain The Night è stata la loro cartuccia migliore, sparata in apertura nei loro show, o comunque un punto fermo e inamovibile della scaletta. Non si tratta di un brano che puoi mettere a metà set per far rifiatare il pubblico; è un brano che avvia la festa. È il pugno che sfonda la porta. Quando partono quei sintetizzatori, il pubblico sa che sta per succedere qualcosa di esplosivo.
Oggi, Unchain The Night vive una doppia vita. È il successo che non è mai stato un successo. È la traccia d’apertura che ha eclissato molti dei singoli ufficiali. È il titolo di una VHS che, ironicamente, all’inizio non la conteneva.
Più di tutto, però, questa meraviglia rappresenta l’equilibrio perfetto della formula Dokken: la melodia pop-metal di Don, l’aggressività tecnica di George, e una sezione ritmica che pompa come un motore V8.
Concludendo, questa bomba sonora è la dimostrazione che non sempre servono le classifiche per definire un classico. A volte, un classico viene scelto direttamente dal popolo del rock and roll, in migliaia di arene, notte dopo notte. Poi, ogni volta che quella chitarra taglia l’aria, quella notte viene, ancora una volta, scatenata.

