Jeremy esisteva davvero: il ragazzo dietro il brano dei Pearl Jam

Copertina del singolo Jeremy dei Pearl JamJeremy esisteva davvero: la storia del ragazzo dietro la canzone più dolorosa dei Pearl Jam

Nessuno in quella classe sapeva cosa stava per succedere. Era l’8 gennaio 1991, Richardson High School, a Richardson, in Texas. Jeremy Wade Delle, quindici anni, era arrivato in ritardo alla lezione di inglese ed era stato mandato in segreteria a prendere il permesso d’ingresso. Tornò con una pistola. Si tolse la vita davanti all’insegnante e a una trentina di compagni. I compagni lo ricordavano come un ragazzo molto silenzioso, spesso triste. I giornali locali riportarono la notizia in pochi paragrafi. Il mondo andò avanti.

Eddie Vedder lesse quella notizia su un quotidiano. All’epoca i futuri Pearl Jam si esibivano ancora con il nome provvisorio di Mookie Blaylock e stavano costruendo quello che sarebbe diventato Ten, il disco che avrebbe cambiato il suono di un’intera generazione. Vedder sentì il bisogno di trasformare quel trafiletto in qualcosa che avesse un senso e scrisse il testo su una musica che il bassista Jeff Ament aveva già composto, prima alla chitarra acustica e poi adattata al suo nuovo basso a dodici corde. Vedder ha raccontato che la canzone nacque da due storie sovrapposte: la morte di Jeremy Delle e un episodio della sua adolescenza a San Diego, quando un compagno delle medie aveva aperto il fuoco in un’aula di scienze. Due storie, un’unica ferita.

Per capire cosa significasse quel pezzo nel 1991, bisogna ricordare com’era il mondo allora. La violenza nelle scuole non era ancora il tema dominante che sarebbe diventato dopo Columbine, nel 1999. Era presente, documentata, poco discussa pubblicamente. I ragazzi che soffrivano in silenzio non avevano parole per dirlo, né qualcuno che li capisse. Vedder lo sapeva per esperienza diretta: infanzia difficile, padre assente, anni di emarginazione che si era portato dietro come una cicatrice. Quando scrisse il verso in cui Jeremy, quel giorno, parla in classe, non stava costruendo una metafora. Stava descrivendo l’unico modo che era rimasto a un ragazzo a cui nessuno aveva mai dato ascolto.

Il testo è scritto dalla prospettiva di un compagno di classe, testimone silenzioso di qualcosa che non ha saputo leggere in tempo. Questa scelta, semplice e decisiva, è ciò che distingue Jeremy da qualunque altra canzone sul disagio giovanile dell’epoca. Il punto di vista è quello di chi era lì, di chi ha visto i segnali senza interpretarli e convive con quella colpa silenziosa: né la vittima, né un adulto che osserva dall’esterno. Vedder lo ha detto chiaramente: la canzone era un tentativo di dare voce al dolore di ragazzi che il mondo non riusciva a vedere. Nasceva da un trafiletto di giornale, ha spiegato, perché chi si toglie la vita pensando a una vendetta finisce ridotto proprio a quello, poche righe su un quotidiano. La vendetta migliore è restare vivi e dimostrare quanto si vale. Quella scelta non è casuale. Viene da un posto reale.

Dal punto di vista sonoro, Jeremy costruisce la sua tensione su un equilibrio instabile. La linea del basso a dodici corde di Jeff Ament, che apre il brano lavorando in controtempo, crea una sensazione di terreno che scivola sotto i piedi. Nell’arrangiamento entrano anche un violoncello e l’organo e le percussioni del produttore Rick Parashar. Poi arrivano le chitarre. Nel chorus quella tensione esplode con una violenza trattenuta che lascia il segno. È un dettaglio tecnico che un ascolto distratto non coglie, eppure spiega perché quel pezzo mette a disagio prima ancora che le parole arrivino.

Il video diretto da Mark Pellington, uscito il 1° agosto 1992, costruito su un montaggio frenetico e su immagini a collage, con il giovane attore Trevor Wilson nel ruolo di Jeremy, conquistò quattro premi agli MTV Video Music Awards del 1993, compreso quello di Video dell’Anno. Nella versione trasmessa, però, MTV tagliò l’inquadratura finale lasciando visibile solo il volto del ragazzo, senza l’arma. Il risultato fu un’ambiguità involontaria: molti spettatori capirono che Jeremy avesse sparato ai compagni, invece che a sé stesso. La vicenda dice molto su come l’industria di quegli anni riuscisse a premiare e correggere lo stesso contenuto nel giro di pochi mesi. Dopo Jeremy, i Pearl Jam smisero quasi del tutto di girare videoclip: il successivo sarebbe arrivato soltanto nel 1998, con l’animazione di Do the Evolution. Lo stesso Pellington ha ammesso che quel taglio aveva creato una grande confusione.

La famiglia di Jeremy Wade Delle non aveva dato il consenso all’uso del nome. Il testo usa solo il nome di battesimo e non ricostruisce i fatti in modo giornalistico. La madre di Jeremy, nel 2018, ha preso le distanze da quel ritratto: il giorno della sua morte, ha detto, non riassume la sua vita. Era un figlio, un fratello, un nipote, un amico, un ragazzo di talento. Nelle sue parole c’è tutto il dolore di vedere un momento privato trasformato in iconografia rock. È una tensione che non si risolve e che la canzone porta con sé senza cercare di semplificarla.

Ten uscì nell’agosto del 1991 per la Epic. Jeremy fu pubblicata come singolo nel 1992, arrivò al quinto posto delle classifiche rock e alternative americane, ottenne due candidature ai Grammy e divenne uno dei pezzi trainanti di un album che avrebbe venduto oltre tredici milioni di copie solo negli Stati Uniti, secondo i dati della RIAA. Il successo commerciale fu enorme, eppure la critica iniziale fu più fredda di quanto si tenda a ricordare. Alcuni trovarono il disco troppo orecchiabile per una band alternativa. Quella tensione tra successo e credibilità accompagnò i Pearl Jam per anni. Vedder la visse apertamente, sviluppando un rapporto difficile con la fama che divenne parte dell’immagine pubblica della band.

Quello che rimane, trent’anni dopo, è la capacità di funzionare ancora come documento vivo, al di là della nostalgia e della colonna sonora di un decennio. Columbine arrivò otto anni dopo. Con Columbine arrivò la consapevolezza che il problema era molto più grande di quanto si pensasse e che i segnali erano stati ignorati ovunque. In quel momento molti tornarono a Jeremy con occhi diversi. La canzone non sembrava più solo una storia triste. Sembrava una premonizione che nessuno aveva voluto ascoltare. Vedder non era un profeta: aveva osservato qualcosa di reale con abbastanza precisione da renderlo riconoscibile.

Eddie Vedder ha parlato di questa storia per decenni con una sobrietà rara nell’industria musicale. Non l’ha mai celebrata in modo eccessivo, non ha mai usato la vicenda di Jeremy Delle per farsi pubblicità. In un’intervista ha detto che ogni volta che la suona dal vivo pensa a quel ragazzo in quella classe, più che all’album, al video o ai premi. Potrebbe sembrare retorica. Il modo in cui i Pearl Jam hanno gestito il peso di quel pezzo nel corso degli anni, scegliendo con attenzione quando e dove suonarlo, suggerisce però che quella sobrietà sia autentica.

Jeremy esisteva davvero. Questa è la cosa che la canzone non smette mai di ricordare.

Fonti: Songfacts, Wikipedia.

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