Virgin Killer: la copertina degli Scorpions che bloccò Wikipedia
Pubblicato il
Quando la RCA pubblicò Virgin Killer nel 1976, la fotografia di una bambina nuda era già un oggetto in commercio. Vinile stampato, scaffali dei negozi, migliaia di copie distribuite sui mercati internazionali: l’immagine esisteva fisicamente prima che qualcuno, da qualche parte, si chiedesse se fosse il caso di fermarla. Non c’era più una telefonata utile da fare. Era già successo.
Per capire come ci si arrivò senza che nessuno tirasse il freno, conviene tenere a mente in che condizioni lavoravano le band tedesche di hard rock a metà degli anni Settanta. Gli Scorpions venivano da Hannover e cercavano spazio in un mercato dominato da nomi britannici e americani; la provocazione visiva era uno degli strumenti con cui le etichette europee provavano a farsi notare. Il disco precedente, In Trance del 1975, aveva già mostrato il seno scoperto della modella in copertina. Quell’immagine aveva attirato critiche al punto da essere censurata: nelle ristampe successive il seno fu oscurato. Era la prima di una serie di copertine del gruppo destinate a finire sotto le forbici. Dentro la filiale tedesca della RCA, evidentemente, qualcuno aveva letto quel precedente come la prova che il confine si potesse spostare ancora, un passo alla volta.
L’idea della copertina di Virgin Killer fu di Steffan Böhle, all’epoca product manager della filiale tedesca della RCA. Lo scatto è di Michael von Gimbut. Sopra la fotografia della bambina, che aveva circa dieci anni, era stato sovrapposto un effetto grafico a forma di vetro incrinato. Quel dettaglio, la crepa, era pensato probabilmente come una forma di distanza, un filtro che spostasse il soggetto verso il simbolico. Ottenne l’effetto contrario: aggiungeva un’idea di violenza e rendeva l’immagine ancora più disturbante. Nessuno se ne accorse prima della stampa. Il bassista Francis Buchholz, in un’intervista del 2007, ricordò che la bambina era figlia o nipote di chi aveva ideato la copertina, un particolare che dà la misura di quanto poco la cosa fosse stata percepita come un problema.
Negli Stati Uniti la reazione fu immediata. I distributori si rifiutarono di trattare il disco con quell’immagine e la RCA americana corse ai ripari, sostituendo la copertina con una fotografia del gruppo. La versione statunitense non arrivò mai sugli scaffali con la foto originale. Altrove la situazione restò frammentata: in diversi paesi l’album poté essere venduto solo sigillato in plastica nera, in altri uscì con varianti; per anni circolò in edizioni diverse a seconda della geografia. Nel tempo i membri della band hanno preso le distanze dalla scelta, attribuendola all’etichetta. Rudolf Schenker, chitarrista ritmico e fondatore del gruppo, ha ripetuto in più occasioni che la copertina fu una decisione della RCA. Uli Jon Roth, allora alla chitarra solista, è stato più diretto: guardare oggi quella foto, ha detto, gli fa venire i brividi. È una distinzione che nel 1976 non cambiava i fatti; col tempo, però, è diventata parte della narrazione ufficiale della band.
Per trent’anni la vicenda è rimasta una nota a margine della storia del metal, citata nelle discussioni sulla censura nel rock come esempio di che cosa potesse passare quando i filtri etici delle major erano inesistenti o lasciati al giudizio del singolo. Poi, nel 2008, la storia tornò a fare rumore, attraverso un canale che nel 1976 non esisteva.
La Internet Watch Foundation, organizzazione britannica nata nel 1996 per individuare e segnalare materiale illegale in rete, inserì nella propria lista nera la pagina di Wikipedia dedicata all’album, che mostrava la copertina originale a corredo della voce enciclopedica. Per la IWF quell’immagine era potenzialmente illegale ai sensi della legge britannica sulla protezione dei minori del 1978. La conseguenza tecnica fu pesante e in buona parte non prevista: i principali provider del Regno Unito instradarono il traffico verso Wikipedia attraverso pochi server e per giorni gran parte degli utenti britannici si trovò impossibilitata, più che a leggere, a modificare il sito. La storia finì sui giornali, dal Guardian alla BBC. Per qualche giorno l’articolo su Virgin Killer divenne una delle pagine più viste della rete.
Wikipedia non rimosse l’immagine. La comunità degli editori aveva già stabilito per consenso che la copertina sarebbe rimasta nella voce, trattata come un documento storico al pari di qualsiasi altro materiale controverso. Mike Godwin, allora consulente legale della Wikimedia Foundation, dichiarò che non risultava che l’articolo o l’immagine fossero stati giudicati illegali in alcuna giurisdizione al mondo. Il principio rivendicato era semplice: un’enciclopedia documenta, non distribuisce.
Dopo quattro giorni la IWF fece marcia indietro. Tolse la pagina dalla lista citando il contesto specifico del caso, il tempo trascorso dalla pubblicazione dell’immagine e la sua ampia disponibilità altrove. Non ammise però un errore di principio: continuò a sostenere che l’immagine fosse potenzialmente in violazione della legge del 1978. Riconobbe piuttosto un fallimento pratico, dichiarando che l’obiettivo dell’organizzazione era ridurre la circolazione di immagini di abuso e che in quel caso l’effetto era stato l’opposto. Si disse anche dispiaciuta per le conseguenze su Wikipedia. La fondazione, dal canto suo, ringraziò la IWF per la rapidità della decisione. Restava in piedi una distinzione che il diritto conosceva già e che il caso rese concreta: un conto è un’immagine in un contesto di distribuzione commerciale, un altro la stessa immagine dentro un archivio che la studia.
Il paradosso è che il blocco rese Virgin Killer più cercato di quanto non fosse stato nei trent’anni precedenti. Il meccanismo per cui il tentativo di sopprimere un’informazione finisce per moltiplicarne la diffusione aveva già un nome dal 2005, “effetto Streisand”, anche se nel 2008 circolava soprattutto negli ambienti della rete e non era ancora di uso comune. Qui si manifestò con una precisione quasi da manuale.
Sotto tutto questo resta la domanda che nessuna sentenza e nessuna decisione editoriale chiude davvero: come si conserva e si studia la traccia di un errore, quando quell’errore ha la forma di un’immagine. Ignorarla non la cancella. Mostrarla riproduce qualcosa che non avrebbe dovuto esistere in quella forma. La copertina originale è documentata, è oggetto di studio nella letteratura sulla censura nella musica popolare ed è fisicamente presente nelle copie che circolano tra i collezionisti. Gli Scorpions sono diventati una delle band di hard rock di maggior successo degli anni Ottanta; Virgin Killer è rimasta una voce difficile nel loro catalogo, mai rimossa, mai davvero rivendicata.
Resta, per chi vuole allargare lo sguardo oltre la singola copertina, la questione di come funzionasse un’industria che in quegli anni misurava quasi tutto sul metro dell’attenzione. Un buon modo per entrarci è Appetite for Self-Destruction di Steve Knopper (Free Press, 2009), che ripercorre i decenni del business discografico e le logiche con cui prendeva le sue decisioni. Virgin Killer non compare tra le sue pagine; il libro, però, aiuta a capire il mondo che l’ha prodotta.