Un riff di Tony Iommi riempie una stanza a Los Angeles. Lo sovrasta una melodia che non insegue la chitarra: corre per conto suo e apre uno spazio che i Black Sabbath non avevano mai abitato. È l’autunno del 1979 e dietro al microfono troviamo Ronnie James Dio, uscito da poco dai Rainbow. Quel pezzo si intitola Children of the Sea. Lì, in quella stanza, una band data per spacciata ricomincia a esistere.
La fine degli anni Settanta, per i Sabbath, era stata complicata. Technical Ecstasy, uscito nel 1976, aveva lasciato tiepidi pubblico e critica e i quattro di Birmingham sembravano aver smarrito la rotta che li aveva resi indiscussi padri del genere. Finito il tour, verso la fine del 1977, Ozzy Osbourne lasciò il gruppo. Iommi chiamò Dave Walker, voce già passata da Savoy Brown e Fleetwood Mac. Il nuovo arrivato provò con la band, mise mano a qualche testo e il 6 gennaio 1978 comparve sul palco di Look! Hear!, programma televisivo locale: i Sabbath eseguirono l’intro di War Pigs e una prima versione di Junior’s Eyes. Il suo passaggio fu di pochi mesi: all’inizio del 1978 Osbourne ci ripensò e rientrò. Per Walker non ci fu più posto e di quei mesi rimase Junior’s Eyes, finita su disco con un testo nuovo.
Il ritorno di Ozzy non cambiò il destino. Never Say Die!, registrato a Toronto e pubblicato il 29 settembre 1978, raccolse recensioni non esaltanti. L’ultimo album della formazione originale conquistò comunque il disco d’oro negli Stati Uniti, ma il segnale era nitido: i Sabbath faticavano, mentre intorno premeva una generazione più affamata, dai Judas Priest agli AC/DC. Alcol e droghe, poi, rendevano Ozzy inaffidabile, in studio come sul palco. Nell’aprile del 1979 i compagni lo licenziarono. Una scelta netta, presa da chi sapeva di rischiare l’intera storia del gruppo.
Nel vuoto lasciato da Ozzy, Iommi pensò dapprima a un progetto lontano dal marchio Sabbath. Cercò Ronnie James Dio, reduce dai Rainbow di Ritchie Blackmore. Si incontrarono, e dalla prima giornata di lavoro nacque Children of the Sea, il primo brano scritto a quattro mani e seme di tutto il resto. Bastò quella manciata di note a riscrivere i piani. Geezer Butler, Bill Ward e lo stesso Iommi scelsero di non sciogliersi e di non cambiare nome: avrebbero continuato come Black Sabbath, con un’altra voce.
A distanza di anni il chitarrista parlò di un incastro immediato, una sintonia nata quasi senza sforzo. La band entrò in studio più preparata che mai. Con Osbourne nessuno sapeva fino all’ultimo cosa sarebbe uscito dal microfono; con Dio le parti erano chiare e sviluppate in partenza, ribaltando il modo stesso di lavorare.
Sulla carta, l’unione sembrava un azzardo. Le due voci non avevano niente in comune. Ozzy cantava d’istinto, di pancia, su una tensione diretta e lontana da ogni tecnica accademica. Ronnie veniva da un’altra scuola. Nato in una famiglia italo-americana, all’anagrafe Ronald Padavona, si era fatto le ossa con gli Elf, fondati insieme al cugino Dave Feinstein, e poi con i Rainbow. Portava in dote una potenza e un controllo che a Birmingham nessuno aveva mai avuto. Mettere Dio al posto di Ozzy equivaleva a dichiarare che i Sabbath potevano vivere senza la loro voce originaria. Una parte dello zoccolo duro dei fan non era pronta ad accettarlo.
La svolta non riguardò soltanto la voce. Fu Dio a suggerire Martin Birch, il produttore con cui aveva lavorato nei Rainbow. Fu lui a riscrivere il metodo di lavoro. Il gruppo entrò ai Criteria Studios di Miami, si spostò poi agli Studios Ferber di Parigi e incise in fretta. I dischi precedenti erano costati settimane sempre più lunghe, con le sessioni che sfuggivano di mano una dopo l’altra. Stavolta tutto scorse, e le giornate in studio tornarono piacevoli. La title track fu la prima a finire su nastro e diede il nome all’album. La disciplina che molti attribuiscono a quel periodo ha un nome solo: Birch.
Un dettaglio tecnico spiega il cambio di passo meglio di qualunque racconto. Dio cantava dentro il riff, intrecciando la melodia alla chitarra invece di limitarsi a seguirla. Le linee vocali prendevano strade che con Osbourne restavano sbarrate. La conferma giunse direttamente da Iommi: con Ronnie le possibilità si moltiplicavano, e diventava naturale tentare ciò che prima era fuori portata. Libero di spaziare, il chitarrista scrisse pagine più ricche, e nei solchi del disco la differenza si sente.
Dietro l’ordine apparente, il caos era tutt’altro che svanito. Bill Ward viveva mesi durissimi, schiacciato dal lutto per la perdita dei genitori e da un alcolismo che lo stava divorando: delle sessioni, ha ammesso in seguito, non conserva alcun ricordo. Di quei giorni si racconta un episodio che ancora oggi sembra inventato: Iommi cosparse Ward di un solvente per le testine del registratore, gli diede fuoco e gli lasciò ustioni serie alle gambe. Le cicatrici sono rimaste. Anche questo è Heaven and Hell: grande musica fiorita tra vite che andavano in frantumi.
Il disco arrivò nell’aprile del 1980. Otto pezzi, da Neon Knights a Lady Evil, da Die Young a Lonely Is the Word, con un suono più ampio e teatrale di qualunque cosa i Sabbath avessero firmato prima. Negli Stati Uniti toccò il numero 28 della Billboard 200 e riportò alla band la dovuta attenzione. Per chi li dava ormai per reperti del decennio passato, fu una smentita secca.
Intorno a loro, il 1980 ribolle. Nello stesso giro di mesi escono Back in Black degli AC/DC, Ace of Spades dei Motörhead, il debutto degli Iron Maiden, British Steel dei Judas Priest, Wheels of Steel dei Saxon, On Through the Night dei Def Leppard. A Donington si accende il primo Monsters of Rock, la New Wave of British Heavy Metal sfonda le linee. In mezzo a quel fuoco, i Black Sabbath piazzano la loro rinascita.
Mentre i Sabbath incidevano con Dio, Ozzy Osbourne preparava il suo esplosivo esordio solista. Anche Blizzard of Ozz, con un giovanissimo Randy Rhoads alla chitarra, portava la data del 1980. Due dischi nello stesso anno, due capitoli dello stesso divorzio. Una rottura rovinosa, invece di lasciare macerie, produsse capolavori. Un caso difficile da ritrovare, nella storia del rock duro.
Resta una scelta compiuta nell’ora più oscura, quando un solo passo falso avrebbe chiuso tutto. Iommi, Butler e Ward tennero il nome e cambiarono il resto. Quell’intesa immediata, trovata nelle prime ore insieme, fu il segno che avevano capito cosa c’era in gioco. Certe stagioni finiscono perché altre possano cominciare, e Heaven and Hell è la dimostrazione più limpida di questa legge non scritta.
Chi vuole ascoltare questa storia dalla voce di chi la cantò cerchi Rainbow in the Dark: The Autobiography, il memoir che Ronnie James Dio cominciò a scrivere prima della malattia e che Wendy Dio e Mick Wall hanno portato a termine dopo la sua scomparsa. È uscito per Permuted Press e Constable nel 2021, e in Italia per Tsunami Edizioni. Dalla Cortland dell’infanzia fino al Madison Square Garden del 1986, il libro attraversa gli Elf, i Rainbow e gli anni Sabbath con una franchezza rara. Lo dico senza giri di parole: è una delle autobiografie più belle e toccanti che abbia mai letto, di quelle che, nella vita, rileggerai più volte.

