Nel 1990 il cantante degli Iron Maiden incise un disco solista e ne approfittò per puntare il dito contro la Los Angeles del rock patinato.
Si chiamava Tattooed Millionaire e usciva per la EMI con Bruce Dickinson ancora dentro la band madre. Suonava molto più hard rock che metal. Dritto e sporco, con i riff al posto dell’epica. Era un disco nato quasi per caso. Gli avevano chiesto un pezzo per la colonna sonora di A Nightmare on Elm Street 5, lui scrisse “Bring Your Daughter… to the Slaughter”, e quel brano finì poi agli Iron Maiden, che ci centrarono l’unico numero uno della loro storia in classifica britannica. Il resto, buttato giù in due settimane a casa del chitarrista Janick Gers, diventò l’album. Lo produsse Chris Tsangarides, con un suono asciutto che lasciava respirare le chitarre. Il disco funzionò anche in classifica. Quattro singoli entrarono nella Top 40 britannica, compresa una cover di “All the Young Dudes” di David Bowie, resa celebre dai Mott the Hoople. A girare il video della title track fu Storm Thorgerson, l’uomo delle copertine dei Pink Floyd, che mise in scena un rocker tutto capelli lunghi e bandana lanciato in macchina su una pista. Un cantante metal inglese che prendeva in giro il glam americano con un pezzo da radio. Il personaggio Dickinson era già lì, intero.
Il bersaglio della title track era la scena hair metal del Sunset Strip, con i suoi ricchi rampolli tatuati e la vita da rotocalco. Dickinson non si tenne per niente. In un’intervista del 1990, chiamato a spiegare il senso del pezzo, bollò quell’ambiente come una cosa marcia fino al midollo, lontana dalla musica e fatta solo di apparenza. Quello che lo disgustava era la posa, con le limousine e le ragazze esibite come trofei e l’attitudine al posto delle canzoni. I Mötley Crüe se la legarono al dito, e dieci anni più tardi intitolarono un loro album New Tattoo, letto da molti come una risposta a quelle bordate.
Quella stroncatura era il punto di vista di Dickinson, non il nostro. Su queste pagine il glam degli anni Ottanta lo amiamo e ce ne cibiamo ogni giorno, con i suoi Mötley Crüe e i suoi Ratt, con i Poison e i Dokken. Quella scena ha lasciato dischi enormi, con riff di prima qualità e un’idea di spettacolo che ancora oggi riempie i palazzetti. Riconoscere il suo valore non leva niente al gusto di Dickinson per un rock più ruvido e diretto. Le due cose stanno benissimo insieme.
Con gli anni quella foga si è smussata. Tornando su quel periodo in un’intervista, Dickinson ha ricordato i tour spalla a spalla con i Mötley Crüe e li ha descritti come reduci a pezzi di una vita bruciata troppo in fretta. Stavolta, però, ha puntato lo stesso dito anche su di sé. Ha ammesso che pure gli Iron Maiden vivevano sotto pressione continua, con poco sonno e gli eccessi di chi sta sempre in tour, tra alcol e una vita sregolata, e ha confessato i rimpianti per le relazioni naufragate e per i figli visti crescere da lontano. La superiorità sprezzante del 1990 ha lasciato il posto a una resa dei conti più onesta. Non assolveva il glam. Riconosceva che quella giostra aveva travolto un po’ tutti, lui compreso.
Dietro la stoccata c’era un gusto preciso. Dickinson amava l’hard rock vero, quello degli anni Settanta, con i riff larghi e il groove. Veniva dai Samson, gruppo hard rock ben prima di Maiden, e quel gusto lo ribadiva perfino nei lati B dei suoi singoli, con dentro “Sin City” degli AC/DC, “Black Night” dei Deep Purple e “Riding With the Angels” di Russ Ballard. Un piccolo catalogo personale, con tutta la sua provenienza ben in vista. Per lui il glam losangelino stava all’estremo opposto, con la lacca al posto della sostanza.
Dickinson fece un disco hard rock per ricordare da che parte stava, e lo fece con il sorriso di chi sa di avere ragione almeno per sé. Chi vuole seguirlo in quegli anni controcorrente trova una buona guida nella biografia che Joe Shooman gli dedicò nel 2007, Bruce Dickinson: Flashing Metal with Iron Maiden and Flying Solo, attenta proprio agli anni solisti e a chi li costruì in studio.

