David Lee Roth e i Van Halen: la vera storia della rottura
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David Lee Roth, nel gennaio del 1985, confidò una paura che si portava dentro da anni. Raccontò di aver temuto, fin dai primi giorni nel gruppo undici anni prima, di svegliarsi una mattina in una stanza d’albergo fredda, con tutte le altre camere vuote e il telefono che dava perennemente occupato. Suonava come il presagio di una fine. A pronunciarlo era proprio l’uomo che quella fine la stava preparando. Eppure, in quelle settimane, ai quotidiani Roth ripeteva il contrario. I Van Halen non si stavano sciogliendo, diceva: i giornalisti potevano scriverlo nero su bianco. Le due frasi convivevano nello stesso mese in cui usciva Crazy from the Heat, un EP di quattro cover registrato mentre lui era ancora il cantante della band più redditizia d’America. Chi sapeva leggere i segnali aveva già capito tutto.
Quell’EP non era un passatempo qualsiasi. Crazy from the Heat sfornò una versione di California Girls dei Beach Boys che arrivò al terzo posto della classifica americana, trainata da un video pieno di ragazze in costume che passava di continuo su MTV. Il disco superò il milione di copie e ottenne il platino, un risultato quasi inaudito per un semplice EP. Di colpo il cantante dei Van Halen sembrava capace di camminare da solo, con una frazione dello sforzo. Dentro il gruppo, qualcuno cominciò a fare i conti.
Bisogna ricordare da quale altezza stava precipitando tutto. I Van Halen avevano appena chiuso l’anno migliore della loro carriera. L’album 1984 era salito fino al secondo posto negli Stati Uniti, fermato soltanto da Thriller di Michael Jackson, mentre Jump era diventato il loro unico singolo al numero uno. Dal vivo riempivano i palazzetti con uno show che richiedeva sette bilici solo per palco e luci. L’impianto contava oltre duemila fari, quando le grandi band dell’epoca raramente arrivavano a mille. A fine concerto un logo gigante fatto di fari d’aereo calava alle spalle del gruppo. Erano, in quel preciso momento, il gruppo rock americano più grande in circolazione. Fu lì, sul punto più alto, che la struttura cominciò a cedere.
Il logoramento veniva dalla strada. Il tour del 1984 era stato una macchina da oltre cento concerti, da gennaio a settembre. In quei mesi i rapporti tra Roth ed Eddie Van Halen si erano fatti sempre più tesi, fino al punto in cui i due comunicavano a malapena se non attraverso il manager. Sul palco si contendevano perfino il tempo. Gli assoli di Eddie arrivavano a una ventina di minuti e Roth protestava che stavano diventando troppo lunghi; Eddie gli rinfacciava i monologhi, sempre più estesi. Il bassista Michael Anthony ha ammesso che in parecchie sere salire sul palco non gli dava alcuna gioia. La frattura più profonda riguardava la direzione musicale. Eddie spingeva verso un suono più ricco di tastiere, una scelta resa esplicita proprio da Jump, il singolo che si apriva con un riff di sintetizzatore al posto della chitarra. Per Roth quel synth era il sintomo di una deriva. Quando anni dopo elencò le ragioni della rottura, gli riservò un posto preciso. In pubblico, però, continuava a minimizzare. A febbraio del 1985 buttava ancora la cosa sul ridere, dicendo che presto sarebbero tornati in studio a litigare come sempre e che non vedevano l’ora. Era il tono di chi vuole tenere aperte tutte le porte, comprese quelle che sta già chiudendo a chiave.
Il primo pezzo del puzzle a saltare non fu un musicista. Fu Noel Monk, il manager che seguiva la band dal 1978 e che in sette anni l’aveva tirata fuori da un contratto rovinoso con la casa discografica, raddoppiandone i guadagni. I fratelli Van Halen lo licenziarono all’improvviso nei primi mesi del 1985. Il motivo, emerso più tardi, era un nuovo accordo che Monk aveva preteso e che lo avrebbe pagato più di qualsiasi singolo membro del gruppo. Chi gli subentrò avrebbe poi raccontato una versione leggermente diversa: Monk se ne sarebbe andato perché aveva rifiutato le condizioni offerte. In ogni caso il risultato fu lo stesso. La band si ritrovò per la prima volta senza un mediatore. Roth, che alla cacciata di Monk si era opposto, perse l’unico capace di fare da cuscinetto tra le sue due metà.
Mentre il gruppo perdeva la sua guida, Roth guardava già altrove. Quello che aveva in mente era il cinema. Nel corso del 1985 si ritrovò in mano un accordo con la CBS per un film da dieci milioni di dollari: a lui e al suo socio sarebbero andati tre milioni e mezzo, più almeno il dieci per cento degli incassi. La scommessa aveva una logica precisa. Poco prima, un film costruito attorno a una rockstar, Purple Rain di Prince, aveva trasformato un budget di sette milioni di dollari in settanta al botteghino. Hollywood era a caccia del colpo successivo. Diamond Dave sembrava il candidato ideale. Il film, intitolato come l’EP, raccontava di un cantante rock di nome Dave costretto a fuggire su una misteriosa isola tropicale insieme al suo manager, tra inseguimenti grotteschi e ragazze in bikini. Roth aveva scritto novanta pagine di sceneggiatura e lo avrebbe co-diretto con Pete Angelus, lo stesso uomo che disegnava le sue luci e i suoi video. Storyboard pronti, costumi pronti, cast al completo.
La domanda che ruppe tutto fu semplice. Roth chiese a Eddie di scrivere la colonna sonora del film. Eddie disse no. Il chitarrista avrebbe ricostruito quel momento un anno dopo, in un’intervista: a quel rifiuto la conversazione si fermò di colpo, Roth dichiarò che non se la sentiva più di lavorare con loro, che voleva fare il suo film e che forse, una volta finito, si sarebbero ritrovati. Poi un abbraccio, qualche lacrima e i due si separarono. Nessuna lite plateale. Solo due uomini che si rendevano conto, nello stesso istante, che la strada comune era esaurita.
La data ufficiale dell’addio è oggetto di un equivoco mai del tutto chiarito. Per decenni si è raccontato che Roth avesse lasciato la band il primo aprile, il giorno dei pesci, quasi a marchiare la rottura con il suo umorismo. La realtà è meno cinematografica. Non accadde il primo aprile, nemmeno in aprile. Monk era già stato allontanato verso la fine di febbraio e, senza di lui, la primavera del 1985 trovò il gruppo senza nessuno al timone, mentre le cose si sfaldavano settimana dopo settimana. La separazione formale, secondo la ricostruzione dello stesso Monk, arrivò soltanto nell’agosto del 1985. In quei giorni Eddie lo disse senza giri di parole: la band, così come il pubblico la conosceva, non esisteva più.
Sul perché di quella fine, i due protagonisti non hanno mai trovato un accordo nemmeno a distanza di anni. Nella sua autobiografia del 1997, intitolata anch’essa Crazy from the Heat, un Roth ancora pieno di rancore liquidò la musica dei Van Halen del periodo immediatamente precedente al suo addio con un solo aggettivo: cupa. Eddie, dal canto suo, ha sempre descritto la rottura come qualcosa di inevitabile, l’esito di anni di conflitti mai risolti. Due racconti opposti che, curiosamente, convergono sulla stessa conclusione: non c’era un altro finale possibile.
C’è un dettaglio che ha sempre fatto sembrare quella rottura più di un semplice divorzio artistico: quando Roth se ne andò, si portò dietro circa sessanta persone dello staff dei Van Halen, compreso il responsabile della sicurezza. Detta così, sembra che tutti avessero abbandonato la band per seguire il cantante. La verità è più semplice. Buona parte di quel personale era stata lasciata a casa tra maggio e luglio del 1985, nello smantellamento seguito all’uscita di Monk e in attesa di un nuovo assetto. Senza un frontman e senza tour, per quelle maestranze semplicemente non c’era lavoro. Roth, che invece un lavoro ce l’aveva, il film, le mise sotto contratto. Molti di loro sarebbero tornati nell’orbita Van Halen entro pochi anni. A guidare il gruppo ci avrebbe poi pensato Ed Leffler, il manager di Sammy Hagar.
Pete Angelus, che conosceva il gruppo dall’interno come storico responsabile dello show e delle luci, ha sempre sostenuto che Roth non avesse affatto dato le dimissioni. Secondo il suo racconto l’idea iniziale era una semplice pausa di un anno, concordata al telefono da tutti e quattro, Roth e i tre membri restanti compresi. Ognuno avrebbe coltivato i propri progetti per quei mesi: Roth voleva il suo film. Poi, una settimana o due dopo quella telefonata, Angelus lesse su una rivista che Diamond Dave aveva mollato la band. Era la versione che, dal giro del gruppo, aveva preso piede.
Il film, intanto, morì prima di nascere. Nel novembre del 1985 la CBS chiuse la propria divisione cinematografica per tagliare i costi e il progetto di Roth sparì insieme agli altri titoli in lavorazione. Storyboard e costumi finirono in un cassetto. Nel febbraio del 1986 Roth fece causa alla CBS chiedendo venticinque milioni di dollari, ottenne una liquidazione e si tenne i soldi. Della pellicola che doveva trasformarlo in una star del cinema, alla fine, restò soltanto una sceneggiatura che oggi circola online tra i collezionisti. Anche la frattura con i Van Halen era passata da lì, da un film che nessuno avrebbe mai visto.
Roth non restò a contemplare il disastro. Alla fine del 1985 aveva già radunato una formazione che era una dichiarazione di guerra. Alla chitarra mise Steve Vai, appena uscito dagli Alcatrazz dove aveva raccolto l’eredità di Yngwie Malmsteen. Al basso chiamò Billy Sheehan, fuoriclasse strappato ai Talas. Dietro i tamburi sedette Gregg Bissonette, batterista dal fraseggio elastico e dal tiro impressionante, capace di fondere groove e funambolismi senza mai irrigidirsi. Per il tour si aggiunse alle tastiere Brett Tuggle. Esiste perfino una versione integrale dell’album cantata in spagnolo, Sonrisa Salvaje, oggi quasi dimenticata. La stessa squadra avrebbe poi registrato Skyscraper, prima che Sheehan se ne andasse per fondare i Mr. Big, sostituito da Matt Bissonette. Poco dopo Vai prese la strada dei Whitesnake.
Eat ‘Em and Smile, pubblicato nel 1986, è il documento di quella rivincita. Si apre con Yankee Rose, dove la chitarra di Vai dialoga a parole con la voce di Roth prima di lanciarsi in un riff funky e tagliente. Il disco alterna rock da sfida a cover da intrattenitore di Las Vegas come Just a Gigolo e That’s Life. Dura poco più di mezz’ora e sembra costruito apposta per dire una cosa sola: il talento, nella band che mi sono lasciato alle spalle, non è mai stato il problema. I video di Yankee Rose e Goin’ Crazy! fecero il resto, riportando Diamond Dave su MTV a ritmo serrato.
I Van Halen non persero tempo. Sammy Hagar, che proprio Leffler seguiva da anni, prese in fretta il posto di Roth. Nel 1986 5150 regalò alla band il primo album al numero uno della sua carriera, senza saltare un colpo sul piano commerciale. Sul piano dell’identità, però, qualcosa si era spezzato per sempre. Da una parte i puristi dell’era Roth, dall’altra chi accettava il nuovo corso come una prosecuzione legittima. Una frattura che, decenni dopo, non si è mai davvero rimarginata.
Guardando indietro, quello che colpisce è la sproporzione. Un colosso del rock andò in pezzi per un EP di cover, un film mai girato e un sintetizzatore su una canzone di successo. Non ci fu un episodio singolo a far saltare tutto. A pesare fu la somma di tanti contrasti tra due modi opposti di intendere la band, convissuti per dieci anni e poi diventati inconciliabili. Tolto Roth, la tensione che teneva insieme quel gruppo non sparì, si spostò soltanto altrove. Roth, senza i Van Halen, ebbe momenti brillanti. Quella scintilla che nasceva dallo scontro con Eddie, però, da solista non la ritrovò più. Per oltre vent’anni le due storie corsero separate, riconoscibili al primo ascolto e incapaci di somigliarsi. Poi, nel 2007, Roth tornò al microfono per un lungo tour di reunion e nel 2012 incise con i Van Halen A Different Kind of Truth. Quel capitolo si chiuse definitivamente il 6 ottobre 2020, con la morte di Eddie.
Per chi vuole vedere come funzionava quel meccanismo dall’interno, prima che tutto saltasse, il libro giusto è Runnin’ with the Devil, le memorie di Noel Monk uscite nel 2017. È l’unica testimonianza firmata da qualcuno che era davvero nella stanza, con tutta la ruvidezza e l’amarezza di chi quel mondo l’ha vissuto da protagonista e poi se n’è visto cacciare.
Fonti: American Songwriter, Classic Rock / Louder, Far Out, Forbes, Guitar World, Rolling Stone, UPI, Ultimate Classic Rock, VHND, Wikipedia.