Bonham non voleva fermarsi. Page nemmeno. Il riff di Kashmir si era agganciato sotto le loro mani in una stanza gelida dell’Hampshire, batteria e chitarra incastrate l’una nell’altra, con una progressione che sembrava arrivare da un punto imprecisato tra il blues del Mississippi e qualcosa di molto più antico. Page lo avrebbe ricordato come un ingranaggio che scattava da solo: il riff si chiudeva su se stesso e non li lasciava più andare. Erano in due, il chitarrista e il batterista, dentro una casa che non era uno studio di registrazione e non lo sarebbe mai diventata.
Headley Grange era poco più di un guscio. Una grande dimora vittoriana dell’East Hampshire, in disuso, affittata a chiunque ne facesse richiesta. Chi voleva registrarci doveva portarsi tutto: amplificatori, nastri, tecnici, perfino la corrente per far girare le macchine. I Led Zeppelin la conoscevano a memoria. Tra quelle mura avevano inciso buona parte del quarto album, quello senza titolo, e ci tornarono per il successore di Houses of the Holy contando sulla stessa formula: nessuna comodità, nessuna distrazione, solo la band e il tempo a disposizione.
Per le nuove sessioni si affidarono al mobile studio di Ronnie Lane, un camion attrezzato parcheggiato sulla ghiaia all’esterno. L’ingegnere Ron Nevison lo guidò fin lì e lo descrisse come uno strumento di prima qualità, con una console Helios a sedici tracce, la stessa che gli Stones tenevano nel loro furgone. I cavi correvano dal mezzo all’interno passando per porte e finestre. La musica finiva sul nastro. Il freddo restava dentro la casa. Il road manager Richard Cole sistemò Plant, Bonham e Jones in un albergo lì vicino. Page no. Il chitarrista preferì restare in quella villa scomoda, dove si trovava perfettamente a suo agio.
Il lavoro vero partì nell’autunno del 1973. Page e Bonham gettarono le fondamenta di quello che sarebbe diventato il pezzo più riconoscibile dell’intero repertorio. Un’architettura ritmica ipnotica costruita su un’accordatura alterata, con la batteria che teneva un quattro quarti pesante e immobile mentre la figura di chitarra girava su un respiro diverso, generando quella tensione metrica che non si scioglie mai. Bonham suonava per sottrazione, reggeva la struttura invece di affollarla, e proprio quel passo trattenuto faceva levitare il brano. In quei giorni Kashmir era solo uno strumentale senza parole, con un titolo ancora provvisorio. Le voci e gli archi sarebbero arrivati più avanti.
Poi tutto si fermò. La stampa riferì che John Paul Jones era malato. La verità era più scomoda. Il bassista e tastierista aveva confidato a Peter Grant di essere logorato dalla vita on the road, da un calendario che non concedeva tregua, al punto di valutare l’addio alla band per andare a dirigere il coro della cattedrale di Winchester. Lo avrebbe raccontato senza giri di parole: ne aveva abbastanza dei tour, era andato dal manager a mettere sul tavolo un ultimatum, o certe cose cambiavano o lui mollava. Di solito inflessibile, stavolta Grant scelse la trattativa. Promise all’uomo di famiglia che era Jones di non spedire più la band in tournée durante le vacanze scolastiche inglesi. Qualche settimana di stacco e il bassista rientrò.
Lo studio intanto era rimasto lì, con l’attrezzatura già piazzata e nessuno a suonarci. Grant offrì quel tempo morto a una band appena nata sotto la sua ala, i Bad Company, che lo sfruttò per incidere il proprio debutto. Paul Rodgers avrebbe descritto la fame di studio del gruppo, che scalpitava per entrare in sala: il mobile dei Led Zeppelin era pronto a Headley Grange, con la band in ritardo di due settimane, e Grant lasciò intendere che, se erano svelti, qualche pezzo potevano buttarlo giù. Si fiondarono dentro e ne uscirono con l’album intero. Da quelle stesse sedici tracce, nello stesso freddo, nacque Can’t Get Enough.
I quattro si ritrovarono a Headley Grange in gennaio. Stavolta il lavoro filò liscio. Otto pezzi nuovi presero forma in poche settimane, i più ruvidi e graffianti che la band avesse messo insieme, a detta dello stesso Plant. Custard Pie apre il disco col fango di un blues elettrico tiratissimo. The Wanton Song spinge su un riff a martello. Trampled Under Foot Jones la costruì sul clavinet, ammettendo apertamente il debito verso Superstition di Stevie Wonder, con un groove funky che in America passò di continuo alle radio. In My Time of Dying si allungò oltre gli undici minuti, il pezzo più lungo mai inciso in studio dalla band, con lo slide di Page e Bonham a spingere come una locomotiva fino al punto in cui la take si sfalda tra colpi di tosse e voci in sala lasciate sul nastro.
Tra quei brani ne maturò uno che veniva da più lontano. Era partito come una demo strumentale registrata da Page nel suo studio di casa a Plumpton Place, un maniero elisabettiano del Sussex orientale che il chitarrista possedeva dal 1972. Sul nastro c’erano solo chitarre, uno strato sopra l’altro, senza batteria e senza voce, con Page che trattava le sei corde come una sezione orchestrale. Pubblicando quel provino molti anni più tardi, ha raccontato di averlo portato alla band a Headley Grange perché prendesse vita per davvero. Plant ci scrisse sopra dei testi fuori dal comune, fino a farne Ten Years Gone.
Plant trovò in quelle stratificazioni una storia tutta sua, che avrebbe raccontato in seguito in un’intervista. Risaliva al tempo in cui si spaccava la schiena per emergere, prima dei Led Zeppelin. Una donna a cui teneva moltissimo lo mise davanti a un bivio netto: lei oppure i suoi fan. Fan che allora non aveva ancora. Le rispose che non poteva fermarsi, che doveva andare avanti, e andò avanti, verso un pubblico che non esisteva. Una decina d’anni dopo, quella scelta era diventata il cuore del brano, uno dei pochi del rock anni Settanta che guarda la perdita in faccia senza cercare consolazione. La voce arrivò su una chitarra registrata in una stanza di campagna.
Gli otto pezzi riempivano quasi tre facciate. Troppa roba per un album singolo, poca per un doppio. Page, che da anni catalogava take rimaste inutilizzate, pescò nel suo archivio: registrazioni scartate da Led Zeppelin III, dal quarto album, da Houses of the Holy. Il doppio prese forma da quel surplus. Page rifinì gli ultimi missaggi agli Olympic Studios di Londra nell’estate del 1974. Physical Graffiti uscì il 24 febbraio 1975, quindici tracce, primo disco della band sulla loro etichetta, la Swan Song. La copertina mostrava due palazzi di St. Mark’s Place a New York, con le finestre fustellate da cui si affacciavano altre immagini. La trovata grafica valse alla band una candidatura ai Grammy nella categoria Best Recording Package, persa contro l’artwork di Honey degli Ohio Players.
La critica applaudì fin dal primo ascolto. Un recensore inglese lo definì il disco più tosto che avesse sentito in tutto l’anno. Un altro, dall’altra parte dell’Atlantico, consacrò i Led Zeppelin come la band più pesante mai esistita, in una frase che sarebbe stata ripetuta per decenni. Il pubblico aveva già risposto in anticipo: Physical Graffiti volò in cima alle classifiche americane partendo dai soli ordini di prenotazione, il primo album a raggiungere il disco di platino prima ancora di arrivare nei negozi. Le quindici tracce attraversavano blues duro, funk, folk acustico e la costruzione monumentale di Kashmir. Nessuno scambiò quell’ampiezza per dispersione: il gruppo si muoveva in ogni direzione senza perdere il centro di gravità.
Il caos di Headley Grange non era un incidente di percorso. Era il metodo. Sessioni che si interrompevano e ripartivano, musicisti che sparivano nelle stanze per ore e tornavano con un riff oppure con niente, le notti scandite dal ronzio del generatore. Da quel disordine uscì il disco più ambizioso della loro carriera. Headley Grange oggi è una residenza privata. Nessun museo, nessuna targa, nessuna visita guidata. Chi ci passa davanti vede una villa vittoriana uguale a tante altre dell’Hampshire. Chi conosce la storia sa che in una di quelle stanze, probabilmente fredda e con l’acustica sbagliata, una chitarra venne suonata abbastanza forte da far tremare il pavimento, mentre un camion là fuori registrava tutto su sedici tracce.
Per ricostruire la geografia di quelle settimane, con le date, gli spostamenti e il funzionamento reale di quella macchina creativa, resta utile Hammer of the Gods di Stephen Davis, uscito nel 1985: discusso per i toni, solido nella documentazione, prezioso per capire quanto poco quel caos fosse casuale. Almeno per il tempo necessario a riempire quindici tracce, ha funzionato.

