Cemetery Gates dei Pantera: la ballata che sopravvisse a Dimebag

C’era a Pantego, in Texas, uno studio di famiglia: tra quelle pareti Jerry Abbott incideva dischi di country, e lì i suoi due figli erano cresciuti a guardare le dita di altri trovare la corda giusta. Nella primavera del 1990 quella stanza insonorizzata accolse i Pantera mentre registravano il disco che li avrebbe strappati all’anonimato. Sui nastri collegati al banco di regia erano già impressi quattro pezzi duri come pugni chiusi. Il quinto, «Cemetery Gates», veniva da tutt’altra parte, e pretese silenzio.

Pochi anni prima nessuno avrebbe scommesso un centesimo su un progetto simile. Darrell rispondeva ancora al nome di Diamond Darrell, e i tre dischi già incisi raccontavano un glam metal che la band, di lì a poco, si sarebbe lasciata alle spalle. L’ingresso di Phil Anselmo, nel 1987, fece cadere la vecchia pelle; il contratto con la Atco diede infine un nome a ciò che erano diventati e la produzione passò a Terry Date, affiancato dal gruppo. Di quei giorni il chitarrista avrebbe ricordato soprattutto una cosa: la svolta enorme, la sensazione di aver capito, dopo tanto tempo, chi fossero davvero.

Fu dentro quella sicurezza ritrovata che nacquero le note più inattese del disco. Rex Brown prese l’acustica e suonò l’introduzione, ultima parte a essere scritta; su quella base entrò Darrell, in cerca di una linea tenera, quasi una voce, lontana dai riff che erano il suo marchio. Tempo dopo avrebbe ammesso di aver guardato a Ty Tabor dei King’s X, a quel modo di portare il metallo verso la dolcezza.

A quella linea Anselmo incise le sue parole. Dietro ogni verso c’erano volti che non sarebbero tornati: amici perduti, qualcuno che si era tolto la vita, un altro andato via a New Orleans, una crepa che aveva attraversato l’intera cerchia. Il cantante li tenne a un passo di distanza, perché sapeva quanto fosse breve il tratto che separa il dolore vero dalla sua caricatura. Evitò la confessione e compose il racconto di chi resta, immaginando un luogo, oltre la morte, in cui ritrovare la persona amata. Quando entrò a cantarlo, lasciò che fosse la voce a dire ciò che le parole trattenevano.

A esporsi non fu solo Anselmo. Per uno dei gruppi più pesanti del momento, una ballata era un azzardo, e i Pantera lo affrontarono mentre trovavano per la prima volta la propria identità. La firma del pezzo restò collettiva, com’era loro abitudine, anche se la melodia era nata dalle mani di Darrell. Alla batteria, Vinnie Paul giocò di sottrazione, lasciando da parte i colpi implacabili per qualcosa di più fragile. Proprio quella distanza, tra la loro forza d’urto e la delicatezza del brano, lo rese vero. Sul finale il canto e la chitarra si rincorsero come due che si intendono al volo.

Persino il nome veniva da lontano. Anselmo, considerato tra le voci più cattive della scena, portava dentro di sé gli Smiths, e da quel mondo aveva preso in prestito due parole. «Cemetry Gates», con la «e» tolta apposta, era uscita nel 1986 su The Queen Is Dead. Nasceva dalle passeggiate di Morrissey nei cimiteri di Manchester, e covava una beffa sul plagio. Bersagliato dall’accusa di rubare versi ad altri scrittori, l’inglese la rovesciò in canzone: tra le tombe convocava Keats, Yeats e Wilde, e intanto pescava qua e là frasi non sue. Quelle stesse parole Anselmo le trascinò in un territorio di carne, dove il cancello del cimitero perdeva l’aria letteraria e tornava a essere la soglia oltre cui qualcuno era scomparso. L’omaggio non fu mai nascosto: quel titolo, da solo, diceva quanto ascoltasse fuori dal metal.

Con quel nome il brano lasciò lo studio e prese a camminare da solo. Una resa dal vivo, finita su Official Live: 101 Proof, nel 1998 arrivò a sfiorare un Grammy nella categoria metal; quando i Pantera radunarono i propri momenti più intensi in un’antologia, lo stesso disco che in America si intitolò The Best of Pantera: Far Beyond the Great Southern Cowboys’ Vulgar Hits! e in Europa Reinventing Hell, «Cemetery Gates» vi trovò il suo posto senza bisogno di difenderlo. Quell’assolo entrò stabilmente nella storia dei più grandi mai incisi, secondo, nell’opera di Darrell, soltanto a quello di «Floods», e molti considerarono il brano come la vetta del repertorio dei Pantera, una delle ballate epiche più memorabili che il metal avesse prodotto.

Certe canzoni entrano nell’anima in chi le ascolta e restano lì, in una zona che nessuno sapeva di avere; «Cemetery Gates» fu tra quelle. Per i Pantera, nati sulla potenza fisica del groove, uno dei vertici fu un pezzo che chiedeva di abbassare le luci e pensare a chi non c’è più, e quella melodia, inseguita da Darrell come si insegue una voce, finì per sopravvivere al suo stesso autore. L’8 dicembre del 2004 fu ucciso a colpi di pistola sul palco, nel mezzo di un concerto, e quella linea, nata per accompagnare un lutto, continuò a suonare anche per lui. Chi voglia incontrare l’uomo dietro la chitarra, oltre la leggenda gli costruì intorno, può aprire Black Tooth Grin di Zac Crain: il libro segue la sua corsa texana, dai primi premi vinti da ragazzino fino all’ultima sera, e riporta ogni cosa alla forma concreta da cui questa canzone era davvero venuta al mondo.

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