La puntina scese sul vinile e dalle casse partì una ballata di pianoforte che Steven Tyler giudicò splendida. Propose alla band di inciderne una cover, poi chiese di chi fosse l’originale. Si trovava a casa di Mark Parenteau, disc jockey di Boston, in una sera del 1984, con lo stereo che macinava vecchi dischi degli Aerosmith. Quella voce era la sua. Il brano si intitolava You See Me Crying, lo aveva firmato lui nel 1975 insieme a Don Solomon per Toys in the Attic. Toccò a Joe Perry riportarlo alla realtà, spiegandogli che la canzone era loro e che mentre la registravano lui stava cantando in sala, davanti al microfono.
Anni di alcol, eroina e cocaina gli avevano cancellato interi capitoli del repertorio. Un cantante che non riconosce un proprio pezzo resta la fotografia più spietata di dove fosse finita, all’inizio degli anni Ottanta, una delle più grandi rock and roll band d’America.
A metà del decennio precedente gli Aerosmith dettavano legge. Toys in the Attic nel 1975 insieme a Rocks uscito l’anno dopo li avevano portati in cima, con Tyler e Perry a firmare i brani e una stampa pronta a battezzare i due Toxic Twins, gemelli tossici, tanto per gli spericolati appetiti chimici quanto per la scintilla creativa. La caduta cominciò da lì, dallo stesso fuoco che li aveva resi enormi.
Il punto di rottura porta la data del 28 luglio 1979. A Cleveland, durante il World Series of Rock, una lite furibonda dietro le quinte chiuse i conti tra Tyler e Perry. Il chitarrista aveva tenuto la sua ultima seduta in studio per il disco il 30 maggio, con l’album ancora incompiuto. Lo strappo definitivo arrivò due mesi dopo, sul palco. Per Tyler non fu una semplice defezione. Vide nell’addio di Perry il tradimento di un legame creativo e la fine della combustione tra due caratteri che tenevano in piedi il suono della band. Quando un sodalizio si fonda sull’attrito quanto sull’intesa, la frattura non è mai pulita.
Due anni più tardi, nel 1981, anche Brad Whitford mollò la presa. Andò a incidere un album con Derek St. Holmes, ex cantante della band di Ted Nugent, prima di entrare per un periodo nel Joe Perry Project. Gli Aerosmith restavano senza la coppia di chitarre che ne aveva definito il marchio, quel tiro ruvido che arrivava diretto in faccia.
Quel che restava continuò a esistere, con un’andatura claudicante. Tra il 1980 e il 1985 uscì un solo disco nuovo, Rock in a Hard Place, pubblicato nell’agosto del 1982 e capace di arrivare alla posizione numero 32. Lo incisero Jimmy Crespo e Rick Dufay al posto degli storici, anche se su Lightning Strikes la chitarra ritmica resta quella di Whitford. Un disco discontinuo che diversi appassionati considerano comunque la cosa migliore prodotta negli anni della separazione.
Dal vivo andava anche peggio. In quegli anni di nebbia gli show erano un terno al lotto, con scalette che saltavano e una sera in cui suonarono due volte lo stesso brano, senza accorgersi di averlo già fatto. La voce di Tyler ne usciva malconcia, mentre la Blue Army che li seguiva dai tempi dei club cominciava a guardare altrove. Il gruppo a stento esisteva come tale. In quel periodo, con il cantante a tratti fuori uso, Kramer e Hamilton arrivarono a mettere su con Crespo un altro progetto, i Renegade, accantonato quando Tyler riprese in mano gli Aerosmith.
Il talento non era da definirsi evaporato ma diviso tra strade che non si parlavano più. Perry mandava avanti il Joe Perry Project, con i primi due dischi che reggono ancora oggi. Whitford incideva per conto proprio. Ognuno teneva in vita un pezzo di quel suono, lontano dagli altri.
Sotto la superficie, però, qualcosa aveva ripreso a muoversi. Verso la fine del 1983 i membri originali ricominciarono a sentirsi. Perry si era liberato dell’eroina, con Tyler che provava a rimettere insieme i propri cocci. Niente colpo di scena, niente telefonata risolutiva da copione. Un disgelo lento, fatto di silenzi che si accorciavano e di rancori che perdevano intensità.
La svolta arrivò il giorno di San Valentino del 1984, dietro le quinte di un concerto in casa. Quella sera, all’Orpheum di Boston, Perry si presentò allo show degli Aerosmith con la compagna Billie e con Whitford. Quando Tyler scese dal palco se li trovò davanti. Due chitarristi di nuovo nello spazio fisico della band da cui si erano allontanati. Non c’era ancora un piano, non c’era un contratto. C’erano tre uomini in una stanza, gli stessi che anni prima avevano costruito qualcosa e poi lo avevano lasciato bruciare. Poco dopo il gruppo si riunì a casa di Tom Hamilton, dove Perry pose una condizione sola: rientrare a patto di cambiare assolutamente management.
Prima di ripartire toccava tornare ad imparare il mestiere. Gli Aerosmith si chiusero al Glen Ellen Country Club di Millis, in Massachusetts. Le prime prove furono dure. Faticavano a ricordare come si suonavano certi loro pezzi. Per Whitford suonare di nuovo con Perry non era una novità, eppure ritrovarsi accanto a Tyler aveva qualcosa di straniante, dopo tutto il tempo passato a darsi le spalle. Erano uomini sulla trentina che dovevano scoprire se la chimica di un tempo reggeva ancora.
Nel giugno del 1984 partì il Back in the Saddle Tour, con la formazione originale di nuovo al completo. La prima data cadde il 22 giugno a Concord, nel New Hampshire. La scaletta teneva insieme gli inni di sempre con qualche traccia più nascosta, da Three Mile Smile a Get the Lead Out. Gli incassi raccontavano un pubblico che non aveva mai dimenticato il gruppo, con cifre stimate nell’ordine dei milioni di dollari. La riconciliazione personale era cosa fatta, il ritorno dal vivo anche, eppure i demoni non erano stati messi a tacere. A Springfield, in Illinois, un Tyler fuori controllo finì tra il pubblico, con la serata interrotta e una rissa sul palco a chiudere il quadro.
Da quelle serate uscì più tardi un documento dal vivo. Sei delle otto tracce di Classics Live II vennero registrate all’Orpheum di Boston la notte di Capodanno, il 31 dicembre 1984, nelle ultime settimane del tour. Lo pubblicò la Columbia nel 1987, a reunion ormai avviata, con la band che recuperava il proprio catalogo storico nota per nota.
Il ritorno discografico vero arrivò l’anno dopo. Sotto contratto con la Geffen, gli Aerosmith pubblicarono nel novembre del 1985 Done with Mirrors, primo album in studio della formazione riunita. Il titolo giocava sui trucchi di magia e sulla cocaina. Lo produsse Ted Templeman, che puntò su un boogie sporco e diretto, più vicino alle origini che alle ballate. In apertura Let the Music Do the Talking riprendeva un brano del Joe Perry Project, riscritto nel testo da Tyler, con la slide di Perry e la batteria di Joey Kramer a spingere come ai vecchi tempi. La critica lo accolse con favore, il singolo di richiamo non arrivò, il pubblico di massa nemmeno. Il disco d’oro lo raggiunse soltanto otto anni più tardi, dopo vendite iniziali ferme intorno alle quattrocentomila copie. I problemi con la droga non erano alle spalle ma la band tornò a riempire i palazzetti, restando in tour a sostegno del disco fino al 1986 inoltrato.
La reunion del 1984 non fu un trionfo immediato. Cinque uomini che avevano ogni ragione per restare separati scelsero di ritrovarsi nella stessa stanza. Tra Tyler e Perry la riconciliazione fu lunga quanto il rancore che l’aveva preceduta. Da quella ripartenza accidentata nacquero le fondamenta del comeback più clamoroso del rock americano anni Ottanta. Quando nel 1986 i Run-DMC rifecero Walk This Way con Tyler e Perry nel video, il pezzo esplose su MTV e presentò gli Aerosmith a una generazione che non li aveva mai ascoltati. Da lì sarebbero arrivati la sobrietà e i dischi multiplatino di fine decennio.
Per chi desideri ripercorrere questa parabola, direttamente dalla voce dei protagonisti, c’è Walk This Way: The Autobiography of Aerosmith, scritta con Stephen Davis e uscita nel 1997, dove tutti e cinque i membri raccontano senza filtri gli anni della rottura con quelli della rinascita. Lì la storia si racconta senza sconti. Seppellirono l’ascia di guerra senza che nulla fosse davvero risolto. Avevano capito una cosa sola: da soli sarebbero rimasti estranei alle proprie canzoni, come Tyler quella sera dallo stereo di un disc jockey, pronto a fare la cover di un brano che aveva scritto lui.

