Keith Moon arrivò allo Speakeasy completamente nudo, sdraiato sul cofano dell’auto che il suo autista guidava per le strade di Londra. Entrò di corsa nel locale, raggiunse il tavolo dove John Lennon e Yoko Ono stavano cenando e infilò il pene nel piatto del Beatle, salutandolo come se niente fosse. A raccontarlo, anni dopo, era Lemmy Kilmister, che di quel club parlava come del migliore che si potesse frequentare. In quello stesso ambiente, tra i tavoli e il fragore, si muoveva anche un bassista irlandese di nome Phil Lynott.
Lo Speakeasy occupava lo scantinato del numero 48 di Margaret Street, nel West End di Londra a due passi da Oxford Circus e prendeva il nome dai locali clandestini dell’America proibizionista. Apriva tardi e chiudeva all’alba. Ai tavoli sedevano spesso i dirigenti delle case discografiche e delle agenzie di musica dal vivo, mentre sul palco le band suonavano per pochi spiccioli nella speranza di farsi notare. Accanto al guardaroba, una lavagna teneva il conto di chi aveva pagato con assegni scoperti.
Il proprietario era l’imprenditore di origine irachena David Shamoon. Tra chi lo gestì negli anni passò Laurie O’Leary, che era amico di lunga data dei gemelli Kray e quel filo con la mala lasciava già intuire che tipo di posto fosse. La fama del locale finì perfino nei dischi, con un verso che gli Who gli dedicarono in The Who Sell Out del 1967. Jimi Hendrix ne aveva fatto il suo rifugio.
Lo Speakeasy non era, però, solo bevute e risate, sapeva diventare anche violento. Nel novembre del 1976 il chitarrista dei Thin Lizzy Brian Robertson si ferì gravemente a una mano in una rissa furibonda, mentre difendeva il cantante Frankie Miller. Quel taglio costò alla band un intero tour americano.
Da quelle stesse mura, però, uscivano anche carriere e canzoni. Lì, il 10 luglio 1969, la formazione Mark II dei Deep Purple fece il suo debutto dal vivo, con Ian Gillan alla voce e Ritchie Blackmore alla chitarra. Era il nucleo che di lì a tre anni avrebbe firmato Machine Head. Gillan ricordò quella prima sera su quelle assi come il momento in cui tutto ciò che aveva fatto trovava il suo culmine. Una festa che i Beatles organizzarono per i Monkees ispirò invece a Micky Dolenz il brano “Randy Scouse Git”.
In mezzo a quel viavai incontrollabile, Lemmy e Phil Lynott erano due tra i volti che tornavano più spesso. A guardarli, sembravano arrivare da due mondi lontani. Lynott guidava i Thin Lizzy, una band irlandese che cercava ancora la sua strada. Lemmy suonava negli Hawkwind, gli inglesi dello space rock di “Silver Machine”. A unirli c’era qualcosa di preciso: erano entrambi cantanti e bassisti, due frontman che imbracciavano lo strumento invece di limitarsi al solo microfono, in un’epoca in cui quel doppio ruolo restava una rarità. Tutti e due, in quegli anni, dormivano poco e suonavano molto, con la stessa fame addosso.
Kilmister frequentava la scena rock londinese da più tempo di quanto il suo volto lasciasse intuire. Prima c’erano stati i Rockin’ Vickers, poi nel 1967 il lavoro da roadie per Jimi Hendrix, infine i Sam Gopal. L’ingresso negli Hawkwind, nel 1971, gli diede finalmente un palco stabile. Il basso lo suonava in un modo tutto suo, ad accordi invece che a note singole, come se tenesse in mano una chitarra ritmica. Quel basso e quella voce graffiata spinsero “Silver Machine” fino al terzo posto della classifica britannica dei singoli nel 1972.
Lynott portava addosso una storia diversa, segnata fin da bambino. Era nato in Inghilterra da madre irlandese e padre afro-guyanese, che se ne andò quando lui aveva poche settimane di vita. Lo crescevano i nonni a Crumlin, nella Dublino operaia, mentre la madre restava a lavorare in Inghilterra. Era uno dei pochissimi ragazzi neri in una città quasi del tutto bianca. Il primo giorno di scuola i compagni lo derisero per il colore della pelle e lui rispose con i pugni. Bastarono poche settimane perché si facesse rispettare e diventasse uno dei più benvoluti della scuola. Nel frattempo cercava rifugio nei fumetti, nei libri e nei film western, dove trovava i suoi eroi. Fu sui banchi di Crumlin che conobbe Brian Downey, con cui anni dopo avrebbe fondato i Thin Lizzy. Da quell’infanzia Lynott uscì con due armi potenti: i pugni e le parole. Alla fine scelse le parole.
A Londra arrivò nel 1970, con i Thin Lizzy e un contratto con la Decca in tasca. I primi album non entravano in classifica e i soldi non bastavano mai. Con lui in quei mesi c’era Gale Claydon, che avrebbe ricordato quanto fosse dura quella stagione della sua vita. Vivevano poveri in canna in una stanza singola vicino a Camden Town. Il pasto principale era composto da uova e patatine. Quando uscivano, si facevano durare mezza birra per tutta la sera. Su molte porte, in quel periodo, campeggiava ancora il cartello che escludeva cani, neri e irlandesi. Lynott era nero e irlandese e quel cartello lo riguardava due volte. Lui però sorrideva sempre.
La svolta arrivò da un brano che la band non voleva assolutamente pubblicare. La Decca scelse di mandare nei negozi una versione rock della ballata tradizionale “Whiskey in the Jar”, che il gruppo non riteneva rappresentativa del proprio suono. Il singolo salì fino al sesto posto della classifica britannica dei singoli nel febbraio del 1973 e portò i Thin Lizzy fino a Top of the Pops. Il pezzo che Lynott avrebbe voluto tenere lontano dai riflettori fu quello, per ironia della sorte, che gli aprì le porte.
Bastava vederlo sul palco per capire perché valesse l’attesa. Lynott teneva il basso alto sul petto e dominava la sala con una naturalezza che pochi avevano. Era un frontman nero in un genere quasi esclusivamente bianco e il rispetto gli arrivava anche dai piani alti del rock. Verso la fine del 1972 Ritchie Blackmore e il batterista Ian Paice pensarono a un power trio con Phil alla voce e al basso. Lo chiamarono Baby Face e incisero qualche traccia, tra cui una versione di “Dying to Live” di Edgar Winter. David Coverdale, che di lì a poco sarebbe entrato nei Deep Purple, avrebbe raccontato che il giro della band aveva notato da tempo Lynott con i Thin Lizzy proprio allo Speakeasy, folgorato da quella voce. Il progetto si arenò ma il segnale, però, era chiaro.
Due frontman col basso a tracolla, due band ancora lontane dal grande pubblico, due hit arrivate quasi nello stesso anno: la Londra di quei mesi li teneva sulla stessa rotta senza che nessuno dei due l’avesse pianificato. Il punto in cui quei percorsi si incrociavano era il club di Margaret Street. I Thin Lizzy avevano una data in cartellone allo Speakeasy già nella loro prima settimana londinese, nel marzo del 1971, e da allora quel locale rimase un approdo fisso.
Parlando anni dopo su Lynott, Lemmy tornava con la memoria al periodo del festival di Bath, intorno al 1970 e a una figura in cappotto intravista una sera allo Speakeasy. Il ricordo era sfumato nei dettagli, fermo invece nel sentimento. Di Phil diceva di averlo conosciuto in situazioni che non avrebbe mai raccontato su una rivista. Chiudeva sempre allo stesso modo: diceva che era stato un grande e che gli mancava tanto.
Da quel mondo notturno le due strade avrebbero presto preso direzioni diverse. Lemmy venne licenziato dagli Hawkwind nel 1975, dopo un arresto per possesso di anfetamine al confine canadese e diede vita ai Motörhead. Phil trasformò i Thin Lizzy in una delle più talentuose band hard rock degli anni Settanta, da “The Boys Are Back in Town” in giù. L’amicizia nata in quei club resse al successo, alle droghe, alla distanza.
Lo Speakeasy attraversò un’intera epoca, dalla Swinging London del 1966 fino all’ondata punk. Quando Johnny Thunders ci suonò all’inizio del 1978, il pubblico era ormai totalmente diverso. I battenti si chiusero definitivamente nel giugno di quell’anno. Il motivo esatto non è purtroppo noto. Il giro che ne aveva fatto la fortuna si era disperso altrove e quei muri passarono di mano in mano fino a riaprire negli anni Ottanta con un’altra insegna.
Phil Lynott se ne andò nel gennaio del 1986, Lemmy nel dicembre del 2015, a quasi trent’anni di distanza l’uno dall’altro. Di loro resta la musica e resta il ricordo di una stagione in cui due ragazzi col basso a tracolla giravano per gli stessi locali, prima che il mondo sapesse chi fossero. Chi vuole respirare quell’aria londinese, può aprire White Line Fever, che Lemmy firmò nel 2002 insieme a Janiss Garza. Lì dentro le notti dello Speakeasy hanno ancora le luci accese.

